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Quando si diventa grandi

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Vi siete mai chiesti quand’è che si diventa davvero “grandi”? La prima mestruazione, la prima volta che si fa l’amore, i diciottanni, la patente, il primo stipendio? Io l’ho scoperto solo in questi giorni, qual è il momento esatto in cui si diventa grandi: è quando si smette di essere figli. É quando arriva quell’inversione di rotta nella nostra vita per cui siamo noi a doverci prendere cura dei nostri genitori, quell’attimo in cui tutto si rovescia e le ansie, le apprensioni, le preoccupazioni, le attenzioni che loro avevano verso di noi adesso vengono traslate in senso opposto.

É una sensazione terribile, difficile da accettare. É la triste presa di coscienza che chi ti ha dato la vita non è invincibile, che non potrà essere per sempre al tuo fianco.

Per chi, come me, non ha un compagno o una famiglia sua, per chi si è sempre appoggiata solo e soltanto a suo padre, riconoscendolo, forse, come unica e insostituibile figura maschile, questo momento assume una connotazione ancora più forte.

Perché sai che da adesso niente sarà più come prima. Anche se tutto è andato bene, anche se il peggio è passato, niente, dentro di te, potrà essere uguale a prima.

Prendi coscienza che tutto ciò con cui hai a che fare quotidianamente può capitare anche a te. Sei lì, che parli coi parenti, di angioplastiche e infarti, di enzimi e coronarografie, ed è come se tutto ciò che è relativo alla malattia, alla sofferenza, alle difficoltà familiari, lo vedessi attraverso uno schermo, come se fosse un film che finisce quando esci da quel posto.

Ma poi un giorno può accadere che quel film diventi realtà e allora dall’altra parte dello schermo si recita diversamente, con più pathos e con più angoscia. E tutto ciò che di solito si dà per scontato o sembra banale all’improvviso non lo è più.

Prendo atto, anche in questa circostanza non bella, che sono stata una persona fortunata e sto continuando ad esserlo, ma adesso sento che tutto è un po’  più difficile.

(Scusatemi per la tristezza di questo post, ma in qualche modo dovevo sfogarmi)

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Cosa resterà di questi anni ’80

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Avrebbe mai potuto immaginare, il (sempre) buon (anche se) vecchio Raf, che qualcosa di questi anni 80, non solo sarebbe rimasto, ma sarebbe riemerso dagli abissi, minaccioso come Godzilla?

La storia si ripete, come anche la moda. Corsi e ricorsi storici. Corsi di decoro e ricorsi al Tribunale del buon gusto, sarebbe meglio che fosse. Quando, da ragazzina, indossavo qualcosa appartenuta all’epoca della fanciullezza di mia madre, qualcosa da lei stessa archiviata nel cassetto della memoria con l’etichetta “roba vecchia” (oggi diremmo vintage), lei mi guardava con disapprovazione e disgusto ed esclamava: “Fou meu! Queste cose si usavano quando ero ragazzina io!”. Non ci trovavamo mai sull’argomento abbigliamento ma ora capisco che tutta quella repulsione forse era solo il frutto di un’associazione psicologica tra le mode che si riproponevano e un passato ormai andato.

Perché adesso, in questo salto generazionale, è arrivato il momento del mio disgusto.

Diciamolo, la moda anni 80 è stata obiettivamente una delle più brutte in assoluto. Però non so quanto questa obiettività sia falsata e contaminata anche da un atteggiamento di repulsione rispetto a tutto quello che sono stati quegli anni.

Soprattutto se li hai attraversati remando contro vento sulla nave delle adolescenti sfigate, col tuo apparecchio, l’acne giovanile e una portaerei come lato B.

Quindi vedere tutti questi rigurgiti anni ’80 mi provoca una certa inquietudine. Prima i pantaloni a vita alta, poi il risvoltino con le scarpe stile inglese (vedo le ragazzine entusiaste di questi acquisti e mi chiedo come facessi a metterle anch’io, con lo stesso entusiasmo), Carla Gozzi che dal suo blog dà consigli su come usare la gonna pantalone (la gonna pantalone, non so se rendo l’idea della gravità della cosa). Per scivolare precipitosamente nella deriva trash, stamattina, mentre da Caledonia cercavo un leggins-jeans -che ormai quelli normali non mi entrano più- ho avvistato, con grande sgomento, i jeans nero sbiadito, quelli un po’ grigio un po’ nero, un po’ marmorizzati ecco. Non sono neanche riuscita ad evitare che dalla mia bocca uscisse la poco elegante esclamazione: “No, grazie, quelli li odio!”

Ho solo pensato che presto sarebbe arrivata la fine.

Che a breve mi torneranno i brufoli, che la frangia diventerà un ciuffo tenuto su con quintali di lacca, che tornerò a essere una 46 (che poco ci manca) e che in tutti i selfie, anche quelli più fighi, mi spunteranno i baffi, come in una specie di effetto sul genere Ritorno al futuro.

Spero che qualcuno faccia subito qualcosa per questa incombente minaccia per la società: un’interrogazione in Parlamento, una manifestazione contro la permanente, uno sciopero per bruciare le bandiere fluo. Qualsiasi cosa.

Divertitevi con le vostre stranezze da passerella ma lasciate che gli anni 80 restino lì, dove il nostro Raf li aveva lasciati.

Per favore.

(foto da blog.cliomakeup.com)

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Solidarietà? Meglio la critica: è più radical chic!

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Non sono arrabbiata. Sono nauseata, sono schifata, sono inviperita. Sto qui inerme a vedere la mia terra che cade a pezzi e a vedere lo scempio che di essa stanno facendo, non solo le piogge e le frane, ma anche il “contributo” di media e di intellettuali d’assalto.

Scrissi un articolo sull’empatia, tempo fa. Era un’autocritica per chi fa il mio mestiere ma ora mi duole constatare che è un concetto astratto un po’ ovunque. Empatizzare è troppo faticoso, bisogna andare nel profondo, avvertire le stesse sensazioni che prova l’altro per condividerle. Richiede troppo spreco di energia: meglio continuare a galleggiare in superficie, nel mare dell’ovvietà e dei luoghi comuni.

Non è da tutti vedere le immagini di una Chiesa crollata a pezzi e pensare che per qualcuno essa è un simbolo, è il cuore di una comunità. Che si possa essere cristiani o meno è così. É stato il posto che ci ha visti crescere bambini e ragazzini, che ha dato spazio all’associazionismo, è il luogo in cui hai visto le tue amiche radiose sull’altare e in cui hai detto addio ai tuoi nonni. É una parte della tua vita e quelle immagini sono un colpo al cuore.

Però fa più figo dire “Ve la siete cercata” “Gli amministratori ve li siete scelti voi” “É tutto abusivo”

Facciamo finta per un attimo che sia vero. Significherebbe che adesso il nostro dolore e il nostro strazio non meritano di essere ascoltati, che un paese in ginocchio non merita di essere aiutato?

A me di solito quando arriva un paziente con un infarto che si fuma tutta l’Ilva di Taranto o si mangia un Mc Donald’s intero mica gli dico “Beh, che vuoi? Te la sei cercata” Gli salvo la vita e basta. Le considerazioni le rimando a dopo.

Sarà che per struttura mentale e deformazione professionale sono estremamente pragmatica e ragiono per priorità, so che c’è un momento per agire e uno per filosofeggiare o improvvisarsi opinionisti.

Perché quando in mezzo al fango, tra le lacrime e il coraggio di chi affronta un dramma, nelle mani della parte più bella di questo paese che lavorano con sacrificio aiutandosi l’un l’altro, riuscite a vedere solo il marcio beh, mi fate un po’ pena e vi trovo un po’ fuoriluogo.

Tutti carini voi dietro le vostre tastiere da professorini mentre c’è stato chi per filmare, documentare e garantire un’informazione seria e corretta è stato al freddo sotto la pioggia, mentre i giovani creavano una catena di solidarietà, mentre la paura per quel mal tempo che sembrava non finisse mai diventava terrore.

In tragedie come queste si dovrebbe sentire la vicinanza, non solo delle istituzioni, ma anche dei nostri fratelli e invece il fango diventa terreno di coltura per le banalità di chi proprio non può fare a meno di aprire bocca.

Le critiche sono sempre bene accette. Quelle costruttive però, quelle che possono apportare un contributo serio e non porsi il fine di distruggere con le parole ciò che non ha distrutto un’alluvione.

Non è mia intenzione passare al paradosso del negazionismo. I problemi ci sono, eccome. Ma c’è una parte meravigliosa di questa terra che lavora, lotta e vive con dignità e che è capace di farla risplendere.

Che non è collusa se non con la propria coscienza e con la voglia di cambiare le cose, nel suo piccolo.

“Eh ma si sa che in Calabria siete collusi con la mafia”  Ah bè, si sa, certo. Non si sa invece che in altri posti l’illecito è all’ordine del giorno, ma non fa notizia. Noto con piacere, comunque, che molta gente è stata investita della carica di Alto commissario per la tutela della legalità in Italia.

Per me la legalità è un concetto molto più ampio. É un modus vivendi che mi hanno trasmesso i miei genitori e di cui vado estremamente fiera. E quindi, lezioni di moralità da gente che per ottenere favori seppur piccoli, chiede al compare o all’amico dell’amico, non le accetto, grazie. Soprattutto mentre ho il cuore straziato.

Più che le analisi da opinionista da salotto e le considerazioni da talk show, ci sarebbe bastato un “Mi dispiace”.

Ma ripeto, fa meno figo.

Comunque sono speranzosa per il futuro: visto il consistente patrimonio di integrità morale che ho avuto modo di apprezzare in questi giorni, sono certa che questa società sarà sempre migliore. Senza noi calabresi, ovviamente.