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Grazie di esserci

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E siamo di nuovo qua.

Tu, io, le nostre lunghe conversazioni su whatsapp, le nostre telefonate, le mie lacrime e i tuoi rimproveri.

Le tue virgole e i miei trattini.

I tuoi titoli e miei sottotitoli.

La tua incredula rassegnazione.

I miei isterismi e la tua sopportazione.

Le mie paranoie e i tuoi insulti.

Le mie insicurezze e le tue spinte.

L’uomo e la bambina.

Il tuo esserci, sempre e comunque.

Perché esserci e volerci essere è la misura dell’importanza che dai all’altro.

Quanto spazio ti prendi nella sua vita e quanto ne regali della tua. Quello spazio che riempi con un abbraccio, un cuore, un “Ti voglio bene”, un “Come stai?”.

Il calore che riscalda il freddo della mia solitudine.

La speranza che quelli come te esistano davvero.

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Hai fatto breccia nel mio cuore

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Ci sono dei “locus minoris resistentiae” nella nostra anima, dei punti deboli, dei talloni d’Achille. Sono una sorta di sporgenze a cui l’altro si aggancia, delle fessure dell’inconscio in cui solo in pochi riescono a infilarsi. É forse proprio questo il significato dell’espressione “fare breccia nel cuore” di qualcuno: per fare breccia c’è bisogno degli strumenti adatti, ma allo stesso tempo, si deve trovare una piccola crepa nel cemento che si sta andando a scalfire. In quella crepa c’è tutto il nostro passato, il nostro vissuto, ci sono le nostre paure e i nostri sogni. É tutto ciò che ci rende vulnerabili ma anche recettivi a un atteggiamento piuttosto che a un altro. A uno sguardo, a un difetto, a un modo di camminare o di parlare. A una sottintesa richiesta di aiuto o a una manifesta promessa di felicità.

Ognuno di noi è l’ancora per un navigante nel mare della solitudine, ognuno di noi è un potenziale circuito dell’amore che solo pochi interruttori riescono a far scattare.

Ogni relazione porta con sé l’impronta di questo meccanismo talora perverso, di questo impianto che una volta partito può automantenersi all’infinito o esaurirsi, o spegnersi di botto.

Perché siamo attratte sempre dalla stessa tipologia di persone? Perché vediamo le nostre amiche fissarsi con uomini che noi non guarderemmo neanche da lontano? Perché, gira e rigira, ci troviamo impantanate sempre nelle stesse situazioni? Perché certe coppie ci sembrano così male assortite? Perché si nutrono di dissidi, di gelosie, di sofferenza?

Perché il nostro inconscio è una calamita potentissima e perfida, e ancor prima che tu abbia scelto qualcuno, lui l’ha già fatto per te. E ha scelto proprio in base a quella famosa crepa, a quel punto debole, a quello strappo della tua anima.

E così, possiamo innamorarci a prima vista di qualcuno che, dentro di noi, sappiamo benissimo che faremo fatica a conquistare, o perderci in uno sguardo che nasconde ferite profonde che, un po’ ingenuamente e narcisisticamente, pensiamo di poter guarire (Oh! Sì! Solo noi saremo così brave da riuscire a guarirlo!), o ancora, seguire i passi di qualcuno che ha già segnato una strada anche per noi, perché, forse, non siamo capaci di camminare da sole.

In psicologia si chiama “coazione a ripetere”, ed è appunto quella forza inconscia e coercitiva che ti spinge nel tunnel di una relazione disfunzionale.

E allora eccoci di nuovo a salire e scendere dalla giostra delle incomprensioni, della gelosia, del rifiuto, a dondolare sull’altalena della sofferenza, spinte dalle esili braccia della speranza, e da quelle forti del vittimismo.

Chi si aggancia a noi è spesso una vittima anche lui, schiacciata dallo stesso meccanismo che ha portato noi a sceglierlo. Siamo pezzi della stessa calamita. Dolore con dolore. Rabbia con rabbia. Senso di colpa con egoismo. Insicurezza con narcisismo. Siamo vittime del nostro passato e carnefici del nostro futuro.

        Siamo brandelli di anima che attirano squali bramosi di nutrirsi di essa.

Ma ogni ferita si può risanare, ogni strappo si può ricucire, ogni anima può ritornare a brillare nella sua integrità, e attirare altre anime che riconoscono il suo splendore.

Come? Ricordandoci di amarci, sempre, ogni giorno. Come una piantina che ha bisogno di acqua per sopravvivere, anche il nostro IO ha bisogno di amore, di un amore costante che solo noi stessi possiamo dargli, un amore sconfinato e incondizionato, un amore che è soprattutto accettazione e perdono. Per ciò che siamo e per ciò che non siamo riuscite ad essere. Per il nostro essere figlie, mogli, amanti, madri.

Perché nessuno potrà mai amare davvero chi non si ama già da solo. Tutto il resto è solo un’amalgama di inganno ed illusione, un intonaco friabile che ripara le nostre crepe narcisistiche, destinato a sgretolarsi prima o poi.

(Natalia)

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La Santa Inquisizione dell’orologio biologico

Johnny-Depp

 

Da ragazzina ero un cesso. Simpatica, intelligente, ma pur sempre un cesso. Ora non è che sia esattamente Belen, ma sono migliorata. Però ci sono volte in cui vorrei essere rimasta un cesso. Mi eviterebbe il problema di dover giustificare il mio stato di single: la gente penserebbe “Poveretta, così brutta, chi vuoi che se la prenda” e non farebbe troppe domande. Che poi, tra parentesi, le brutte se le prendono e come, ma questa è un’altra storia, per la quale dovrei aprire il capitolo “Sì ma guarda quelli che se le sono prese” tanto caro alla mia amica Mary. In ogni caso brufoli, apparecchio, sovrappeso, occhiali e capelli inguardabili mi avrebbero garantito di non essere vista con sospetto per il solo fatto di occupare l’altra metà del letto con un gatto che fa le fusa e non con un uomo che russa. Perché, ça va sans dire, se non sei da buttare via il problema è tuo. Lapalissiano. Se poi non hai neanche quello spasmodico desiderio di maternità, che ti spinge ad accoppiarti col primo inseminatore disponibile sul mercato, praticamente sei l’anticristo in minigonna.
Quelle volte come qualche sera fa. Una sera in cui ho assecondato il mio lato masochistico e ho accettato di andare a cena con un’allegra compagnia di signore, capitanate da mia zia. Sì, ogni tanto mi piace farmi del male. Mi piace regalarmi questi simpatici momenti di svago autolesionistico, tra una una melanzana ripiena e due domande della Santa Inquisizione. Seduta di fronte al Tribunale dell’orologio biologico ho avuto modo di constatare come certi retaggi culturali sono ancora duri a morire.
Ho tentato invano di spiegare che l’unico timer della mia vita è quello che attivo quando metto in posa il colore sui capelli, ma niente, pare che st’orologio sia proprio un’ossessione, un must have peggio di una Kelly di Hermes. Se non ce l’hai e soprattutto se non senti il suo ticchettio incedere inquietante come quello di una bomba ad orologeria sei una cosa a metà tra Freddy Krueger e la strega di Biancaneve . Roba che pure il Cappellaio Matto andrebbe in crisi co ste lancette. Ma niente. Non ce la fanno proprio. Non si rassegnano. Devono trovare una spiegazione a questo fenomeno paranormale. Uno dei miei cult preferiti dopo il “sei troppo esigente” è il “devi deciderti a scegliere”. É la chiave di volta, la soluzione a tutti i problemi: dipende solo da te, decidi e facciamola finita. Già mi immagino mentre sfoglio il mio bel Postal Market con le foto dei pretendenti e li valuto con attenzione e meticolosità. O mentre sono in balia dell’indecisione e della confusione, come qualcuno che ha ricevuto in regalo un buono da Gucci. Solo che a me il buono lo hanno fatto dai cinesi. E il catalogo, solitamente, me lo inviano direttamente dal Centro di Igiene Mentale o dal Dipartimento “Casi umani”.
Nel corso del dibattimento qualcuna di più larghe vedute si è spinta oltre, rendendomi edotta della sua interpretazione socio-antropologica, maturata sulla scorta del cambiamento dei costumi : “Certo, una volta se massimo a venticinque-barra-trent’anni anni non ti sposavi eri considerata zitella, mo non è come ai miei tempi”. No, mo ci avete regalato una decina d’anni di tolleranza, grazie. E poi ci siamo inglesizzate: ora ci facciamo chiamare single, che suona meglio.
Alla fine mia zia, sbattendo il martelletto e dichiarando tolta l’udienza, ha sentenziato che una compagnia ci vuole. Una compagnia, sia chiaro. Mica l’Amore. Quella è roba per i ventenni-barra-trentenni. A quarant’anni ci vuole la compagnia. Allora compagnia per compagnia mi tengo il gatto, scusate.
Intanto tra una domanda e l’altra e uno sfilare di gente sul banco dei testimoni, ad allietare la tavola e il nostro palato andavano e venivano le portate della tradizione: melanzane grigliate, mulingiani mbuttunati, pomodorini ripieni, bruschette, polpette, formaggio, pane fritto.
Tutto squisito ma a pensarci bene mancava qualcosa per dare un gusto diverso alla serata. Ci sarebbe stata benissimo, che ne so, una bella spolverata di affari propri, magari.
Che è salutare, rinfrescante e favorisce la digestione.

Con affetto, sempre.

Natalia

 

 

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Home sweet home

 

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Il ritorno a casa ha l’odore delle lenzuola che profumano di bucato fresco, del pane appena sfornato, della ciambella che cuoce in forno, ha la voce di mia madre e mia zia che si scambiano ricette dalla finestra e di quella premurosa di mio padre, ha il sapore unico delle brioche col gelato, delle granite fatte in casa, dell’immancabile parmigiana, della salsedine sulla pelle, ha il suono delle onde che si infrangono sulla riva formata di pietruzze che si fanno sempre più grandi, quelle pietre che sembrano così ostili per chi non ci ha confidenza ma su cui, per chi ci è cresciuto, camminarci a piedi nudi è un’esigenza, è l’eco di zoccoli trascinati nel silenzio delle strade assolate al ritorno dal mare.

É un frigo pieno, è una tavola apparecchiata, è famiglia. É riappropriarsi di una vita “normale”, o forse, è riappropriarsi di una vita.

Chi, come me, ha sempre sdradicato una parte di sé e l’ha portata altrove, piantando alberi che hanno dato i frutti dell’amicizia e dell’integrazione, chi forse ancora il suo posto nel mondo esattamente non sa quale sia,  chi appartiene a tutti i luoghi e a nessuno, solo qui riesce davvero a sentire il richiamo più profondo delle radici, solo qui sente il suo cuore battere all’unisono con le onde del mare, solo qui si sente davvero a casa. É un richiamo che ha qualcosa di selvaggio e di ancestrale, è un’esigenza, un bisogno da soddisfare.

É un allontanarsi con la mente e un restare incatenati con l’anima.

Il ritorno a casa è un grande abbraccio, è un dolce annegare nel liquido amniotico delle certezze affettive, è una regressione benigna e talora necessaria. Puoi crescere, sentirti autonoma, avere una casa o una famiglia tua ma “casa” sarà sempre questa, dove torni a sentirti ancora figlia o figlio. Dove, lasciate lontane le responsabilità e i pensieri quotidiani, puoi sentirti finalmente coccolata.

Non si fanno sconti nelle case del Sud:  come il mare che trascina con sé le sue pietre tornare è essere investiti da una mareggiata che stravolge tutte le tue abitudini e ti rimette di fronte alle “regole” della famiglia. E anche se a volte è pesante da gestire, anche se a quarant’anni ti trattano come tuo nipote di tre, la verità è che nella vita non esiste fortuna più grande di una famiglia in cui ritrovarsi e perdersi, in un amore che a volte sembra soffocante ma che resterà sempre l’amore più grande della tua vita.

(Natalia)

 

 

 

 

 

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Il senso vintage della gelosia

 

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Tempo fa sono andata da Furla per utilizzare un buono regalatomi al compleanno. Mentre mi aggiravo un po’ disorientata tra borse di varie fogge e colori, la commessa mi è venuta in aiuto, prodiga di consigli e suggerimenti. Peccato che a un certo punto mi abbia piazzato davanti una borsa a secchiello. “E’ dagli anni 80 che non si vede”. “Grazie a Dio” avrei voluto risponderle. “Se non si vede dagli anni 80 un motivo ci sarà”. No, grazie, rifiuto l’offerta e vado avanti. In quel momento mi sono trovata a pensare che anche un altro rigurgito vintage, come il secchiello, è tornato di moda, insieme al kajal bianco (che peraltro adoro) e ai pantaloni a vita alta. Di obsoleto e anacronistico sono rimaste solo le spalline e la permanente. E la gelosia. Sì, perché se già la gelosia (quella morbosa intendo, non quella sana) è un sentimento che racchiude in sé una forte contraddizione, e ha poca ragione di esistere, figuriamoci in questo momento storico, dove l’iperconnessione lascia poche possibilità ai malati del controllo.

Dalle confidenze che mi fanno i miei amici sulle loro fidanzate psicopatiche, ho scoperto che ci sono donne talmente dedite allo spionaggio informatico che in confronto Assange è un dilettante. Ad esempio, si copiano i contatti del fortunato partner sul loro telefono e fanno controlli incrociati guardando chi dei sospetti è on line mentre lo è anche lui, studiano i tabulati telefonici per vedere se risultano telefonate di durata superiore agli standard consentiti, spiano stati di whatsapp e profili Facebook alla ricerca di indizi o tracce. Gli uomini non finiscono mai di sorprendermi. Io a gente così, che starebbe benissimo in un film di Hitchcok, avrei fatto immediatamente un TSO. E invece loro queste se le sposano pure. Del resto, la “folie à deux” è descritta anche nei manuali di Psichiatria.

Potrei stare ore a disquisire sui concetti di fiducia e rispetto su cui dovrebbe basarsi ogni relazione sana, sull’importanza della libertà individuale che è l’unico strumento di crescita per la coppia, dei presupposti sbagliati con cui partono unioni destinate, secondo me, a fallire. Ma non è questo il momento, perché adesso, più che le implicazioni di ordine ideologico e morale, mi interessano quelle pratiche.

Benedette figliole, ma come diamine fate? Dove diavolo lo trovate il tempo?

Io a stento riesco a stare dietro alle bollette. Ho non so quante pratiche in sospeso sulla scrivania che non riesco ad evadere, se non fosse che quel sant’uomo di mio padre mi ricorda tutte le scadenze devolverei il mio stipendio in more e sanzioni amministrative. Fare pure l’hacker? Anche no, grazie. Se stai bene con me resta, se vuoi cercare altro la porta è sempre aperta. Manca solo che devo stare a controllarti quando esci e quando entri chè già mi esaurisco a stare dietro al gatto. Con chi ti colleghi con chi chatti dove sei quando non sei on line. Mi viene già il mal di testa.

Ma scusate, davvero riuscite a controllare il vostro uomo h24? Ripeto che “iperconnessione” è il termine che meglio identifica le relazioni sociali di questo momento. Tesoro, basta che ti sei distratta un attimo per sistemarti il rossetto, e quello ha mandato quattro messaggi, risposto a due whatsapp, messo sette like, sbavato su due foto in costume e ha cancellato ogni prova. Perché, ovviamente, se tu gli stai dietro come un setter, ha imparato a farsi furbo. E poi sinceramente io mi fiderei più di un uomo che se vede passare una bella ragazza fa un apprezzamento “lecito” che di uno che finge disinteresse, soffoca i suoi commenti e poi magari esplode in altro modo! L’integerrimo palesemente finto che poi a quella stessa ragazza o a un’altra, i complimenti glieli fa in una bella sessione live. Io al mio fianco vorrei un uomo, non un cagnolino ammaestrato. Perché di più bello di sincerità, libertà di essere se stessi e condivisione davvero non c’è niente.

Rassegnatevi al fatto che le storie sono una sorta di roulette russa: o la va o la spacca. Ma non sarà mettendo in atto sofisticate tecniche investigative, che riuscirete a deviare il destino della vostra pallottola. Quindi adesso, giovani “hackerette”, risparmiate il vostro tempo e impiegatelo per dedicarvi ad attività più produttive, tipo imparare a cucinare. Sono certa che con una bella parmigiana riuscirete a tenervi stretto il vostro lui, molto più che conducendo interrogatori in stile Law & Order.

Con affetto,

Natalia

 

 

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Quella incoercibile esigenza di amare

 

eros-thanatosHo appena finito di leggere un libro regalatomi da una mia cara amica e da lei stessa brillantemente recensito, come solo la sua  penna sa fare.

“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” è il debutto come scrittore di Tonino Zangardi, regista e sceneggiatore, lanciatosi in un’esperienza che, grazie al potente strumento del passaparola, si è rivelata estremamente positiva e gli sta regalando successi e soddisfazioni. La trama accattivante, l’intreccio narrativo intrigante e la penna schietta e decisa ne fanno una di quelle letture che ti catturano lasciandoti col fiato sospeso. É la storia di un amore, di una passione ai limiti, che travolge e distrugge con l’intensità e la forza di uno tsunami. Un amore che per vivere si nutre della morte: la morte della fiducia, la morte delle abitudini, la morte di quella parte di noi che teniamo in bella mostra nelle vetrine delle nostre vite e che ogni tanto spolveriamo e lucidiamo, se ci sono ospiti. E la morte, la Morte quella vera.

Amore e Morte, Eros e Thanatos, un connubio terribile che trova le sue radici  letterarie già in epoche lontane, forse perché di più ineluttabile della morte c’è solo la potenza di un richiamo a cui non ti puoi sottrarre, che ti risucchia e ti conduce in posti dove la ragione non ti avrebbe portato mai, spesso uccidendoti.
“Ogni storia che abbiamo abbandonato ha ucciso una parte di noi” scrive Zangardi. “Un amore finisce e tremi sola nel letto, poi ne nasce un altro e ti ritorna il sorriso. Come la morte e la vita che si inseguono, si raggiungono, riuniscono le mani: sono loro l’amore”
Leonardo e Giuliana, lui poliziotto trentenne, lei cassiera quarantenne: quelli che potremmo definire, usando un linguaggio “da strada”, una milf e un toyboy. Lei peró, prima di scoprire le gioie dell’amore vero e di abbandonarsi al piacere del sesso, una milf non si sentiva. Chiusa in una routine matrimoniale e in una vita di apparente serenità che si era costruita, avvolta da un’ovatta di sicurezza e stabilità che la metteva al riparo da dissesti emozionali e dal contatto col suo io più autentico, viveva fluttuando sospesa nell’atmosfera rarefatta della solitudine, perché a volte in coppia ci si può sentire più soli di quanto ci si senta essendolo realmente. Finchè incontra lui, e allora è una rivelazione: scopre se stessa, scopre chi è davvero, scopre la donna “puttana” che ogni donna può scoprire di essere quando si libera da inibizioni e retaggi moralistici e quando incontra la persona con cui riesce a esprimere la sua vera natura, godendo in pieno di quello scambio di sguardi, di fluidi, di vita, in un dare (e darsi) e ricevere che culmina con la fusione in un corpo e in un respiro solo.
E’ un amore che si consuma fino a distruggere, un amore a cui i protagonisti si aggrappano con tutte le forze fino alla fine, fino al momento in cui, proprio con quell’amore, si troveranno a dover fare i conti.
É sempre un mistero, l’Amore, e a volte arriva nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, nella forma sbagliata. Ma l’unico errore è quello di non abbandonarsi al suo suadente richiamo, è non muoversi per andargli incontro, restando invece fermi e impantanati nelle sabbie mobili dei “forse” e del “chissà se” fino a venirne risucchiati, per scoprire poi che l’unico, vero modo di sfuggire alla morte (o per fregarla, come canta Luciano) è vivere e amare. Sempre. E fino in fondo.

Natalia

PS La mia amica è la giornalista Iole Perito e il link dove potete trovare la sua recensione è questo:

http://www.mmasciata.it/opinioni/rubriche/5075_ritagli-maledetto-zangardi-quando-un-libro-e-unesigenza

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Mordere l’amore

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Ho da poco effettuato una delle grandi svolte della mia vita: sono passata ad Apple. Così, di botto, ho fatto entrare sia iPhone che MACBook, e le mie giornate sono cambiate. Ora vivo incollata al portatile come se fossi un marsupiale, passo le nottate a conversare con altri nerd apple-addicted sulle straordinarie potenzialità di iPhone 6 e di come si interfacci splendidamente col MAC, e la mia produttività è aumentata.

Eppure, quando avevo iniziato a coltivare l’idea di abbandonare Windows e passare a OS X, i detrattori di questa drastica scelta non sono mancati, adducendo a sostegno delle loro tesi le più svariate spiegazioni : “eh ma poi è incompatibile col resto” “eh ma poi si deve pagare tutto” ” eh ma per quanto costa ti prendi un…” e lì ognuno scatenava la sua fantasia.

Per non parlare del telefono. “Eh ma Android è meglio”. Android fa cagare. Diciamolo. E’ un ricettacolo di virus che manco nell’alto isolamento delle malattie infettive.

Il punto non è questo comunque. Il punto è quello che la mia amica Simo mi ha fatto notare, dopo aver letto un mio post di FB sull’argomento: adorando io le metafore (vedi post precedente), avrei potuto fare un interessante parallelismo tra relazione col PC e relazioni amorose.

E allora, partendo da questo presupposto, mi sono guardata intorno e ho trovato gente che si trascina con i suoi HP, Asus, Sony Vaio (se è stata più fortunata), su cui magari è montato Windows 7 e che continua a smadonnare quando il PC si blocca, quando l’antivirus non funziona, quando escono quei simpaticissimi messaggi di errore, quando il dispositivo sembra sia posseduto e più che un tecnico ci vorrebbe un esorcista.

Però ci riprovano. Perché è giusto riprovarci. Lo formattano, lo mandano in assistenza, lo sistemano, provano a installare un altro antivirus, ma niente, continuano a smadonnare. Perché cambiare sarebbe troppo complicato. E poi tutti i documenti e i file excel che fine farebbero?

Io vi capisco, eh. Anch’io sono stata osteggiata in famiglia nel mio passaggio a MAC. Mio padre non si rassegnava proprio. “Ma non è tanto vecchio, è peccato lasciarlo”. Peccato che desse i numeri e che ormai il livello di conflittualità fosse così elevato che, o si accendeva con l’alimentazione o si accendeva solo con la batteria. Insieme no. E a volte non si accendeva proprio. Era così dispiaciuto dal doverlo lasciare, mio padre, che addirittura si è ritirato una tastiera nuova non so da dove per sostituire quella originale, così piena di peli di gatto che poco mancava che facesse le fusa quando toccavi i tasti. Ma non ha risolto niente, ovviamente. E alla fine, il MAC, me l’ha regalato proprio lui.

Poi ci sono quelli che si accontentano. L’ho fatto anch’io in passato quindi non sto qui a giudicarvi. Volevo un tablet e ho ritirato una ciofeca da Amazon. La suddetta ciofeca, su cui girava il solito Android, ha pensato bene di prendersi non un virus, ma uno di quei batteri multiresistenti che devi trattare in ospedale con farmaci potentissimi. Dopo averlo formattato circa sessanta volte ho scoperto che il simpatico “animaletto” aveva un tropismo particolare per una app fondamentale, e automaticamente, spuntava ogni volta che mi collegavo a internet, scaricando le peggio cose. Ormai il tablet sembrava lo schermo del PC di un onanista esperto. Quindi il principio su cui si fondava la scelta “va bè basta che sia un tablet, alla fine funzionano tutti nello stesso modo” si è rivelato fallimentare. E poi, sinceramente, ho pure capito che, in realtà, non sapevo proprio che farmene di un tablet.

E poi non possiamo tralasciare quelli(e) che vogliono un iPad mini a tutti i costi. Alla fine, se non riesco ad avere il grande MAC, mi accontento di uno piccolino. Ma come, hai più di trent’anni e non ti sei fatta neanche un iPad mini? Però poi smadonnano quando la notte lo lasciano acceso e arrivano le notifiche o quando sono in giro e devono tornare presto per metterlo in carica.

Alla fine è sempre questione di scelte e di sapere cosa si vuole: da una relazione, o da un PC, e di capire se si preferisce continuare a spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere o decidersi a mordere la mela e abbandonarsi al “respiro” del MAC che vi cambierà la vita.

Applemente vostra,

Natalia

 

 

 

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La (bio)chimica dell’amore

 

Loredana-Manzi__L-incastro-perfetto_g“In biochimica, un recettore è una proteina, transmembrana o intracellulare, che si lega con un fattore specifico, definito ligando, causando nel recettore una variazione conformazionale in seguito alla quale si ha l’insorgenza di una risposta cellulare o un effetto biologico.”

E’ così anche per le relazioni d’amore: incastri perfetti o quasi, in cui ci si fonde per creare un’ unità indivisibile, nella quale ognuno mantiene la sua identità e perde un po’ della sua forma per dare al tutto una nuova e armoniosa conformazione che si chiama “noi”.

A volte capita di trovarsi ad essere il ligando di un recettore sbagliato, ma di volercisi legare a tutti i costi, forzando l’architettura fisiologica, cercando di farsi più piccola o più grande per riuscire a combaciare, snaturando se stessi, fissandosi su quei pochi punti di contatto dove le superfici sembrano aderire. Ma sono legami deboli, destinati a rompersi con facilità, a far staccare senza troppa fatica le due parti.

Oppure ci sono quelli che secondo te sono giusti perché, chissà perché, forse perché  qualche mattoncino di cui sono composti risplende particolarmente e ti piace così tanto che devi per forza provare a legarti. Ma invece di combaciare ci vai a sbattere contro, perché questi mattoncini sono assemblati in modo da non poter entrare in contatto in nessun punto con te, ma formano solo un muro contro cui vai a rompere  la tua testa dura. Questo muro si chiama spesso cinismo e anaffettività, e tu sei così testarda che tenti anche di scalarlo, ma niente, dall’altra parte solo il vuoto, in cui ti lanci e cadi, facendoti parecchio male (ma per fortuna madre natura ti ha dotato di ottimi ammortizzatori, anatomici e non).

E poi ci sono persone che sembrano simili a te ma alla fine scopri che siete stereoisomeri: stessa formula molecolare, ma proprietà diverse, uguali in potenza, opposti nella realtà, uno gira da un lato, l’altra percorre la strada opposta. Tu dici A e lui capisce B. Tu gli fai un complimento e lui pensa che lo sfotti. Tu ti vedi (nel senso di “immaginarti”) in un futuro con lui e lui si vede (nel senso di “vedersi”) con altre cinque almeno.

Altre volte si ha la pretesa di essere il farmaco salvavita di un’anima inquieta: si vorrebbe essere quella molecola che spiazza dal recettore i dubbi, le paure, le tensioni, i conflitti irrisolti, per poter dare una forma nuova al recettore stesso.

Ma forse quella proteina sta bene col suo ligando naturale: con le sue paranoie, che gli appartengono come gli aminoacidi di cui è composta, e non vuole o non ha bisogno di nessuna terapia, di nessun farmaco che le scalzi via.

In rarissimi casi selezionati si è così fortunati da trovare l’incastro perfetto, da incontrare quelle persone complementari con cui non hai bisogno di dare troppe spiegazioni, che sembra ti conoscano da sempre, con cui tutto è naturale e spontaneo, a cui legarsi sembra la cosa più fisiologica e ovvia del mondo. Come se dovessi solo seguire quel richiamo, quella chemiotassi, e assecondare quell’interazione e quel momento di trasformazione senza nessuno sforzo, senza pensare a cosa fare o cosa dire, a quale superficie scegliere per adagiarti. Perché quella superficie è anche la tua, quella superficie è parte anche di te e qualsiasi punto andrai a toccare la risposta sarà  sempre una meravigliosa reazione d’amore.

Forse adesso avete le idee più chiare, e non vi sentirete più tanto confuse quando qualcuno vi scaricherà con quella fantasiosa scusa evergreen del “non c’è chimica”. Prima di farvi dare il benservito, però, vi consiglio di far fare all’allegro scienziato un ripassino su anelli benzenici e isomeria, giusto così, per ricordare anche a lui cos’è sta benedetta chimica.

(natalia)