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Siamo etero. Purtroppo.

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Sto attraversando una fase drammatica della mia vita, sotto diversi aspetti. La mattina perdo un sacco di tempo per cercare di ricomporre i pezzi della mia faccia perennemente stanca e della mia testa frammentata in più pensieri. Consumo quintali di correttore e illuminante per mascherare le occhiaie. Lotto coi capelli che andrebbero tagliati ma non c’ho voglia. Poi arrivo a lavoro e la mia amica mi fa: “Ma sai che ultimamente ti trovo proprio bene? Ti vedo più bella!”. Che i complimenti sono sempre un toccasana, ma quando divergono fortemente con la realtà, come in questo caso, ti insospettiscono. Quindi alla terza manifestazione di entusiasmo per la mia forma fisica le ho chiesto, scherzando: “Oh, ma non è che, niente niente, ti stai innamorando di me?”. E lei, sgranando gli occhi ed esplodendo in una delle sue fragorose e contagiose risate : “Ma no! PURTROPPO mi piace l’uomo”.

Allora ho realizzato che in quel “purtroppo”  sta la chiave di volta del nostro dramma esistenziale. Cioè, siamo ormai intimamente e fermamente convinte che se non ci piacessero gli uomini staremmo molto meglio. Ce la vedremmo tra di noi senza sprecare tempo, energie e lacrime dietro allo stronzo di turno. Ma siamo così sicure? Io penso che sarebbe anche peggio. Le donne sono tremende. Molto più degli uomini. Almeno quelli ti fanno soffrire perché sono superficiali, leggeri, seguono i loro istinti più bassi. Ragionano solo con quelli, l’ossigeno non arriva al cervello e -signoreperdonali- non sanno quello che fanno. Noi invece sappiamo essere cattive se lo vogliamo, capaci di ferire consapevolmente e con lucidità da killer.

E poi, col talento che abbiamo nel selezionare con precisione chirurgica le persone sbagliate, mica ci innamoreremmo di quelle simili a noi, quelle con la nostra stessa sensibilità? No, no! troveremo di sicuro la più stronza. É ovvio. Magari pure un’indecisa etero.

Dice “Tra di noi ci capiremmo”. Non ne sarei così sicura. Noi non ci capiamo neanche sole. E poi mica siamo come gli uomini che hanno quei due tre schemi mentali, quei protocolli d’azione che ‘na volta che entri nel meccanismo sei a posto. No, noi siamo molto più complesse. Sai che tragedia musi contro musi, isterismi contro isterismi, sbalzi d’umore mescolati a mutismi.

Allora, nonostante tutto, dopo averci pensato un po’ ho deciso che quel PURTROPPO sarebbe da rivedere.

Rifiuto l’offerta e vado avanti. Anche se nella scatola troverò il solito invertebrato. O la solita checca eterosessuale.

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Chi trova un amico, trova un ostaggio

Viaggio nel controverso mondo delle delusioni d’amore femminili

(Preambolo. Questo è un post scritto da un uomo: nonostante siano di poche parole, ogni tanto la parola bisogna darla anche a loro, specie se la sanno usare in modo magistrale, con eleganza ed ironia, come in questo caso)

La scienza ha così sentenziato: l’amicizia tra uomo e donna non può esistere. Nel corso dei secoli, il genere umano si è sempre interrogato sulla natura del rapporto amicale che lega maschio e femmina. La “Cassazione” delle relazioni interpersonali, dopo un lungo percorso che ha attraversato guerre, carestie, morti da social network, in ultima istanza, con sentenza passata in giudicato, ha fatto luce su una questione che teneva col fiato sospeso milioni di persone nel mondo. Il giudizio è chiaro, inappellabile: l’uomo pensa solo al sesso. La violazione dell’articolo 69, comma 1, lett.b, del codice dell’amicizia getta ombre inquietanti sulle relazioni fiduciarie tra uomini e gentil sesso intercorse in più di duemila anni di storia. L’Associazione “Donne contro maschio alfa”, una volta appresa la notizia, ha accolto con viva soddisfazione questa prestigiosa vittoria del genere femminile: “Noi ve l’avevamo detto”.
Ci sono casi, però, in cui il rapporto empatico che si crea tra soggetti di sesso diverso esula dalla sfera prettamente sessuale. L’alchimia tra individui pensanti, basata sulla condivisione di idee, stati d’animo, interessi, mette in atto un circuito di emozioni che sfidano le certezze incrollabili della scienza. Il retaggio storico dell’uomo “sessocentrico” sembra sgretolarsi e ridursi in piccoli frammenti. Da questo momento inizia il cammino di fede, il viaggio di speranza nel controverso universo dell’amicizia femminile. Un vero amico che si rispetti, infatti, dev’esser sempre pronto ad intervenire in caso di emergenza, di codice rosso da “bastardo di turno”. L’uomo è prigioniero del sesso. L’amico è ostaggio della femminista vessata. E non c’è studio scientifico che tenga.
“Sai, Tizio si è comportato da stronzo”. Tu ascolti le paturnie, rifletti sula strategia da utilizzare, provi ad elaborare un comportamento consono alla situazione. L’imprevisto però, quando ci sono di mezzo le farfalle nello stomaco, è sempre dietro l’angolo. E la domanda fatidica non tarda ad arrivare: “Tu che avresti fatto al posto mio?”. Dopo i due secondi di riflessione concessi dall’amica, ti si illumina la lampadina nel cervello, trovi la luce in fondo al tunnel, ti compare la figura di Woody Allen. Lui, genio del cinema, avrebbe risposto così: “Ringrazio Dio di non avermi fatto nascere donna. Avrei passato tutto il giorno a toccarmi le tette”. La risposta, ovviamente, paleserebbe un limitato tasso di sensibilità. L’ostaggio, però, avrebbe sbagliato in ogni caso. Prima opzione: in presenza di scollature abbondanti sarebbe stato impossibile smentire empiricamente la scienza. L’uomo pensa ai piaceri della carne, l’uomo pensa solo al sesso. Seconda opzione: i seni da coppa di champagne, per ovvi motivi, complicano ineluttabilmente la situazione. Bisognerebbe fare leva esclusivamente sul curriculum accademico. Titoli di coda per la risposta “woodyana”. La soluzione, dunque, è una sola: mi comporterei come la Salerno Reggio Calabria. Nella risoluzione ‘ndranghetistica della vicenda, il tizio in questione dovrebbe sciogliersi in bitume, in maniera tale da rendersi utile al rifacimento del manto stradale. L’approccio meno invasivo, invece, porterebbe “maschio x” al glorioso ruolo di segnaletica nel tratto autostradale di cui sopra. La soluzione soft non è contemplata. La realtà riporta coi piedi per terra. Le storie d’amore sono un sentiero tortuoso, un viaggio pieno di ostacoli nel tragitto. L’amore è la Salerno-Reggio Calabria.
L’avvento della tecnologia, purtroppo, ha trasformato, quasi rivoluzionato, la natura dei rapporti umani. Facebook è diventata la piazza di riferimento di aspiranti coppiette da bastone da selfie; whatsapp è la moderna Gestapo che controlla ogni movimento del soggetto verso cui si prova interesse; Skype è la stanza delle perversioni, dell’amore senza sfumature, dell’uscita Usb come filo conduttore del rapporto di coppia. In tempi moderni, la preoccupazione massima dell’amica è la seguente: “Ha visualizzato, ma non ha risposto”. La domanda sorge spontanea: ha visualizzato la zona giorno o la zona notte? Il silenzio sulla zona giorno cela un disinteresse verso la figura, l’estetica della persona. Risponderà, amica mia. Con calma, ma risponderà: ti dirà che sei di una simpatia travolgente. La questione zona notte è molto più semplice: il tizio ha visualizzato la mercanzia, ma non ha risposto. L’ansia da prestazione, la condivisione pubblica del voto delle attività goderecce, il possibile autoscatto in bagno, certificano la nascita di un amore platonico. L’ostaggio è finalmente libero. Il prezzo del riscatto è il tesoro che si trova nella fortezza dell’amicizia.

Elmo Cretino(a)

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Posso dare un’occhiata (nella tua vita) ?

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Riguardo ad alcune questioni spinose e di difficile risoluzione ho deciso di cambiare prospettiva.

Ad esempio, se una persona sparisce, non mi chiedo più perché l’abbia fatto, piuttosto mi interrogo sul perché abbia deciso di entrare nella mia vita.

Una sottile, ma fondamentale, differenza.

C’è un negozio di oggettistica e articoli di arredamento shabby che adoro. Ogni volta ci entro, guardo tutto e poi, puntualmente, esco a mani vuote salutando con un “Grazie, arrivederci”.

Più o meno la stessa dinamica delle persone che entrano a fare un giro nelle stanze della tua esistenza, toccando, guardando, chiedendo i prezzi e alla fine ti salutano con un arrivederci e grazie, senza neanche darti il tempo di mostrare loro quel vaso antico, rifinito a mano, conservato in un angolo nascosto, perché troppo delicato.

Il più delle volte, neanche salutano. Nè arrivederci, né grazie. Escono alla spicciolata come se si vergognassero di quel giro infruttuoso.

Lo so: comprare non è obbligatorio, guardare e farsi un’idea della merce è un diritto di tutti gli acquirenti. Ma a volte già si sa che non acquisteremo niente e che che quell’aggirarsi tra tazzine e teiere è solo un modo per passare una mezzora diversa in una mattinata libera.

A volte ci si potrebbe limitare a scrutare le vetrine, senza creare false aspettative nei commercianti. Ma le vetrine stesse sono allestite per fungere da richiamo.

Forse è questo il punto. Forse, chissà, magari ciò che esponiamo in vetrina alla fine non corrisponde con quello che abbiamo dentro?

Forse dobbiamo ammettere che qualcuno voglia entrare solo per “dare uno sguardo”, accettando implicitamente che poi possa pure uscire senza aver comprato niente?

Non lo so. Certo è che ormai sono diventata una maestra Zen dell’accettazione, chè tanto, stare a scervellarsi sulle motivazioni degli altri non porta a niente, se non a perdere tempo ed energie, ma, a volte, mi piacerebbe fare un giro nella testa di questa gente.

Per poi uscirmene, a mani vuote, con un “Arrivederci e grazie”.

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L’amore non è un punchball

Ho preso consapevolezza che uno dei motivi per cui sono come sono,  una delle origini del mio essere disfunzionale nelle relazioni, è il modo in cui mi hanno insegnato a rapportarmi con gli altri.

Okay, non bisogna essere allievi di Freud per capirlo, ma tra SAPERE con la testa e CAPIRE col cuore passa una bella differenza.

Quando sei, non solo la primogenita, ma anche la prima dei nipoti, quando cresci in una famiglia dove la priorità è comportarsi bene e fare bella figura con gli altri e il tuo desiderio di essere “vista” e “ascoltata” passa in secondo piano, finisci per vivere una vita che non è la tua. Finisci per non vederti e non ascoltarti neanche tu.

Vivi seguendo le regole del “Devi capire, sei la più grande”. I più piccoli vanno capiti. A loro è concesso tutto, i più grandi invece non possono permettersi di manifestare rabbia o emotività. Devono solo capire e comportarsi da grandi. Ma, loro, chi li capisce?

Ti carichi di un’eccessiva responsabilizzazione che a quell’età è un peso forse troppo grande da portare.

E così, diventi eccellente in alcune aree, che ti permettono di accontentare le aspettative altrui e sentirti accettata, mentre altri aspetti della tua vita piano piano perdono vitalità e muoiono senza che neanche tu te ne accorga.

Passi una vita cercando di capire i bisogni degli altri e a un certo punto dimentichi quali siano i tuoi.

Giustifichi, accetti, passi sopra, metti in secondo piano tutte quelle che possono essere le tue richieste emotive, metti da parte te stessa.

Diventi bravissima. Riesci anche a prenderti colpe che non hai pur di difendere e giustificare chi ti ha ferito, ingannato, umiliato, chi si è preso il tuo cuore e l’ha messo in un tritacarne.

Fin quando non ce la fai più. Fin quando non ti accorgi che amare (e non intendo solo il partner) non corrisponde necessariamente ad essere accondiscendente. A capire tutti, perché così ti hanno insegnato, perché  “dai- sei la più grande-non puoi metterti a fare i capricci pure tu”. Perché hai paura che, se non lo fai,  potresti perdere chi ami.

Ma così facendo perdi solo te stessa.

Non è questo l’amore. L’amore è bidirezionale. Non è un punchball su cui gli altri possono sfogare la loro aggressività, perché tanto tu sei sempre lì, pronta a parare il colpo e ad assorbire tutta quell’energia negativa.

No, non va così.

E adesso, forse, l’ho imparato.

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Il destino: che simpatico umorista!

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“Il destino ha la sua puntualità” cantava Liga, nella sua meravigliosa “Lettera a G”.

Evidentemente il mio deve avere qualche problema con gli orologi, oppure, come me, si confonde sempre quando deve puntare la sveglia.

Fatto sta che la mia vita, ultimamente, sta mostrando un esagerato e forzato senso dell’ironia. Come quei comici che non suscitano una particolare ilarità nella platea e ridono da soli alle loro battute. Che tristezza.

Il mio destino è un po’ così. Mi fa incontrare le persone giuste nel momento sbagliato, le persone sbagliate nel momento giusto, le persone sbagliate nel momento sbagliato. Ma mai le persone giuste nel momento giusto.

Ed è così simpatico che, a volte, per dare prova della sua brillantezza e genialità, tira fuori dal cilindro un coniglio di razza (veramente non so se esistono i conigli di razza) : uno di quegli amori impossibili per cui ti sei straziata il cuore, per cui hai versato così tante lacrime chè neanche sapevi potesse esistere tutte quel mare di lacrime, che ti faceva battere il cuore fortissimo, che ti chiudeva lo stomaco, o che lo trasformava in una gabbia per farfalle agitate. Proprio uno di quegli amori lì. O ex-amori. Perché quando il cameriere della tua vita te lo serve come dessert su un piatto d’argento, tu sei già all’ammazzacaffè. E i dolci neanche ti piacciono.

“Nessun dolore” cantava il grande Lucio. Io aggiungerei pure “Nessun piacere”. Nessun interesse. Nessuna emozione. Niente di niente.

Dopo anni in cui avevi sognato e atteso quel momento.

Destino, questa cosa che vuoi essere simpatico sempre e comunque ti sta sfuggendo di mano. Sei stato forse taggato per il Comic Awards Destiny? Se no non me lo spiego. Non potresti comportarti normalmente come tutti gli altri?

No perché, sinceramente, mi hai un po’ sfracellato i maroni.

Con affetto,

tua Nata

moda

#neverthedogshoes: la compilation

Le scarpe. Croce e delizia di ogni donna. Non importa se avete dovuto comprare una casa più grande per dar loro degna collocazione, non importa se i vostri figli ora dormono nello sgabuzzino perché, nella loro stanza, le vostre adorate compagne stanno più comode. Ci sarà sempre posto per un altro paio di sandali, di stivali o di zeppe, magari di un bel color turchese striato verde con sfumature di arancio che si intona a meraviglia con quel vestito agorafobico chiuso nell’armadio da cinque anni.

Eppure, le scelte di alcune donne in tema di calzature andrebbero giudicate con rito abbreviato dal Tribunale per i Crimini contro l’umanità.

Anche la moda purtroppo fa la sua parte, proponendo oscenità inindossabili e spacciandole per il trend del momento, ma una donna saggia si distingue per il buon gusto e il senso critico che dimostra al momento dell’acquisto.

Io proprio non sopporto di vedere, ai piedi di fanciulle più o meno giovani, cose che chiamare scarpe richiede un notevole sforzo di immaginazione, pertanto, mossa da questo disagio, ho deciso di stilare la mia personale top ten delle #neverthedogshoes.

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10. Le scarpe nate in origine come  basse che magicamente diventano alte grazie a un rialzo interno. All Star, Hogan, stivali. Le odio. Si vede lontano un miglio che hanno il trucco. Okay, sei un metro e cinquanta. Neanch’io ho lo stacco di coscia della Campbell, ma ci sono tantissime scarpe che puoi mettere, perché intestardirsi su una scarpa palesemente finta?

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9. Variazione sul tema. Superga o affini con la para sotto. Un colpo al cuore. Rovinatemi anche le Superga e distruggerete uno dei simboli della mia adoloscenza. Con che le mettete poi? Pantaloncini, gonne, jeans. Terribili sempremente e comunquemente.

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8. Ballerine. Ho ceduto al loro richiamo anch’io, anni e anni fa. Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore.  Efficacia contraccettiva superiore ai comuni metodi di barriera. Se non siete Carla Bruni io le lascerei nella loro scatola dell’oblio.

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7. Birkenstock e affini, sandalo francescano compreso. Ora rispondetemi. Siete incinte e avete i piedi così gonfi che potete mettere solo questi sandali? Siete in crisi mistica? La ruota non gira da un pezzo e state decidendo di avvicinarvi alla vita monastica? Ok, sono comode. Anche il divano lo è. Ma non va bene. E poi anche Dio disse ad Eva: “Donna, camminerai con gran dolore”.

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6.  Al punto 6 uno dei motivi di litigio tra me e mia cugina. Lei si ostina a mettere con i vestitini invernali gli stivali tipo Timberland con cui potrebbe tranquillamente andare a raccogliere funghi in Sila in una limpida e fresca giornata d’Autunno. “Non capisci niente!” ribatte di fronte al mio disappunto. Mi sono rassegnata.

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6. UGG. Uomini Girateci-al-largo Grazie. Gli orrendi stivali antistupro col pellicciotto dentro. Il quarto mistero di Fatima. Ammissibili solo per le eschimesi, non si capisce perché vengano indossate anche a latitudini prossime all’Equatore.

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4. Le scarpe “Masai”. Quelle calzature basculanti, formulate con un particolare brevetto  che teoricamente dovrebbe far dimagrire. Se vuoi dimagrire non mangiare. O vai in palestra. Ma risparmiaci il vederti girare con un vascello delle giostre ai piedi. Due buone notizie: dopo il boom degli anni passati si stanno estinguendo e anche la loro efficacia è stata messa  in discussione. Grazie al cielo.

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3. Per la serie “Ho visto cose che voi umani…” dal genio creativo di una certa Melissa: scarpe profumate in PVC. Costano un sacco di soldi, sono orribili e puzzano di Big Babol. Le scarpe di plastica solo per andare a mare, grazie.

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2. Le Crocs. Incommentabili. Orribili in ogni variante: dalla classica, a quelle impellicciate a quelle stile ballerina (quando al peggio non c’è mai fine). Odio profondo e imperituro.

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1. Non avrei mai creduto di poter togliere di mano- ops! di piede- lo scettro di reginetta delle scarpe di merda alle Crocs e invece sono arrivate loro. Non so come definirle. Le scarpe ortopediche. L’antipilo. Il funerale della femminilità. Il male fatto suola. Quando le vedi addosso a belle ragazze ti straziano il cuore. Dovrebbero venderle assieme a un pacchetto di sedute psicanalitiche in omaggio, così chi le acquista può finalmente scoprire di quale disturbo mentale soffre.

Avrò sicuramente dimenticato qualche mostruosità, potete aggiungerla voi.

…e ricordate che la vita è più bella se vista dalla prospettiva di un tacco 12! 😉

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Ogni promessa è un “forse”

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Mentre rientravo in macchina dalle mie ferie, facendo un po’ di zapping radiofonico, la mia attenzione è stata catturata dalla notizia del Papa che vuole semplificare e snellire le procedure per l’annullamento dei matrimoni. Con quali modalità deve ancora svelarlo. Forse fornirà la Sacra Rota di un POS, o introdurrà la rateizzazione del generoso importo. Vedremo. Fatto sta che di certo questa è una bella notizia. Non che io preveda marce nuziali in un mio immediato futuro, ma la storia del “Finchè morte non vi separi” mi ha sempre messo una certa ansia. Io li invidio proprio quelli che riescono a salire sopra un altare e giurarsi amore eterno. Che poi, il più delle volte, girino l’angolo e mandino un messaggio alla ex, o all’ex, poco importa, perché in quel momento hanno trovato il coraggio di affermare, con convinzione, “Per tutta la vita”.

Diamine, come siete bravi. Vi stimo proprio.

Io ho il terrore di tutto ciò che può essere “per sempre”, di quella inquietante sensazione di “non ritorno”, del definitivo, anche se è solo simbolico, perché poi, fortunatamente, c’è sempre un modo per tornare indietro da tutto, a un prezzo variabile però.

Io sono quella dei forse, dei “poi vediamo” dei “ti faccio sapere”. Ho sempre bisogno di riservarmi la facoltà di cambiare idea, di avere la possibilità, davanti a ogni scelta, del diritto di recesso, come nelle televendite.

Sono un’indecisa cronica. Cambio così tante volte idea che a volte neanche più mi ricordo qual è stata l’ultima decisione che ho preso, e in una sorta di delirio schizofrenico, mi sorprendo a chiedere a me stessa: “Ma quindi alla fine cosa avevo deciso?”.

Sono un’instabile patologica: ho sempre bisogno di una stanza lasciata senza lampadario, della cucina che “poi qualche giorno mettiamo una porta a vetri”, di una parete spoglia, di una valigia sempre pronta, di tutti quei segnali che dicono: “Sì, abito qua. Ma magari domani potrei vendere casa e aprire un B&B in Toscana”.

Tra le mie cose deve sempre aleggiare il senso della precarietà e dell’instabilità. É una necessità psicologica.

Io vado a mangiare fuori e se prendo la pizza bianca poi la voglio rossa, se la prendo rossa e uno dei miei commensali l’ha presa bianca penso che quasi quasi era meglio bianca. Se il cameriere passa con un fumante piatto di linguine allo scoglio entro in crisi e mi logoro perché ho preso la pizza.

Ogni anno, quando rinnovo l’abbonamento annuale alla palestra, aspetto sempre l’ultimo secondo, perché che ne so che può succedere in un anno, magari non starò più qui, chi può dirlo. Dove? Quando? Come? Sto qua da otto anni e ogni benedetto anno me lo santifico tutto in palestra. Mo dove penso di andare? Il fatto è che dentro di me devo sempre conservare un immaginario spazio per una via di fuga.

Oppure, un classico: per mesi non guardo nessuno, poi inizio a frequentare qualcuno e all’improvviso mi piacciono tutti. Gli uomini interessanti, che sembravano essere stati inghiottiti in un buco nero, vengono fuori come le lumache dopo una giornata di pioggia. Quindi iniziamo ad uscire in tre: io, il lui del momento, e il mio amico Dubbio, che non fa altro che sussurrarmi con la sua vocina fastidiosa: “Ma forse non era meglio quell’altro?”. Che rovina.

Sono una tragedia. Figuriamoci se riuscirei mai ad avere lo slancio per prendermi una persona in carne e ossa, nella mia vita, PER SEMPRE! Lì, sull’altare, nel momento clou della cerimonia, tra la commozione dei presenti e l’emozione di mia madre, mentre tutti sono lì ad aspettare che io pronunci il mio “SI'”, come minimo me ne uscirei con un: “Va bè vediamo, guardo i turni e ti faccio sapere!”

Non ce la posso fare. Di sicuro ho avuto qualche trauma che mi ha portato al terrore per la stabilità, ma io neanche quando ho avuto il tempo indeterminato ho esultato più di tanto. E questo la dice lunga.

Un trauma o, per chi crede agli oroscopi, sono  solo una disgraziatissima Gemelli in ogni cellula del mio organismo. La mia mente è un tatami dove Castore e Polluce si sfidano quotidianamente tra calci e parate. Una volta vince uno, una volta vince l’altro ma per ora l’unica cintura nera sono io. Cintura nera di indecisione. Campionessa mondiale di insicurezza.

Probabilmente dovrei eliminare uno dei due, ma per adesso non me la sento. In fondo sono dei rompicoglioni, ma anche parecchio simpatici.

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Love September

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Sono nata a fine Maggio, quindi, volendo forzare un po’ i conti, potrei essere stata concepita a Settembre. Non ho il coraggio di chiedere quindi lo do per buono.

Questo spiegherebbe il mio amore per questo mese. Il profumo di terra bagnata, le spiagge vuote, il desolante scenario postatomico, il lento e indolente ritorno alla routine, l’abbronzatura che sbiadisce e porta via con sè il colore e il calore di un’altra Estate.

Bisogna essere un po’ Settembrini dentro per nutrirsi di questa malinconia, per assaporare il gusto un po’ amaro delle cose finite, per apprezzare il piacere della solitudine.

Ma Settembre non è solo fine: è anche inizio, è attesa del nuovo, di quello che verrà.

É quella dimensione del “tutto può accadere”. Lo chiamano il secondo Capodanno. Io il Capodanno l’ho sempre odiato: di tutte le feste è quella che mi mette più tristezza, con quei conti alla rovescia, quei vestiti scintillanti e quell’allegria forzata che ha un retrogusto di tristezza. Allora se proprio devo scegliere un capodanno scelgo Settembre.

Settembre è la scelta del diario nuovo, sono le giornate che si accorciano, è quel giubbino di jeans che indossi la sera con pantaloncini e scarpe aperte, è il buio che ti sorprende in un bacio in spiaggia, è quello spazio temporale in cui ci siamo coccolati tra l’esame di maturità e l’inizio della vita universitaria, trascinandoci tra piazza e lungomare, tra amori finiti e nuove amicizie, tra la paura dell’incognito e l’entusiasmo per una nuova avventura, nell’ultima stagione di libertà prima di diventare grandi.

Da anni, da quando faccio questo lavoro che ti costringe ad una vita disallineata e sfalsata rispetto a quella degli altri, Settembre non ha più quel significato di connessione profonda tra fine e inizio, ma ne ha assunto uno diverso, ancora più speciale.

É quella settimana tanto attesa che mi regalo per godermi il mio mare o per fare un viaggio quando tutti sono tornati a lavoro. É ritorno a una situazione di “quasi” normalità, perché in fondo anche la routine è rassicurante: i corsi della palestra che riprendono, i turni massacranti che finiscono perché tutti abbiamo finito le ferie, i nuovi progetti che prendono forma anche se spesso resteranno solo idee.

Però è bello crederci, sentire quella spinta propulsiva verso il cambiamento, anche piccolo. E ricominciare portando negli occhi e nel cuore i colori e le luci di un tramonto mozzafiato o di una luna piena riflessa nel mare.

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Orgoglio e pregiudizio

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Se sei single tendi, fisiologicamente, a circondarti di quelle poche donne single che sono rimaste in giro. E così si creano amicizie basate sull’avere in comune questa cosa qua di non essere riuscita a trovare l’anima gemella (e su altre affinità, ovviamente) e si finisce sempre per parlare delle nostre storie. Quelle lasciate alle spalle, quelle consumate in fretta, quelle mai dimenticate. Si sviscerano le nostre modalità relazionali, i nostri incontri, il nostro modo di reagire a un rifiuto.

L’altra sera, ad esempio, con la mia amica E. si parlava di orgoglio. Lei dice che non ha mai cercato nessuno che è andato via, che è troppo orgogliosa per farlo, che lo farà quando sentirà che sarà la persona giusta per cui lottare e per cui mettersi alla rincorsa.

Io invece ho un rapporto strano con quest’orgoglio. Tendenzialmente sono quella che non vuole mai cedere per prima ma in tante situazioni l’ho messo e lo metto da parte. In contesti e con modalità diverse che si intersecano con differenti fasi della mia vita.

Anni fa non mi arrendevo, ad esempio. Ero una vera stalker: messaggi, mail, poesie. Anche perché la mia ingenuità era al top. Mica lo sapevo o lo capivo che gli uomini se si allontanano lo fanno perché si vogliono allontanare e basta? E che non è perché sono confusi, impauriti, hanno perso il telefono, hanno problemi esistenziali, hanno bisogno di qualcuno che lotti per loro.

No, non lo sapevo. E lottavo con tutta me stessa. Non mi arrendevo. Non mi volevo arrendere.

Poi finalmente ho aperto gli occhi e allora mi sono chiusa. E l’orgoglio è diventato il mio guscio, la mia protezione, la mia corazza. Arroccato su una montagna di “stavolta non mi freghi” dominava le mie emozioni e le mie pulsioni. Qualcuno sbagliava? E io subito a cancellare il suo numero, per castrare ogni possibile tentazione di cercarlo.

Da un po’ di tempo ho ripreso a cambiare di nuovo. Sarà la vecchiaia, saranno tante cose che ho imparato, saranno state le mie letture di psicologia, ma ora so che l’orgoglio è solo un ingombrante fardello, una zavorra che ti impedisce di essere felice. Ho scoperto che fare un passo in avanti verso chi, probabilmente, non lo merita, non mi rende più debole ma al contrario più forte. Perché tra il mandare un messaggio e ricevere picche, o peggio non ricevere risposta e lo stare a logorarsi tra mille pensieri, per la mia salute emotiva è decisamente meglio la prima strategia. Perché, questo l’ho imparato col tempo, qualsiasi cosa facciamo, anche quella che sembra una cazzata o una mossa ridicola, dobbiamo farla perché in quel momento fa stare bene noi e solo noi.

Le parole non dette, i messaggi non mandati, i “mi manchi” soffocati, ma anche i vaffanculo che restano sulla punta della lingua, ti fanno solo venire l’ulcera e a me basta quella mi faccio venire a lavoro.

Tanto, messaggio più, messaggio meno, arriverà comunque il momento in cui la parola FINE la avvertirete dentro di voi, quando una cosa detta o non detta, fatta o non fatta, vi farà cadere definitivamente le ovaie a terra.

Quindi spogliatevi di questo pesantissimo orgoglio e  se avete bisogno di sentire qualcuno o avete qualcosa di importante da dirgli, cercatelo. Anche se è un idiota.

…senza cadere di nuovo nello stalking 😉