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The first date

First-Date-QuestionsUno dei lati positivi del non avere una relazione stabile è la possibilità di rivivere all’infinito l’emozione di un primo appuntamento. Ah! i primi appuntamenti! Le farfalle nello stomaco, la piacevole ansia dell’incognito, la scelta dell’outfit (che inizia almeno due settimane prima), il batticuore, i dubbi amletici “tacco sì tacco no”. Che tu abbia venti, trenta o quarant’anni poco importa: la prima uscita con qualcuno è sempre un evento magico, una piccola parentesi di vita sospesa in una dimensione onirica. Che però, talvolta, può trasformarsi anche in un incubo.
I miei primi appuntamenti sono sempre un disastro, ad esempio. Dovrebbero cristallizzarsi lì, in quel momento in cui esci dalla porta di casa tua e sei superfiga, makeup perfetto, tacco giusto, vestito intrigante ma non provocante, radiosa, abbronzata e anche glitterata. Ecco, quel momento lì dovrebbe restare sospeso per sempre, fissato in quel nano secondo prima di entrare nella macchina di lui.
Perché già da lì iniziano i primi drammi. Tra me e il lui di turno c’è una coltre di imbarazzo così spessa che si taglia con un flessibile:  il suo tentativo di spezzare il ghiaccio con un “Beh! Come va?”  normalmente ottiene come risposta un secco “Bene!” da parte mia, oppure, ancora peggio, un insulso ciancicare qualcosa a proposito della mia interessantissima giornata, che mi fa passare subito per idiota.

 

Sovente il tipo è discretamente logorroico, la qual cosa andrebbe teoricamente tutta a mio favore, essendo io affetta da una timidezza patologica che mi impedisce di sostenere una conversazione a due. In realtá, però, dopo un tempo variabile, la situazione prende sempre quella temibile piega: il logorroico, dopo ore di sproloqui, di monologhi, e di racconti narcisistici sulla sua vita e le sue imprese epiche, si accorge che esisto anche io, quindi si blocca, mi guarda e mi dice : “ Ma tu non parli?”. Che è come quando vai dal dentista: mentre te ne stai con un’impalcatura in bocca, con cui già fatichi a respirare,  lui vorrebbe che tu riuscissi pure a parlare. Di solito davanti a questa domanda piombo in un mutismo corredato da un’ espressione ebete, stampata su un viso dipinto da cinquanta sfumature di rosso e vorrei chiedergli perché non possismo continuare a scriverci e mandarci emoticons su whatsapp, invece di parlare. Poi parlare di cosa? Dovrei riagganciarmi a qualche punto del tuo racconto? Dovrei iniziare un discorso nuovo? “Parlami un po’ di te!” Ecco qua. “Parlami un po’ di te” è tipo “Mi parli di un argomento a piacere”. Io l’argomento a piacere l’ho sempre odiato. Ma chiedimi un argomento tu, scusa. Ho buttato sangue un’estate sui libri devo pure dirti cosa chiedermi? L’argomento a piacere mi mette ansia, perché se magari vai male la commissione giustamente ti dice “E menomale che te lo sei scelto tu”, quindi fatemi una domanda voi, per favore.

Anzi no, non me le fate. Perché spesso la domanda cade sull’argomento “vecchie storie”. ” E com’é andata l’ultima storia che hai avuto?” Come mia mamma, che, quando torno a pezzi da una notte di guardia, e vorrei solo rimuovere tutto con una bella doccia e andare a dormire,  mi chiede “Com’è andata? E che è successo?”.  Chè già magari prima di questa serata hai fatto un mese di meditazione,  quattro cinque sedute di psicoterapia, consumato dieci boccette di fiori di Bach, per superare i traumi della storia precedente e ora arriva uno che vuole riesumarli. C’è anche il “Come vivi la tua condizione di single?” Che mo, voglio dire, capisco che non sia il massimo della vita essere single a quarant’anni, ma non è che proprio dormo su un cartone sotto un ponte, come dovrei viverla sta “condizione”?
Poi ci sono quelli che vogliono sondare il terreno sulle tue aspettative, per capire se corrono il rischio di doversi impegnare, e allora ti chiedono cosa cerchi in una storia. E se intuiscono che magari ti piacerebbe costruire qualcosa con qualcuno, passano a uno sgradevole tono canzonatorio facendoti sentire una cosa a metà tra una Meg March rediviva e una zitella disperata smaniosa di sistemarsi.
I peggiori pero’ sono gli aspiranti intellettuali, quelli che sol perché hanno letto qualche libro in più di te, si sentono in dovere di ostentare la loro cultura, e ti interrogano facendoti scivolare nel discorso citazioni erudite, per vedere se le hai colte, oppure ti chiedono “hai visto tale film?” “hai letto tale libro?” “hai visitato tale posto?”
Ecco, se non volete rivivere il clima da esame di terza media a vita, magari questi soggetti evitateli.
Per chiudere, anche se un primo appuntamento è solo un primo appuntamento e non l’inizio di una relazione, ha comunque “in nuce” la potenzialità per poterlo diventare. Quindi se inizi a dirmi che potresti presentarmi un amico, se usi espressioni come “quando un giorno ti innamorerai di qualcuno”, se fai riferimento ai tuoi progetti futuri (che ovviamente non contemplano la presenza della sottoscritta), anche se potrebbe essere tranquillamente così, mi girano un po’ gli zebedei.
E adesso, scusate, ma vado a pensare al mio prossimo outfit 😉

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