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La perversa sicurezza di un amore impossibile

 

 

attesa

Ho sempre avuto un amore impossibile a portata di mano.

Una di quelle belle storie – strane e difficili – che sai non ti daranno mai niente ma a cui ti aggrappi lo stesso.

Quegli amori che ti abbagliano così tanto da non farti vedere nient’altro intorno.

Spuntavano sempre dal mio cilindro, con l’ingannevole innocenza di un coniglio bianco e così, ogni volta che ho avuto l’occasione di conoscere persone normali (all’apparenza, almeno), io ero sempre altrove con la mente.

Nella dimensione dei se, dei forse, dei ma, delle sere passate ad aspettare un messaggio, dei risvegli con gli occhi spalancati sul cellulare, delle pazienti attese, delle bugie raccontate a se stessi.

Così concentrata da non riuscire a cogliere o riconoscere qualcosa di bello che mi passava accanto.

Da rifiutarlo con l’ostinazione di un bambino capriccioso. “Ma che volete da me?io ho il mio amore impossibile da vivermi e per cui consumarmi.”

Era il mio alibi per non crescere.

Era un’infantile presenza rassicurante.

Era il mio asso nella manica, il mio lasciapassare per l’infelicità, il mio schermo per preservare la mia solitudine.

Credo sia stata  quella la funzione delle storie che sono entrate nella mia vita da una finestra spalancata in un giorno di vento. Si sono intrufolate e, dopo aver sparpagliato e fatto volare tutte le carte, sono uscite via sospinte da quello stesso vento, lasciandomi a terra, inerme tra i miei perché e il caos delle mie stanze da mettere in ordine.

Con l’ennesima occasione, passata davanti ai miei occhi e lasciata andare, come una metro troppo piena.

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Dieci motivi per cui è fighissimo avere una seconda

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Si respira un’aria troppo pesante nella mia vita e, di riflesso, anche in questo blog.

Quindi, visto che troppa serietà fa male, ho deciso di alleggerire l’atmosfera con un post “cazzone”.

L’ispirazione me l’ha data un commento su FB di una mia amica. Un’amica strafiga: alta un metro e non so quanto (io non ci arrivo da quaggiù a vederla tutta), fisico mozzafiato, bellissima. Ma piatta. Carente in protuberanze. Portatrice di quella caratteristica fisica che gli uomini considerano un difetto e che per me invece è un grande, enorme, vantaggio.

E ora vi spiego perché:

  1. Puoi metterti sempre tutto quello che vuoi. Proprio tutto. Entri in un negozio, vedi una maglia che ti piace, trovi una S e via, senza neanche bisogno di misurarla. Puoi permetterti quei deliziosi vestitini con la schiena nuda o con scollature vertiginose che le altre possono solo sognare.
  2. Puoi uscire senza reggiseno se un giorno ti scoccia di metterlo o vai di fretta.
  3. Sai che gli uomini quando parlano con te stanno parlando proprio con te. Stanno guardando te e non “loro”. Rispetto alle portatrici di quinta hai un buon 65% di possibilità in più che stiano ascoltando quello che tu stai dicendo.
  4. Puoi risparmiarti quell’antipatico e poco elegante gesto di tenere bloccati i tuoi gioielli mentre salti sullo step. Puoi allenarti con qualsiasi abbigliamento in tutta tranquillità.
  5. Come il punto 1, ma per il costume. Dal triangolo al balconcino al push-up, puoi sbizzarrire la tua fantasia.
  6. Puoi indossare qualsiasi cosa senza correre il rischio di risultare volgare e attirare maniaci.
  7. Solitamente, a meno che una donna non sia Belen, o un’ altra extraterrestre, chi è poco dotata in latteria ha un notevole lato B e viceversa. Sui glutei ci si può sempre lavorare con l’allenamento e mantenerli tonici nel tempo. Il Lato B non sfiorisce se curato bene, sulle balconate, invece, è pieno di fiori avvizziti.
  8. Motivazione antropologica. Gli uomini che preferiscono le donne con un seno prosperoso sono ancora bloccati nella fase evolutiva di attaccamento materno. L’uomo più maturo apprezza le donne dai fianchi larghi che simboleggiano, a livello ancestrale, una migliore capacità riproduttiva. Ergo, le tettone attirano immaturi (va bè, gli immaturi li attiriamo anche noi, lo ammetto)
  9.  Il seno perfetto va in una coppa di champagne. A volte anche in un bicchiere di Spritz.
  10. La migliore strategia è sempre l’attesa. Le tette piccole vincono sul lungo termine. Se da adolescenti eravate complessate perché Madre Natura era stata poco generosa con voi, ora a quarant’anni potrete guardare le amiche maggiorate con i loro air bag afflosciati come dopo un frontale, tentare inutilmente di riportarli in vita con reggiseni contenitivi.

In ogni caso, seconda, quarta o quinta, ciò che conta è l’eleganza e il saper portare in giro con classe la propria carrozzeria 😉

Ma soprattutto, piacersi sempre per come si è!!!

abbandono · amicizia · amore · fine · mancanza · relazioni

Le tasche piene di sassi

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Ogni abbandono è un pezzo di noi che va via.

Un frammento di cuore, di animo, di vita che ci lascia.

E non importa se è durata un giorno una settimana o dieci anni.

E non conta se era amore, amicizia o non so cosa.

É sempre distacco, è sempre tristezza.

É mancanza, è vuoto, è ghiaccio che congela la tua anima.

E tu che dicevi di non sopportare gli abbandoni.

Invece sei stato il primo ad abbandonare.

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I wish-il tag dei desideri

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Sono nel mondo di wordpress da poco e ho-da poco-capito che anche WP è un’altra grande community. Oggi sono stata invitata a rispondere al mio primo tag 🙂
Il tag è “I wish-il Tag dei desideri“ creato dalla scrittrice Laura (https://raccontidalpassato.wordpress.com/) al quale mi ha nominato la simpaticissima blogger Chiara (https://chiarachiarissima.wordpress.com/)

Le regole sono le seguenti:
– Usa l’immagine del Tag e esprimi tre desideri;
– Cita il creatore del Tag
– Ringrazia chi ti ha nominato;
– Nomina almeno 5 o più blog.

Ringrazio Chiara (grazie davvero di avermi pensata!) e rispondo con piacere perchè è un tag bellissimo: in fondo cos’è la vita se non desiderio, aspirazione continua, sogno ad occhi aperti, magia?

Visto che quando mi è arrivata la notifica di Chiara mi trovavo intenta a lottare coi miei capelli ribelli tra spazzola, phon e piastra, il mio primo desiderio è avere capelli liscissimi. Quei capelli che restano lisci anche col 90% di umidità, quelli che non ti fanno sembrare Medusa quando si asciugano al mare, quei capelli così disciplinati che possono permetterti di fare pace con te stessa.

Il secondo (che poi in ordine di importanza sarebbe il primo) è che vorrei avere accanto tutta la mia famiglia, ma proprio tutta: genitori, zii, fratello, cognata, nipoti, cugini. Vorrei che la mia vita fosse una tavolata di Natale lunga 365 giorni.
Vorrei godermi mio nipote nei suoi attimi più belli, perché quelli non ce li ridà indietro nessuno, invece di farmi scendere le lacrime al telefono con mia madre perché tra me e loro ci sono 500 km.

E poi vorrei una cosa che è proprio un sogno, ma il nostro Aladino per il gioco di stasera mi concederà anche questo desiderio e poi magari, chissà, dirlo a voce alta porta fortuna. Vorrei che questa mia passione non restasse solo una passione ma diventasse una bella realtà.

É tutto. Ora tocca a me fare le nomination.
Non ho moltissimi “amici” su wordpress ma seguo con piacere alcuni blog, quindi nomino:

https://swottyduck.wordpress.com

https://quasi40anni.wordpress.com

https://animonewyorkese.wordpress.com

https://pietropontrelli.wordpress.com (Piero di Fotogrammi e Pentagrammi)

https://uaresovain.wordpress.com (Presa Blu)

Ringrazio ancora Chiara e la promotrice del tag e resto in attesa dei vostri desideri…<3

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L’amore amaro del mare

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Chi è andato via dalla propria terra conosce bene quella strana sensazione di sdoppiamento che porta a sentirsi con il corpo a una latitudine e con il cuore molto più a Sud. Lasciare i luoghi in cui si è nati e cresciuti a volte è un’esigenza, altre una necessità. Restare legati ad essi, come poli opposti di una calamita e sentirsi attirati in un richiamo selvaggio, violento, doloroso è quello che spesso spinge a tornare.
É una madre ingrata questa terra, una genitrice che non si cura dei propri figli e li costringe ad allontanarsi, continuando a tenerli stretti a sé in un legame morboso ed egoistico.
“Non posso darti niente, ma devi amarmi lo stesso” . É una richiesta disperata, un urlo che giunge dagli anfratti delle sue montagne e dalle profondità del suo mare squarciando il silenzio di vite ricostruite altrove. In un altrove che non sarà mai “casa”.
E chi se ne va continua ad amarla. La ama mentre aspetta fermo sul marciapiede di una stazione con una valigia in mano. La ama quando le sue lacrime confondono lo sguardo sulle infinite distese azzurre di cielo e di mare, la ama quando la vede farsi sempre più piccola, dai finestrini di un aereo con in mano un passaporto per un domani migliore.
La ama di un amore dolce e struggente, di quel sentimento che mescola rabbia e passione, che alterna morsi a carezze, distacchi a riavvicinamenti, rancore e perdono.
Continua ad emozionarsi davanti ai suoi tramonti, a inebriarsi dei suoi odori, a gustare i suoi inconfondibili e decisi sapori, a perdersi nei suoi racconti.

Schiavi ed amanti di una terra incantata e maledetta. Di un incantesimo che non riusciamo a spezzare. Di un’ipnosi da cui non ci riusciamo a svegliare.

Lei, perfida e ammaliante, furba e seducente, ogni volta si mostra a noi nel suo abito più bello, irresistibile nel suo fascino selvatico. Posa su di noi lo sguardo malizioso e sicuro di chi sa di averci in pugno e ci fa suoi con la sua disarmante bellezza, stringendoci in un abbraccio senza tempo.
Saranno i colori del cielo che, all’alba e al tramonto, dipingono un acquerello dalle tinte spettacolari, sarà il carattere inquieto e seducente dei sentieri di montagna, sarà la storia scritta su ogni pezzo di strada che i nostri piedi calcano ignari. Sarà il mare. Quella sconfinata e avvolgente distesa azzurra che resta sempre lì, ad osservarti e farsi osservare.

Quando cambiano le amministrazioni. Quando sembra di assistere un progressivo declino. Quando mutano i luoghi di incontri, quando chiudono i locali e ne aprono di nuovi. Quando le speranze di una rinascita sembrano perse per sempre. Quando le strade si svuotano. Lui rimane sempre lì. Immobile e pronto a pervaderti l’anima e a incatenarla a sé.
In fondo non ha colpe questo mosaico di borghi incantevoli, di boschi silenziosi, di paesaggi mozzafiato, di spiagge di ghiaia. É soltanto una vittima: di chi non ha saputo custodire la sua bellezza, di chi l’ha brutalizzata e ferita, di chi ha preferito occultarne la dolcezza per far venir fuori la rabbia.
E nonostante gli schiaffi presi e gli abbracci mancati alla fine tornano tutti. O cercano di tornare. Tornano e poi ti dicono “Tu non farlo chè te ne pentirai!”. Mi ricordano tanto quelli che ti consigliano, accorati, “Non ti sposare mai!”. Forse, chissà, certe scelte sono sostenute dalla stessa spinta autolesionistica.
La rinuncia a un futuro migliore, in un caso, la rinuncia alla libertà, nell’altro.
E -in entrambi i casi – davanti alla forza propulsiva dell’amore la ragione puo’ fare ben poco, se non arrendersi e andare a vedere cosa c’è al di là di quel muro che tutti vogliono scavalcare.
Perché quel salto il cuore lo farà lo stesso, prima o poi.

(Natalia)

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Chissà se una stella….

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Chissà dove vanno a finire i sogni che abbandoniamo, quelli che non abbiamo il coraggio di seguire, quelli che tradiamo per ascoltare chi crediamo più bravo di noi, soffocando la nostra voce interiore.

Chissà che fine fanno i desideri che rimangono tali, chiusi nel buio del nostro cuore, chissà se urlano e scalpitano per uscire a vedere la luce della realtà mentre noi facciamo finta di non sentire.

Chissà se le passioni che ardevano al fuoco dell’ entusiasmo e ora giacciono sepolte sotto la cenere della nostra indolenza possono tornare a divampare, se ci soffiamo su con un nuovo slancio.

Chissà se c’è qualche stella lassù stasera, dove abita il nostro sogno, che sia pronta ad attraversare il cielo per venire a illuminare i nostri pensieri più nascosti e dimenticati.

In questa notte magica in cui i desideri diventano realtà.

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Il mistero dei serial “lovers”

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C’è un mistero a cui la scienza non ha ancora trovato una risposta. Un mistero che appassiona antropologi e psicologi, un giallo che per le connotazioni esoteriche con cui si sviluppa ha la stessa portata di quello dei calzini spariti in lavatrice.

Lo sconcerto che ci assale quando eravamo sicure di aver messo a lavare quei bellissimi calzini rosa in coppia e invece ce ne troviamo solo uno, è una sensazione che ognuna di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. O almeno una volta a settimana.

Allo stesso modo, a molte di voi, sarà capitato di dover fare i conti con altre scomparse. Quelle relative ai soggetti di sesso maschile. Che, così come sono entrati nella vostra vita, dopo averle fatto fare (alla vostra vita, sempre) un giro in lavatrice e talora pure in asciugatrice, a un certo punto pensano bene di uscirne. Così, dalla sera alla mattina. Senza una spiegazione logica e plausibile. Anzi, senza una spiegazione proprio (e se no, che mistero sarebbe?).

La cosa più affascinante di tutta la faccenda è che gli stessi individui, prima di autodistruggersi e volatilizzarsi, per un certo periodo di tempo variabile, si sono prodigati in un effluvio di attenzioni e contatti, con modalità che definirei quasi compulsive,  fino a rasentare lo stalking.

Buongiorni, buonanotti, whatsapp, messenger, facebook, 2 di notte, 6 di mattina, “E tieni sempre acceso il tel che quando torno ti devo sentire” e “Come mai non hai risposto?” e “Non ti è arrivato il messaggio che ti avevo chiamato?” e “Ho detto qualcosa di sbagliato? Perché non rispondi? Ehi? Ci sei? Tutto bene?”

Nella totalità dei casi sono persone di cui tu ignoravi l’esistenza e che si sono materializzate nella tua vita col solo scopo di massacrarti le ovaie. Che poi, magari, all’inizio un po’ ti scoccia, poi ci prendi gusto, poi magari ti ci affezioni pure a sta “compagnia” e quando diventano una presenza fissa della tua vita, a un tratto ..POUFF!!! Svaniscono nel nulla!

Allora tu passi le giornate a interrogarti sui motivi della misteriosa sparizione, a passare in rassegna tutte le cose sbagliate che hai potuto dire o fare, andando a ritroso con la mente con un esercizio intellettuale che non saresti riuscita neanche a fare sui libri, a rileggerti tutte le conversazioni di whatsapp in cerca di un indizio, a cercare di ricordarti se-che ne so-magari un giorno sei uscita coi capelli gonfi per l’umidità o con lo smalto sbeccato.

Stai lì, esamini, rimugini, coinvolgi in questo delirio in cerca di risposte anche le tue amiche che devono stare a sorbirsi tutte le tue ipotesi, e che, per complicare le cose e generare altra confusione aggiungono altre teorie.

Adesso forse la scienza ci è venuta incontro, con la scoperta di Kepler 452b. Io sono sicura che lì ci siano forme di vita. Sono gli uomini che sono stati inghiottiti in un vortice spazio temporale e si sono ritrovati su un altro pianeta. Non trovo altra spiegazione. Se non quella che si siano spostati su un’altra bacheca o su un altro telefono per continuare il loro percorso di corteggiatori seriali.

(L’idea del pianeta gemello però, mi affascina di più 😉 )

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NO LIMITS

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Penso che ognuno di noi sia un embrione costituito da cellule “totipotenti”  in continua crescita ed evoluzione che, in qualsiasi momento, può trasformarsi e far nascere qualcosa di nuovo.

        Che possiamo essere qualunque cosa noi vogliamo.

Che la nostra mente ha potenzialità sconfinate e noi ne sfruttiamo le risorse solo per una piccolissima percentuale. Che gli unici limiti che troviamo nella nostra vita sono quelli che ci mettiamo da soli con i nostri “non posso” e “non ce la faccio”.

Io lo so. Lo so  perché mai avrei potuto pensare di essere quella che sono adesso: di scavalcare gli ostacoli delle mie paure peggiori e di lanciarmi in esperienze un tempo inimmaginabili.

E allora, a volte mi fermo a pensare alla mia “vecchia” vita, come in una sorta di sliding doors, a cosa sarebbe successo se fossi rimasta sotto le coperte protettive di di un nucleo affettivo e se mi fossi costruita un’esistenza confezionata, con la sua rassicurante stabilità e la sua tranquillità soffocante.

Penso alle persone che non avrei conosciuto, ai posti che non avrei visto, ai libri che non avrei letto, alle strade in cui mi sono persa e ritrovata, alle lacrime che mi sarei risparmiata, alla forza che da quelle lacrime è scaturita come una sorgente di vitalità sempre nuova.

Vivere soli non è sempre bello. A volte è pesante. Tanto. Ma è un potentissimo strumento di crescita che ti carica come una molla e ti spinge a lanciarti sempre più avanti. Quando ti rendi conto che puoi oltrepassare i tuoi limiti poi hai voglia di alzare l’asticella e fare di più. Diventa una sorta di droga.

Non credo più alla storia della natura, del carattere e se a volte, incoerentemente,  faccio finta di crederci è perché difendo qualcosa che non mi va di cambiare (la timidezza ad esempio: non chiedetemi di socializzare).

La natura è multiforme e ci permette di evolvere e adattarci a contesti e situazioni: si chiama sopravvivenza.

Per alcuni è facile, per altri un po’ meno. Il coraggio si sperimenta solo provandoci, magari poi si scopre di essere meno pavidi di quello che si credeva. Perché nella vita ad ogni passo troviamo un bivio, un’occasione, un’opportunità per scegliere di cambiare, o soltanto, di migliorarci un po’.

E la scelta è sempre e soltanto nostra.

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Per sempre

amore-sesso Lei. Grandi occhi blu. Profondi e languidi come il mare dentro cui scivolare a mezzanotte. Sulla superficie, a scheggiare di bianco la sconfinata distesa blu, affioravano, dal profondo, flutti di malinconia, che nervosamente si infrangevano sugli scogli ruvidi della sua anima.

Lui. Il viso segnato dalle cicatrici del passato. Lo sguardo perennemente volto verso l’orizzonte sfocato di un futuro migliore. Curvo sotto il peso della rassegnazione, incedeva con passo esitante verso di lei,  il suo presente.

Lei, le sue braccia lunghe per stringerlo a sé: pensava fossero così lunghe da poterci avvolgere anche la sua malinconia, il suo passato, la sua testarda incertezza.

Lui, al posto degli occhi due fessure attraverso cui potevi scorgere la sua anima, senza mai riuscire a vederla tutta. La fronte coperta di riccioli biondi,  inquieti e selvaggi, che urlavano al mondo il bisogno di essere rimessi in ordine.

Lui, lei e il loro destino.

C’era solo un posto in cui avrebbero potuto incontrarsi, un luogo senza tempo né distanze. Un altrove in cui danzare sospesi tenendosi per mano.

Lontano, lontanissimo…così  lontano che tutto, laggiù, poteva sembrare talmente piccolo da non fare più paura, un posto dove i chilometri diventano centimetri, gli anni diventano minuti, il buio si fa luce e la paura si trasforma in coraggio.

Un posto dentro di sé, in cui ritrovarsi  chiudendo gli occhi, fuggendo la realtà e abbandonandosi al sogno, per vivere, ogni volta, la magia di un momento che diventa  “per sempre”.

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Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio?

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Ho qualche piccolo problemino con la fiducia. Sì, quella cosa lì che tu credi a una persona e a tutto quello che dice. Istintivamente tendo a fidarmi troppo e subito. Sono un po’ come Alice nel paese delle meraviglie della furbizia, ma, non essendo io furba, in questo meraviglioso mondo mi muovo con grande difficoltà. Sono sempre stata negata con le bugie: sono affetta da una tendenza irrefrenabile alla sincerità, con  tratti talvolta patologici, che ha come diretto effetto collaterale il non riuscire a riconoscere la malafede in chi ho davanti. E’ un po’ come soffrire di una particolare forma di miopia: non ho gli occhiali per vedere quello che per le persone maliziosamente “emmetropi” sarebbe ovvio. É questa limitazione che mi porta a credere, piuttosto ingenuamente, che quando riveli a un altro essere umano la tua parte più vulnerabile, quando ti scopri ed esponi la nudità della tua anima, con le tue ferite, le tue cicatrici e le tue paure e quando, d’altro canto, sei pronta ad accogliere anche le confidenze e i tormenti altrui,  in questo reciproco fluire di intimità, quell’altro essere umano non possa mai farti del male, non volutamente almeno.

L’ho  pensato di tante, troppe persone. Persone che conoscevo da tempo e persone che conoscevo appena. E ogni volta, puntualmente, mi sono sbagliata. Perché un conto è un’idea romantica che sconfina spesso nell’idealizzazione, un altro è la realtà.

Allora adesso, dopo che sono andata a sbattere dovunque, e dopo che mi hanno tassativamente imposto l’obbligo di guida con lenti, ho pensato di prendere delle contromisure, e decidere di mettere un bel paio di occhiali.

Ma paradossalmente è diventato tutto più complicato. Forse l’oculista è stato troppo bravo: gli occhiali che mi ha prescritto hanno una risoluzione altissima, vedo tutto in modo amplificato e mi fisso sui piccoli dettagli. Forse perché se dai in mano uno strumento potente a chi non l’ha mai usato, lo maneggia con grossa difficoltà. 

Adesso per la paura di sbattere di nuovo cammino pianissimo e aguzzo la vista anche sulle indicazioni più piccole non facendomi sfuggire niente.

Mi ci vorrebbe un termostato della fiducia, un “fiduciostato” lo potrei chiamare, un dispositivo per variare automaticamente il livello di fiducia e adattarlo a persone e circostanze. Invece il mio impianto di fiducizzazione è di quelli antichi: on-off. Tutto o niente.

É una cosa strana, per chi si è sempre fidato, non riuscire a farlo più. Ha un non so che di innaturale, è una sorta di ostacolo che limita la libertà di essere me stessa.

O forse è solo un bene. E, come in tutti i cambiamenti che fanno crescere, alla fine è solo un po’ fastidioso. Come quando il dentista ti mette l’apparecchio e stringe gli archetti: all’inizio fa male, poi ti adatti e i denti si mettono a posto.

O magari chissà, ho solo iniziato a sviluppare il mio intuito e a dar retta a quei campanelli d’allarme che tutti sentiamo ma che spesso, volutamente, ignoriamo per crearci una realtà tutta nostra che ci renda felici.

Dimenticando però che la cieca ostinazione partorisce illusioni e la migliore compagna di un’illusione resta sempre la delusione…

 

 

 

PS Io non ho bisogno di occhiali: ho fatto il laser e ci vedo benissimo 😉