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Capodanno…a ciascuno il suo!

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Pare sia arrivato il momento di organizzarsi per Capodanno. Il vestito sbrilluccicoso da scegliere, il tacco più aggressivo da tirare fuori, l’insofferenza di chi vorrebbe starsene a casa ma verrà trascinato in cenoni e locali, il tormentone “Che fai a Capodanno?”.

Io, anche quest’anno resto immune al virus del divertentismo e alla febbre da notte di San Silvestro.

Come da parecchi anni a questa parte, anche questa notte di San Silvestro la passerò in Ospedale. Coi mie sabot rosa al posto delle decoltè e una divisa verde al posto di un top argentato.

Niente cenoni, niente veglioni, niente freddo da prendere in piazza. Solo un turno lavorativo come un altro da condividere con chi ha fatto la stessa scelta di vita. Con chi, per una sera, trova in questi compagni di viaggio, un piccolo surrogato di famiglia. In una di quelle sere, in uno di quei posti, dove si costruiscono e consolidano i rapporti e si creano quei legami che solo le difficoltà che si affrontano insieme, giorno dopo giorno, possono creare.

E no, non è un’incetriolata per me (ho cercato un termine garbato per esprimere il concetto), non lo è affatto. Perché – davvero – c’è qualcosa da festeggiare?

Ansiogeni conti alla rovescia, tappi di spumante che saltano via, batterie di fuochi d’artificio, luci, schiamazzi, allegria forzata. Ho sempre trovato tristissima questa festa, l’ho sempre sentita distonica rispetto al mio stato d’animo. E non soltanto quando uscivo da anni particolarmente pesanti, ma anche in periodi di relativa serenità.

In quel film meraviglioso dal cast strepitoso che è “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana c’è una scena che, nella sua violenta tragicità, racchiude il significato di questa “festa” per chi, coi rumori e le luci accecanti della vita, non riesce ad entrare in contatto.

E’ una scena drammatica che mi è sempre rimasta impressa, uno di quegli attimi che entrano in risonanza fortissima con la tua anima, si attaccano e rimangono a galleggiare lì, nel mare in tempesta da dove riaffiorano le sensazioni e le emozioni perenni.

Mi rallegra questa controtendenza che vedo in un tentativo di ritorno alla sobrietà e ai valori più autentici. Forse, con troppo ottimismo, considero le ordinanze che vietano i botti, imposte da alcune amministrazioni un piccolo segnale di progresso e civiltà.

Spero che la gente riscopra la voglia di accendere le luci all’interno della propria anima e non all’esterno, in un fuori che è solo effimera vanità, che possa cogliere, nel passaggio di un corso della vita a un altro, il simbolismo del divenire e del progredire.

La vecchia usanza di buttare giù dalla finestra le cose vecchie potrebbe diventare l’allegoria per lasciarsi alle spalle vecchie abitudini, vecchie convinzioni, vecchi schemi comportamentali che, come le cianfrusaglie accumulate nei nostri garage, tolgono spazio vitale a pensieri positivi e armonia.

Vi auguro allora che quest’anno sia come una casa nuova in cui andare ad abitare, dipinta con il colore della speranza, arredata solo con le vostre certezze affettive e con un sacco di spazi vuoti da riempire: di occasioni, incontri, viaggi, libri, amicizie.

Vi auguro di riuscire a cambiare ciò che non vi piace e se non potete, di guardare solo il bello di ciò che avete.

Vi auguro di non dare mai niente per scontato, perché nella vita tutto è divenire.

E vi auguro di impegnarvi a creare il vostro anno e il vostro futuro, perché nessun oroscopo e nessun tappo di spumante che salta a mezzanotte o nessun conduttore al freddo, infagottato in un piumino col cappuccio peloso, con un’orchestra congelata sullo sfondo, potrà farlo al posto vostro.

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Uncategorized · vita

21 giorni

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Siamo al giorno 21.

21 è il numero di giorni necessari per cambiare un’abitudine, attraverso la costruzione di nuove reti neurali, indicato da Melz nel suo “Psicocibernetica” e ripreso da altri autori. E’ un concetto un po’ approssimativo e contestato da studi seguenti che hanno dato altri numeri, ma, tutto sommato, per quanto mi riguarda, i 21 giorni hanno sempre funzionato.

E ora sono al ventunesimo giorno della mia nuova vita e la vecchia mi sembra già così distante, un capitolo chiuso per tante cose, una sorta di dimensione onirica durata otto anni.

Distante da ciò che mi ha fatto male, dalle cose che non hanno avuto compimento, da un vecchio modello di comportamento.

Nel cuore sempre la vicinanza e l’amicizia dei momenti belli e delle persone speciali, ma adesso inizio a sentire mia anche questa dimora un po’ arrangiata, questo panorama, questi colori.

A non sentirmi spaesata e disorientata.

Sento quel frizzante piacere di guardare alla vita con occhi nuovi, di perdermi in strade sconosciute, di costruire, giorno per giorno, nuovi punti di riferimento.

In fondo il cambiamento è come una noce a fine serata davanti a un camino acceso: è un po’ una seccatura rompere il guscio ma quando inizi a deliziarti col suo contenuto non smetteresti mai…

 

 

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ErmAfrodite

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Avete presente le amiche con cui condividevate gioie e dolori e, davanti a una bottiglia di Negramaro, vi confidavate le reciproche delusioni e raccontavate le vostre (dis)avventure?

Ora sono felicemente sposate con prole, mentre voi siete ancora single. Tra di voi si è inevitabilmente creata una faglia lunga come quella di Sant’Andrea, un canyon, un divario incolmabile tra le differenti esigenze e posizioni.

Loro non riescono più a comprendere le vostre paturnie e gli ingranaggi maschili e voi ascoltate i loro discorsi su  pannolini e nottate in bianco con lo stesso interesse che la D’Urso potrebbe riservare alle pagine di Nietzsche.

Poverine, loro ci provano. Ci provano a colmare questo abisso, a bucare questa bolla d’incomunicabilità, ma l’unica strategia che riescono ad attuare è provare a portarti nella loro isola, nel loro mondo.

Ovvero trovarti un fidanzato. Un compagno. Un qualsiasi essere di sesso maschile che ti faccia uscire da questa fastidiosa condizione di single e magari ti faccia anche procreare, cosicchè, anche tu, invece di bere mojito e andare a ballare su un tacco 12, potresti passare notti insonni a bestemmiare in tutte le lingue del mondo e  prendere un the con le tue nuove amiche, mentre un simpatico pupetto ti vomita sul vestito nuovo.

Apprezzabile e nobile iniziativa, per carità. Solo che nel disperato tentativo di farti diventare “una di loro” le ragazze si disorientano, perdono di vista le tue caratteristiche, sembra non ti conoscano più e vanno a pescare in un bacino che ospita esemplari di ogni genere, che vanno dal disturbato al marpione incallito, creando non pochi scompensi nella tua vita.

Per fortuna il tempo è un signore, sempre. E allora passato il primo anno di entusiasmo ormonale e felicità prolattinica, cambia il registro musicale e la sinfonia si anima di altre note e altri ritornelli.

É il momento del “Beata te, non ti sposare mai!”.  Ti guardano come se fossi una “spierta” che ha capito tutto della vita, che non sa quale grande fortuna ha in mano e quasi quasi ti convinci pure tu che il merito di questa condizione privilegiata è tutto tuo.

Nessun uomo a cui fare da mangiare, nessuno a cui dare conto, nessuno che russa, nessuno che non ti capisce quando stai male, nessuna suocera.

Ma c’è un piccolo dettaglio da considerare in quest’inversione di rotta: la prole!

E no, i bambini non si toccano! “Se tornassi indietro li rifarei altre mille volte, non posso immaginare la mia vita senza di loro”

Eh, ma se diamo per buona la teoria che la cicogna non esiste, questi bambini da qualche parte saranno venuti, no? Con qualcuno li avrete fatti. E, non vorrei essere io a ricordarvelo, ma mi sa che li avete fatti proprio con un uomo.

Quindi, in definitiva: per quanto riguarda l’offerta “uomini” rifiutate e andate avanti, mentre il pacco dei figli non si molla.

Ci ho pensato e ho trovato le soluzione per voi:  partenogenesi o ermafroditismo.

Penso che in un futuro molto prossimo ci attrezzeremo anche per questo.

 

 

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New life in progress…

Secondo giorno nella mia nuova home.

L’ho un po’ personalizzata ma la sensazione di essere a casa è ancora ben lontana. Mi sento proprio come deve sentirsi un pesce fuor d’acqua, tirato fuori dal suo habitat e messo sulla riva a sbattere la coda, ma sono pronta a rituffarmi. Mentre cerco di sistemarmi mi vedo come una Lovely Sara rediviva, per chi ricorda la storia del cartone strappalacrime. Mi piace essere drammatica, ogni tanto, ma passare dall’avere una casa propria con tutti i comfort creati su misura, al doversi adattare in una casa altrui è una delle note più dolenti di questo cambiamento.

Le altre sono i mille dubbi, la nostalgia, la fatica di rimettersi in gioco.

Ho letto che è normale avere questo stato d’animo e che bisogna assecondare anche la voglia di piangere, che bisogna vivere giorno per giorno ma in questo momento confusione  e disorientamento annebbiano il resto.

I gattini sono in fase post traumatica, una nascosta perennemente sotto il piumone e l’altro pronto a scappare sotto il letto ad ogni passo sospetto.

Mi mancano i miei amici, le mie abitudini, le mie serate. É abbastanza dura, è un po’ un passare da una “solitudine” nota e familiare a una totalmente nuova con cui prendere confidenza.

Confido nel mio spirito di adattamento e cerco di pensare al bello di questa scelta che risplenderà quando la polvere del trauma sarà spazzata via.

Sono felice del clima lavorativo e non perdo di vista le ragioni che mi hanno portato fin qui, non ultima il malessere degli ultimi tempi e una vocina che mi sussurrava che era ora di dare un nuovo senso e un nuovo indirizzo alla mia vita.

Ma è dura lo stesso. Dopo otto anni è durissima, peró siamo felini: ci nascondiamo ma al momento opportuno sapremo uscire da sotto al piumone per goderci questa nuova vita!

 

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É un bel po’ che non scrivo su questo blog, ma gli eventi di quest’ultimo mese hanno totalmente travolto e stravolto la mia esistenza, non lasciandomi neanche il tempo di affacciarmi in questo spazio tutto mio che per me è vitale. Scrivere mi mancava, perché ne ho bisogno come l’aria, è il mio contenitore dove riversare pensieri ed emozioni che altrimenti esploderebbero.

Ne ho bisogno soprattutto ora, ora che, dopo otto anni, la mia vita sta per affrontare un nuovo reset per ricominciare tutto daccapo.

Ricominciare da dove tutto era finito, forse, con tante cose cambiate e tante rimaste uguali.

Io non sono più la stessa di otto anni fa ad esempio: non ho più l’incoscienza e l’entusiasmo dei trent’anni e mi trovo a fare i conti con un’emozione abbandonata da tempo: la paura.

Paura del nuovo, paura del futuro, paura del fallimento, paura della solitudine.

La felicità per un momento sperato si mescola alla malinconia e a questa strana angoscia, che come mostri si nutrono della gioia e la cannibalizzano.

Ricominciare di nuovo….iniziare una nuova tappa del mio ciclico girovagare, con l’amara consapevolezza di non aver mai messo radici veramente da nessuna parte.

Tornare alle radici reali allora, alle origini, a quell’unico nucleo di affetto possibile.

Fare le valigie, ancora una volta. Rimettere tutto in discussione. Abbandonare certezze per cercare di costruirne altre.

Sperare, ancora una volta, in un futuro migliore.