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Ogni promessa è un “forse”

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Mentre rientravo in macchina dalle mie ferie, facendo un po’ di zapping radiofonico, la mia attenzione è stata catturata dalla notizia del Papa che vuole semplificare e snellire le procedure per l’annullamento dei matrimoni. Con quali modalità deve ancora svelarlo. Forse fornirà la Sacra Rota di un POS, o introdurrà la rateizzazione del generoso importo. Vedremo. Fatto sta che di certo questa è una bella notizia. Non che io preveda marce nuziali in un mio immediato futuro, ma la storia del “Finchè morte non vi separi” mi ha sempre messo una certa ansia. Io li invidio proprio quelli che riescono a salire sopra un altare e giurarsi amore eterno. Che poi, il più delle volte, girino l’angolo e mandino un messaggio alla ex, o all’ex, poco importa, perché in quel momento hanno trovato il coraggio di affermare, con convinzione, “Per tutta la vita”.

Diamine, come siete bravi. Vi stimo proprio.

Io ho il terrore di tutto ciò che può essere “per sempre”, di quella inquietante sensazione di “non ritorno”, del definitivo, anche se è solo simbolico, perché poi, fortunatamente, c’è sempre un modo per tornare indietro da tutto, a un prezzo variabile però.

Io sono quella dei forse, dei “poi vediamo” dei “ti faccio sapere”. Ho sempre bisogno di riservarmi la facoltà di cambiare idea, di avere la possibilità, davanti a ogni scelta, del diritto di recesso, come nelle televendite.

Sono un’indecisa cronica. Cambio così tante volte idea che a volte neanche più mi ricordo qual è stata l’ultima decisione che ho preso, e in una sorta di delirio schizofrenico, mi sorprendo a chiedere a me stessa: “Ma quindi alla fine cosa avevo deciso?”.

Sono un’instabile patologica: ho sempre bisogno di una stanza lasciata senza lampadario, della cucina che “poi qualche giorno mettiamo una porta a vetri”, di una parete spoglia, di una valigia sempre pronta, di tutti quei segnali che dicono: “Sì, abito qua. Ma magari domani potrei vendere casa e aprire un B&B in Toscana”.

Tra le mie cose deve sempre aleggiare il senso della precarietà e dell’instabilità. É una necessità psicologica.

Io vado a mangiare fuori e se prendo la pizza bianca poi la voglio rossa, se la prendo rossa e uno dei miei commensali l’ha presa bianca penso che quasi quasi era meglio bianca. Se il cameriere passa con un fumante piatto di linguine allo scoglio entro in crisi e mi logoro perché ho preso la pizza.

Ogni anno, quando rinnovo l’abbonamento annuale alla palestra, aspetto sempre l’ultimo secondo, perché che ne so che può succedere in un anno, magari non starò più qui, chi può dirlo. Dove? Quando? Come? Sto qua da otto anni e ogni benedetto anno me lo santifico tutto in palestra. Mo dove penso di andare? Il fatto è che dentro di me devo sempre conservare un immaginario spazio per una via di fuga.

Oppure, un classico: per mesi non guardo nessuno, poi inizio a frequentare qualcuno e all’improvviso mi piacciono tutti. Gli uomini interessanti, che sembravano essere stati inghiottiti in un buco nero, vengono fuori come le lumache dopo una giornata di pioggia. Quindi iniziamo ad uscire in tre: io, il lui del momento, e il mio amico Dubbio, che non fa altro che sussurrarmi con la sua vocina fastidiosa: “Ma forse non era meglio quell’altro?”. Che rovina.

Sono una tragedia. Figuriamoci se riuscirei mai ad avere lo slancio per prendermi una persona in carne e ossa, nella mia vita, PER SEMPRE! Lì, sull’altare, nel momento clou della cerimonia, tra la commozione dei presenti e l’emozione di mia madre, mentre tutti sono lì ad aspettare che io pronunci il mio “SI'”, come minimo me ne uscirei con un: “Va bè vediamo, guardo i turni e ti faccio sapere!”

Non ce la posso fare. Di sicuro ho avuto qualche trauma che mi ha portato al terrore per la stabilità, ma io neanche quando ho avuto il tempo indeterminato ho esultato più di tanto. E questo la dice lunga.

Un trauma o, per chi crede agli oroscopi, sono  solo una disgraziatissima Gemelli in ogni cellula del mio organismo. La mia mente è un tatami dove Castore e Polluce si sfidano quotidianamente tra calci e parate. Una volta vince uno, una volta vince l’altro ma per ora l’unica cintura nera sono io. Cintura nera di indecisione. Campionessa mondiale di insicurezza.

Probabilmente dovrei eliminare uno dei due, ma per adesso non me la sento. In fondo sono dei rompicoglioni, ma anche parecchio simpatici.

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5 risposte a "Ogni promessa è un “forse”"

  1. Se può esserti di supporto, a mio parere l’irresolutezza, con i tempi che corrono, è una gran virtù. Con la giungla e lo schifo che ci circondano, direi che pensarci più di due volte non è affatto un errore. Anzi. Complimenti per la sincerità. Anche questa è una gran virtù. Ciao, Pier☼

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