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La notte dei desideri

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Correva l’anno 1991. Io e la mia amica Samantha tornavamo dalle nostre riunioni scout cantando a squarciagola Jovanotti per le vie del paese. Erano i nostri sedici anni. Era quell’età bellissima in cui il senso dell’amicizia era racchiuso nelle lettere scritte con penne profumate che ci scambiavamo il sabato pomeriggio, quando non si lasciavano messaggi sulle bacheche di un social ma si imbrattavano i pali della luce con gli Uni Posca di tutti i colori. Erano gli anni in cui la felicità era sedersi per terra e cantare intorno a una chitarra: cantavamo Baglioni, Battisti, Vasco e naturalmente Lorenzo. Scatenavamo le nostre ugole, i nostri polmoni e il nostro cuore sulle note di “Ciao mamma come mi diverto” e sentivamo di appartenerci, come se quel vibrare all’unisono, seguendo insieme musica e parole ci facesse sentire ancora più unite e indivisibili.

Era l’ottobre del 2005. La Calabria veniva ancora una volta violentata e brutalizzata, colpita al cuore, in uno dei suoi nuclei più fragili. Il vice presidente alla Regione, Francesco Fortugno, veniva assassinato a Locri, all’interno di un seggio elettorale, in pieno centro e in pieno giorno, davanti allo sguardo attonito dei presenti.

Quel drammatico episodio generava uno smottamento nel terreno troppo arido della coscienza collettiva e il moto di indignazione e di rivolta che ne seguiva attraversava la Locride tutta, facendosi sentire con maggiore forza nei giovani e in quella parte di questo territorio che non si rassegnava a vedersi strappare via, giorno dopo giorno, la propria dignità e il proprio futuro.

L’ondata emotiva che ne seguì ebbe un impatto fortissimo. Anche la politica rispose, facendo sentire la sua presenza in una zona spesso dimenticata dalle istituzioni. E in questo clima di solidarietà, di lotta, di voglia di riscatto sociale arrivó un regalo per tutti i giovani (e non) della zona: un grande palco allestito nella piazza di Locri, cuore pulsante della Magna Graecia, un palco su cui, per cantare e far cantare le sue canzoni e per esprimere la sua vicinanza a questa terra, era stato chiamato proprio Lorenzo Cherubini.

Io c’ero quella sera del 1 Gennaio e la ricordo come un’esperienza fantastica. La sua energia unica é stata la scintilla che ha acceso un fuoco sotto cui ardeva la voglia di riscossa e rivalsa di una zona del Sud tanto magica quanto spesso abbandonata e isolata.

Alcuni momenti restano impressi nella memoria per sempre. Alcune emozioni sono uniche e irripetibili come partecipare a un evento cosí straordinario, con un artista dal carisma indiscusso, cantare insieme a lui e sentire la sua voce vibrare con le anime di una piazza strapiena, che diventavano un’anima sola, un’anima che grazie alla musica riusciva a spezzare le sue catene per urlare al mondo “Ci siamo anche noi!”

É il 25 Giugno 2015. In una stanza di un albergo milanese ci ritroviamo ancora, dopo tanto tempo, io e Samantha. Insieme a noi anche la mia amica Loretta (per me è Cuky), mia compagna di tante altre avventure. Siamo arrivate da Trieste, dalla Svizzera e dal Salento  accorrendo al richiamo del re degli “Immortali”.

Nei nostri zainetti lo spirito e l’entusiasmo dei sedici anni, quello che non abbiamo perso mai, e che ci porta a sentirci come se in questa tripla fossimo ancora ragazzine in gita o in campeggio. Ma chi l’ha inventata sta storia del tempo? Chi ha deciso di ridurlo in minuti, ore, anni? Nei salti che facciamo da un capo all’altro di questi venticinque anni il tempo ci sembra un concetto astratto, qualcosa che si espande e si comprime, qualcosa che puoi fermare in qualunque momento decidendo di restare sempre fedele a te stesso.

E’ un viaggio nel tempo anche quello che fa Jovanotti, che apre il concerto tornando al 2015 da una immaginaria civiltà del futuro. Un viaggio nel tempo attraverso ricordi ed emozioni, che passa dalla nuovissima “Sabato” a “Ragazzo fortunato”, attraverso refrain di musica disco anni 90, facendoci sentire ancora diciottenni.

È un animale da palcoscenico, Lorenzo. È un’esplosione di energia e fisicità che fa scatenare per più di due ore una folla immensa mentre lui corre senza sosta per il palco gigantesco e sulla lunghissima passerella, tra spettacolari cambi d’abito e passi di samba, mentre i suoi piedi si muovono agili nelle fantastiche scarpe alate.

Non è un concerto quello di Jovanotti: è uno spettacolo maestoso, un tripudio di luci, costumi e scenografie. Dietro di lui un maxischermo su cui si susseguono video fantastici, affidati ad una regia geniale, che accompagnano i pezzi e rendono ancor più spettacolare e intensa l’esibizione.

É bello, Lorenzo. Bello da morire, bello da svenire. Quando il maxischermo ci rimanda i suoi primi piani, dominati dall’azzurro dei suoi occhi, ci sentiamo mancare. (Sama, ecco perché ci hai messo le bustine di zucchero in borsa!)

Le due ore di spettacolo sono un intenso amplesso tra l’artista e il suo pubblico, che partecipa seguendo il ritmo di questo amore: scatenandosi sulle percussioni di “L’ombelico del mondo” o trattenendo il respiro per abbandonarsi a un’emozione così intensa da sciogliersi in una lacrima, sulle note di “A te” o “Le tasche piene di sassi”. Noi abbiamo sincronizzato i cuori sullo stesso bpm per poter seguire il suo, di cuore, e, canzone dopo canzone, siamo salite sempre più su nella scala dell’eccitazione fino a raggiungere un orgasmo virtuale che ci fa scoppiare il cuore.

Un momento d’amore che vorremmo potesse proseguire in un abbraccio lungo tutto una notte, ma sappiamo che tutte le cose più belle hanno una fine.

Lui chiude il concerto ricordandoci che amore, tolleranza e diversità sono i superpoteri su cui si regge il mondo, e poi lascia il palco insieme alla sua eccezionale band.

Noi continuiamo a restare lì, ad applaudire finché non lo vediamo sparire dalla nostra vista, inebriate ed elettrizzate da quelle sensazioni meravigliose, felici come ragazzine.

Ci hai regalato una fantastica notte dei desideri, Lorenzo. Ci hai fatto innamorare ancora perdutamente di te e ci hai fatto capire che l’amicizia non conosce tempo e distanze. Come l’amore. Che è il superpotere più potente ed immortale che esista.

A presto ❤

(natalia)

 

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The first date

First-Date-QuestionsUno dei lati positivi del non avere una relazione stabile è la possibilità di rivivere all’infinito l’emozione di un primo appuntamento. Ah! i primi appuntamenti! Le farfalle nello stomaco, la piacevole ansia dell’incognito, la scelta dell’outfit (che inizia almeno due settimane prima), il batticuore, i dubbi amletici “tacco sì tacco no”. Che tu abbia venti, trenta o quarant’anni poco importa: la prima uscita con qualcuno è sempre un evento magico, una piccola parentesi di vita sospesa in una dimensione onirica. Che però, talvolta, può trasformarsi anche in un incubo.
I miei primi appuntamenti sono sempre un disastro, ad esempio. Dovrebbero cristallizzarsi lì, in quel momento in cui esci dalla porta di casa tua e sei superfiga, makeup perfetto, tacco giusto, vestito intrigante ma non provocante, radiosa, abbronzata e anche glitterata. Ecco, quel momento lì dovrebbe restare sospeso per sempre, fissato in quel nano secondo prima di entrare nella macchina di lui.
Perché già da lì iniziano i primi drammi. Tra me e il lui di turno c’è una coltre di imbarazzo così spessa che si taglia con un flessibile:  il suo tentativo di spezzare il ghiaccio con un “Beh! Come va?”  normalmente ottiene come risposta un secco “Bene!” da parte mia, oppure, ancora peggio, un insulso ciancicare qualcosa a proposito della mia interessantissima giornata, che mi fa passare subito per idiota.

 

Sovente il tipo è discretamente logorroico, la qual cosa andrebbe teoricamente tutta a mio favore, essendo io affetta da una timidezza patologica che mi impedisce di sostenere una conversazione a due. In realtá, però, dopo un tempo variabile, la situazione prende sempre quella temibile piega: il logorroico, dopo ore di sproloqui, di monologhi, e di racconti narcisistici sulla sua vita e le sue imprese epiche, si accorge che esisto anche io, quindi si blocca, mi guarda e mi dice : “ Ma tu non parli?”. Che è come quando vai dal dentista: mentre te ne stai con un’impalcatura in bocca, con cui già fatichi a respirare,  lui vorrebbe che tu riuscissi pure a parlare. Di solito davanti a questa domanda piombo in un mutismo corredato da un’ espressione ebete, stampata su un viso dipinto da cinquanta sfumature di rosso e vorrei chiedergli perché non possismo continuare a scriverci e mandarci emoticons su whatsapp, invece di parlare. Poi parlare di cosa? Dovrei riagganciarmi a qualche punto del tuo racconto? Dovrei iniziare un discorso nuovo? “Parlami un po’ di te!” Ecco qua. “Parlami un po’ di te” è tipo “Mi parli di un argomento a piacere”. Io l’argomento a piacere l’ho sempre odiato. Ma chiedimi un argomento tu, scusa. Ho buttato sangue un’estate sui libri devo pure dirti cosa chiedermi? L’argomento a piacere mi mette ansia, perché se magari vai male la commissione giustamente ti dice “E menomale che te lo sei scelto tu”, quindi fatemi una domanda voi, per favore.

Anzi no, non me le fate. Perché spesso la domanda cade sull’argomento “vecchie storie”. ” E com’é andata l’ultima storia che hai avuto?” Come mia mamma, che, quando torno a pezzi da una notte di guardia, e vorrei solo rimuovere tutto con una bella doccia e andare a dormire,  mi chiede “Com’è andata? E che è successo?”.  Chè già magari prima di questa serata hai fatto un mese di meditazione,  quattro cinque sedute di psicoterapia, consumato dieci boccette di fiori di Bach, per superare i traumi della storia precedente e ora arriva uno che vuole riesumarli. C’è anche il “Come vivi la tua condizione di single?” Che mo, voglio dire, capisco che non sia il massimo della vita essere single a quarant’anni, ma non è che proprio dormo su un cartone sotto un ponte, come dovrei viverla sta “condizione”?
Poi ci sono quelli che vogliono sondare il terreno sulle tue aspettative, per capire se corrono il rischio di doversi impegnare, e allora ti chiedono cosa cerchi in una storia. E se intuiscono che magari ti piacerebbe costruire qualcosa con qualcuno, passano a uno sgradevole tono canzonatorio facendoti sentire una cosa a metà tra una Meg March rediviva e una zitella disperata smaniosa di sistemarsi.
I peggiori pero’ sono gli aspiranti intellettuali, quelli che sol perché hanno letto qualche libro in più di te, si sentono in dovere di ostentare la loro cultura, e ti interrogano facendoti scivolare nel discorso citazioni erudite, per vedere se le hai colte, oppure ti chiedono “hai visto tale film?” “hai letto tale libro?” “hai visitato tale posto?”
Ecco, se non volete rivivere il clima da esame di terza media a vita, magari questi soggetti evitateli.
Per chiudere, anche se un primo appuntamento è solo un primo appuntamento e non l’inizio di una relazione, ha comunque “in nuce” la potenzialità per poterlo diventare. Quindi se inizi a dirmi che potresti presentarmi un amico, se usi espressioni come “quando un giorno ti innamorerai di qualcuno”, se fai riferimento ai tuoi progetti futuri (che ovviamente non contemplano la presenza della sottoscritta), anche se potrebbe essere tranquillamente così, mi girano un po’ gli zebedei.
E adesso, scusate, ma vado a pensare al mio prossimo outfit 😉

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Youth

 

imagesFinalmente Sabato scorso sono riuscita ad andare al cinema a vedere Youth. Lo ammetto, non sono una grande fan di Sorrentino: mi sono addormentata dopo circa dieci minuti dall’inizio de “Le conseguenze dell’amore” e non ho visto “La grande bellezza” (dovrò presto rimediare, perché se dici che non l’ hai visto  ti guardano come se dicessi che hai votato Salvini), però Giovinezza mi aveva incuriosito. Gran bel film, nulla da eccepire sull’eccellente regia e sulla genialità di Sorrentino che traspare da ogni scena. Meravigliosi i paesaggi, splendide le musiche, affascinanti i personaggi con la loro caratterizzazione che li rende unici. E’ un film che fa presa sull’anima, ma -e qui emerge tutta la mia ignoranza  in ambito cineatografico- a me piacciono i film che si capiscono, quelli con ritmi incalzanti e soprattutto con una trama concreta! Quindi se mi chiedessero “Ti è piaciuto?” risponderei “Ni”. Mi è stato obiettato che Sorrentino va capito, allora mi sono sforzata di capire. Di superare la mia disabilità esegetica. Ma più che di capire, ho cercato di “sentire” il messaggio che il regista voleva trasmettere. Perché penso sempre che qualsiasi idea l’autore di un film, di un libro o di una canzone voglia trasmettere, questa arriva sempre in modo soggettivo, entrando in risonanza con le corde di chi, in quel momento, ha i sensi attivi per recepirla.
Per me  la sintesi di questa idea è racchiusa nell’ultima frase che l’ottantenne Mick rivolge all’amico Fred : “Che le emozioni siano sopravvalutate è una stronzata, le emozioni sono tutto quello che abbiamo”. E il film si snoda tutto intorno alla dicotomica modalità di vivere la vita in rapporto alle emozioni, propria di ognuno dei due personaggi : dentro di esse, o distante da esse. Fred, ex direttore d’orchestra, compositore, che viene etichettato come “apatico”, e vive questa fase della vita in una sorta di isolamento e Mick, sceneggiatore pieno di entusiasmo, giovanilista che si circonda di giovani per partorire il suo ultimo lavoro, il suo “testamento”. Due modi differenti di affrontare la vecchiaia, con la rassegnazione da una parte e il tentativo di tenerla lontana e ingannarla, dall’altra.  Due modi diversi di intendere la vita: in una delle loro passeggiate, Fred fa notare a Mick che l’amico ha sempre amato la vita molto più di lui.

Solo che forse quando si ama la vita così tanto, quando si è alla continua e spasmodica ricerca di una scintilla, di un’emozione, di un momento di esaltazione, basta poco perché qualcuno quell’emozione te la porti via, lasciandoti un senso di sconfitta e di vuoto, a volte impossibile da sopportare.

E allora chissà qual è la strada per la felicità: se quella pianeggiante, dove il dolore è tenuto a distanza, ma lo è anche la gioia, o se quella fatta di salite e discese, di smottamenti, di buche, di brusche frenate e accelerate, in cui spesso si rischia di sbandare e farsi male.

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Lasciarsi su FB: istruzioni per l’uso

Ci siete ricascate di nuovo, vero? Vi siete fatte travolgere dall’ennesima storia on line. E’ roba da disadattati, lo sapete, sì? “Eh ma lui era così carino, scriveva quelle cose meravigliose, si capiva che era sensibile e intelligente, poi aveva pure le foto coi gatti”. Ah sì? E quella vocina che diceva “mai più storie su Facebook” che fine ha fatto? Qualcuno l’ha sentita? Nessuno, a quanto pare. E…ditemi, ditemi, com’è finita poi? Vivete felici e contenti? Siete convolati a giuste nozze? Vivete in una meravigliosa villa con giardino insieme ai vostri figli, a un cane e a un gatto? No, eh! Lo sospettavo. Forse perché lui, che sembrava essere sceso dal cavallo bianco per condurvi nel suo Regno, non è stato in grado neanche di accompagnarvi sotto casa? Forse perché, conoscendolo, vi siete accorte che soffriva di un disturbo di personalità di tipo schizoide-affettivo? Forse perché vi siete “incontrati” e lui dopo non si è degnato neanche di richiamarvi? Pazienza ragazze, è andata così. Ormai quel che è fatto è fatto. Versate tutte le lacrime che bisognava versare ed esaurito il tempus lugendi, è ora di occuparsi di dettagli più pratici. Cosa fare quando finisce una storia su FB? Lui, il tizio, sta sempre lì, sospeso in quel microcosmo virtuale dove siete andate a pescarlo (o dove, più probabilmente, lui ha pescato voi). cuori_spezzati

Eliminarlo? Bloccarlo? Ignorarlo? Continuare a seguirlo? L’ultima opzione la escludo e la sconsiglio. Se proprio avete delle pulsioni masochistiche da sfogare, tenetevi un tacco 13 tutto il giorno, pulite casa, stirate la domenica mattina mentre tutti sono a mare. Ricordatevi che per ogni scelta si attiverà un complesso sistema di paranoie secondo le quali ad ogni nostra azione corrisponderà una sua reazione. Ovviamente, mentre noi ci arrovelliamo il cervello sulla cosa più saggia ed elegante da fare, lui si starà facendo la sua vita, e neanche si sarà accorto delle nostre mosse.

Bloccarlo. Potrebbe sembrare  una decisione troppo drastica e poi “se lo blocco e lui non capisce che l’ho bloccato e mi vede come “utente Facebook” penserà che mi sono cancellata perché sono andata in depressione”. Ho una bella notizia: lui non pensa.

Eliminarlo. Il giusto mix di saggezza e diplomazia (se bloccarlo vi sembra una scelta estrema). Tu non vedi più lui, lui non vede più te: perfetto per accelerare il meccanismo di elaborazione e scivolamento verso l’oblio. “Ah ma non voglio dargli la soddisfazione di eliminarlo, e fargli capire che ci sto male”. Okay, a questo ha pensato il buon Zucky. Puoi anche cliccare il simpatico tasto “non seguire” e lui non comparirà più nella tua home. E se non vuoi che lui veda i tuoi post, perché magari ci saranno giorni in cui cederai alla tentazione di sfogare la tua rabbia con un post al vetriolo, mettigli una bella restrizione. Ecco fatto. Se, anche dopo aver messo in atto tutte queste misure,  il fatto di averlo tra i tuoi amici continua ad irritarti, allora è giunto il momento di eliminarlo, mettere una bella croce sopra e non pensarci più. E sperare che in futuro non vi incontrerete negli stessi post(i). Naturalmente, lui non si accorgerà di niente, se non per caso, dopo mesi, e rimarrà stupito: in fondo che ha fatto di male?

Sembra tutto chiaro, ma rimane solo  un piccolo problema. Una mia amica dice: “ma con i sentimenti, con le emozioni, come si fa? Si bannano, si bloccano, si eliminano?”

A questo, purtroppo, Zucky non ha ancora pensato.

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Si fa presto a dire toy boy

Appurato, quindi, che i nostri quarant’anni ce li portiamo egregiamente, e che, nonostante ciò, siamo ancora single, facciamoci due domande e diamoci tre, quattro, otto, mille risposte.

Il dramma di chi si sente giovane dentro, e lo sembra anche fuori, è che no, proprio non ce la fa, a trovare qualcuno della sua età o, ancora peggio, più grande. “Quello? Ma ha quarantacinque anni, è un vecchio!”  “Veramente ne ha solo cinque più di te” . Ah, bene.

E poi, diciamolo, se vai a pescare nel bacino quaranta e dintorni, cosa puoi trovare attaccato all’amo? (ho detto AMO)

Uomini sposati. Potrebbero anche andare bene se vuoi continuare allegramente la tua vita e non rinunciare alla tua libertà. Tu ti prendi il meglio, la parte ludica, per così dire, e le mogli stirano le camicie e fanno i compiti coi bambini. Soluzione interessante. Non va bene per le romantiche che sognano il grande amore, tipo me.

Uomini separati. E già qua, ti senti quella che è arrivata tardi al buffet e si deve accontentare di quello che gli altri hanno scartato. Quella a cui hanno fatto un regalo riciclato. Quella che compra borse vintage ai mercatini dell’usato. Senza contare che in questa categoria rientra buona parte dei disillusi, che poca voglia hanno, magari anche giustamente, di rimettersi in gioco e provare a costruire qualcosa con te (scusa sai, ma ora voglio pensare un po’ a me stesso). Senza tralasciare il dettaglio affatto trascurabile che spesso te li devi prendere con l’opzione di serie “prole a carico”. Cioè, se già il tuo senso materno è a livello riserva con tanto di spia rossa lampeggiante,  figuriamoci coi marmocchi di seconda mano. Che poi capita che la mattina lui ti dica “beati quelli che si possono svegliare coi loro figli”, e alla tua, ingenua e minchiona risposta “ma non sei felice di svegliarti con me?” obiettano candidamente “ma non è la stessa cosa”. Ecco: la competizione con una mocciosa di tre anni anche no, specialmente se è bionda con gli occhi azzurri.

Sfigati, mammoni & co. Quelli che se nessuno se li è presi fino ad ora perché dovresti prenderteli tu? (oddio mi rendo conto che il discorso vale anche al contrario).

E allora, ci buttiamo su quelli più giovani? I cosiddetti toyboy? Eh ma si fa presto a dire toy boy. I toy boy fighi toccano a Madonna o a Demi Moore, qui l’orchestra suona tutt’altra musica.

Dico, non so se avete notato come sono i trentenni di adesso. Minimo minimo se ti va bene te li trovi la mattina che si lamentano perché il materasso era scomodo e si sentono le ossa a pezzi, se ti va male potresti ridurti a fare la badante per il resto dei tuoi giorni, finché sciatica non vi separi.

La mia amica ha elaborato una tattica di rimorchio: dice di mentire riguardo alla nostra professione e inventarci un altro lavoro. Nello specifico “tu dici che scrivi (e certo così magari poi ti chiedono cosa e se rispondi “cazzate su Facebook” la serata è finita o ti fanno un TSO)  e io che faccio l’architetto” (e anche lì spero che nessuno le faccia domande strane su planimetrie o verifiche catastali). Insomma, dice che così gli uomini si approcciano in modo più tranquillo, chè se dici che se medico si intimoriscono  (ma non  nel senso di “fai il bravo se no il dottore ti fa la puntura”) e scappano. Sarà, ma a me non mi pare. Tutto sto timore non lo vedo. Anzi. Ipocondriaci come sono e appassionati di malattie quasi quanto di playstation, non vedono l’ora di trovarsi di fronte qualcuno a cui raccontare i loro malanni, a gratis per giunta (al massimo al costo di una birra).

Però ho pensato che sposerò la sua idea e la prossima volta dirò di essere, che so, un’estetista, così almeno sarò sicura di non trovarmi un’ameba spalmata sul divano a cui fare da infermiera. Spero soltanto che poi non mi chieda di fargli le sopracciglia.

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I miei primi quarant’anni

dalimontremolle

Una setttimana fa ho festeggiato i miei primi quarant’anni. Quaranta??? Che numero strano per un’età che mi sembrava non dovesse arrivare mai, per me che ragiono ancora con la testa dei vent’anni. Oddio, dieci anni fa mi frequentavo con un tizio di quarant’anni e lo vedevo “grande”. E ora? Sono grande anch’io? Quando ho compiuto trent’anni, mio fratello, col tatto che contraddistingue i fratelli minori, ha voluto salutarmi, mentre salivo sul treno di una nuova decade, con un “auguri! ora vai per i quaranta!”. E alla fine ci sono arrivata sul serio a sti benedetti quaranta. E il passaggio da quel “vai per” al “ci sei dentro” , se mi guardo indietro, è stato cortissimo. Dieci anni che sono volati, dieci anni in cui avrei dovuto accumulare un po’ di saggezza e in cui ho fatto le meglio stronzate della mia vita, che in fondo è iniziata proprio a trent’anni. Sono un po’ ritardataria sulla tabella di marcia della vita stessa, ho sacrificato tante cose prima e dopo è venuta fuori la voglia di esplorare e conoscere, ma ben venga. Forse per questo non mi sentivo ancora pronta per l’arrivo di questi anta. Come anta? Adesso, proprio adesso, che devo ancora divertirmi e comportarmi da adolescente cresciuta? Avevo proprio l’ansia del loro arrivo, anche se erano solo un numero su una torta, in fondo che differenza vuoi che ci sia tra 39 e 364 giorni e 40 meno un giorno? Beh per me ce l’aveva…ma poi sono arrivati, ed è stato come quando prendi il morbillo e allora non hai più paura di andare a casa degli amichetti che ce l’hanno,  è  stato come quando ormai hai rotto la dieta e chissenefrega mi mangio pure il dolce. Niente da perdere insomma, giro di boa, senso di libertà. Un nuovo, meraviglioso, inizio. Ormai chi doveva aspettarsi qualcosa da te non se lo aspetta più, e il bello è che neanche tu te lo aspetti. Il ticchettio dell’orologio biologico non l’ho mai sentito, in realtà. Io sono quella che quando andavo a studiare da mia nonna nascondevo orologi e sveglie nei cassetti perché non sopportavo quel tic tac, figuriamoci quanto fastidio mi avrebbe dato sentirlo nella testa, nel cuore, o nelle ovaie. Se per caso era rimasto nascosto in qualche cassetto della mia vita ora si è scaricato e ha finalmente smesso di importunarmi col suo ticchettio molesto, seppur sordo.
E poi, in questi quattro decenni non siamo mica stati a smacchiare i giaguari o a pettinare le bambole: qualcosa, e forse più di qualcosa, di buono, l’abbiamo costruito.

Ho letto che in questi giorni ha compiuto quarant’anni anche la Jolie. Angelina cara, arrivarci a quarant’anni come noi. I tuoi segreti non li conosco, ma conosco il mio. Essere, oltre che una talebana salutista, un brutto anatroccolo. Se metto a confronto le foto del miei diciott’anni con quelle di adesso sceglierei la me di adesso tutta la vita. O tornerei indietro solo per dire a quella ragazzina goffa e coi brufoli che le pelli grasse non fanno rughe e che le seconde di reggiseno resteranno sempre al loro posto.

Che nella vita ognuno ha la sua strada ed è quello che è proprio grazie a quello che è stato, anche grazie a un apparecchio per i denti. Che è fondamentale e necessario cambiare ma che non bisogna mai sacrificare la propria natura per niente e nessuno. Che la timidezza è un dono, ma che un po’ di fiducia in più in se stessi non guasta mai.

Ma sono certa che non mi ascolterebbe, testarda com’è, oppure mi guarderebbe con ammirazione, e chissà, vorrebbe diventare un giorno questa quarantenne, che quella diciottenne goffa la porta sempre dentro, e con cui adesso sta iniziando questo nuovo, straordinario cammino.

libri

Avrò cura di te

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“Avro’ cura di te” è la promessa bellissima racchiusa in un abbraccio perenne che ha fatto de “La cura” di Battiato una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. Con la sua musica e le sue parole ci si perde fluttuando nel sogno di un amore che sia protezione, sostegno, vicinanza, e nel desiderio di sentirsi un “essere speciale”. Perché tutti siamo esseri speciali, perché tutti meritiamo qualcuno che sappia leggere nelle nostre contraddizioni, che sappia maneggiare con cura la nostra anima, e che voglia starci vicino per quello che siamo, perfettamente imperfetti. “Avrò cura di te” è anche il titolo del romanzo scritto a quattro mani da Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, un libro che si legge tutto d’un fiato e che ha lo stesso impatto emotivo e la stessa carica taumaturgica di una seduta di psicanalisi. E’ chiaro, magari non a tutti fa lo stesso effetto. Ma la meraviglia di un libro è proprio riuscire a scorgere tra le sue righe ogni volta una nuova parte di noi, ancora sconosciuta. Credo che i libri siano un po’ come i gatti, sono loro che ti vengono a cercare. Mentre girovagavo tra gli scaffali della Feltrinelli, alla ricerca di qualcosa che mi trasmettesse emozioni, speranza e positività, tra il solito Osho e i triti e ritriti manuali di sopravvivenza alle delusioni d’amore (ancora? ormai dovrei iniziare a scriverne uno io), proprio alla fine mi sono imbattuta in questa copertina dal delizioso design su cui campeggiavano i nomi dei due autori, che avevo già avuto il piacere di leggere. Incuriosita, ho dato una sbirciatina e ho deciso che tra tutti quelli sfogliati distrattamente avrei acquistato proprio questo. E l’istinto mi ha dato ragione, o forse era proprio il libro che aveva scelto me. Ho iniziato a leggerlo appena sono salita sull’aereo e già dalle prime pagine le lacrime hanno cominciato a scendere da sole, come quando ciò che leggi pare scritto per te, come se i moniti, i consigli, le tiratine d’orecchio che l’angelo Filèmone elargisce con dolcezza, in uno scambio epistolare con sua “custodita” Giò, trentaseienne in crisi per il fallimento della sua vita sentimentale, fossero un po’ rivolti anche a me. Da una parte Giò, narcisista, teatrale, vittimista, pessimista, che ama crogiolarsi nella sua disperazione e nel suo destino crudele, con le sue inquietudini affidate alla narrazione leggera e ironica della Gamberale, dall’altra lui, Filèmone, l’angelo custode che tutti vorremmo accanto, quello che ti dice “non posso impedirti di inciampare però posso medicare il tuo piede ferito”, e la straordinaria sensibilità di Gramellini, che col suo soffio angelico si insinua tra le pieghe dell’anima, dando loro una nuova forma. “Avrò cura di te” è un bellissimo messaggio di speranza e accettazione, è un invito a non aver paura del cambiamento, perché il destino o la realtà esterne possono essere cambiate solo se si spezzano le catene dei sensi di colpa e della rabbia che imprigionano il nostro io più autentico, perché in fondo “a cosa serve pentirsi se non ci si perdona? e se perdonandosi, non si agisce per rimediare ai propri errori?”.
Siamo su questa terra non per essere perfetti e non sbagliare mai, ma per evolvere, anche attraverso l’esperienza del dolore e del fallimento. Trovare l’amore dentro se stessi è condizione imprescindibile perché si possa riuscire a donarlo a un’altra persona (perché l’amore non si acquista, si dona, come ricorda il nostro Angelo).
“Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome IO che, sbagliando e correggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva. Noi.”
PS questo libro è entrato in risonanza con la mia anima anche perché io il mio Filèmone ce l’ho, è anche lui un angelo, una persona che sopporta scatti d’ira e attacchi di pianto, ma che nonostante tutto ha ancora voglia di starmi vicino e sorreggermi. Perché l’amore ha forme diversissime, e l’amicizia e l’empatia sono tra queste.
Grazie!