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Follia q.b.

Una delle costanti delle relazioni dopo i 30 anni è la paura. Perché ci si arriva con un bagaglio di delusioni, batoste e abbagli che se la vita fosse una compagnia aerea ti farebbero pagare una sovrattassa. Paura di soffrire, paura di sbagliare, paura di bruciarsi, paura di rischiare. Alla fine questa paura diventa come una pellicola che avvolge gli oggetti nuovi e, mentre li protegge, impedisce di vederne la reale lucentezza.
Tempo fa mi frequentavo con un tizio e dopo un po’ vinsi un concorso fuori.
Lui, perché era troppo presto, non si sentì in diritto di chiedermi di restare.
Io ci restai male avrei voluto che me l’ avesse chiesto.
E quindi alla fine soffrimmo entrambi finché non chiarimmo l’equivoco.
Sarebbe bello se ogni tanto si potesse lasciare da parte il buon senso e affrontare con un pizzico d’incoscienza e col trasporto dei sedici anni anche i rapporti in età più “matura”.
Saltandoci dentro senza paura di rompersi una gamba. Come chi cammina sui carboni ardenti, che non si brucia perché è profondamente convinto che non si brucerà.
Senza paletti mentali, senza limiti temporali, perché ci si può amare dopo una settimana e non essersi mai amati dopo anni.
Con quel pizzico di follia che l’amore richiede, quello che spesso ci ha fatto fare cazzate e ci ha messo nei guai ma che è il tocco che dà sapore ad un rapporto che altrimenti resterebbe sciapo e anonimo.
Se l’amore fosse un piatto il sentimento sarebbe la cottura, al punto giusto, la passione il peperoncino che vivacizza ed esalta il gusto ma senza quel pizzico di folle incoscienza che è il sale, quello resterebbe un piatto immangiabile.
E allora fatele queste cazzate e siate folli.

Folli q.b.
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Trova le differenze

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Trova le differenze. Tra una storia che funziona e una che non decollerà mai. Tra un rapporto reale e uno immaginario. Tra una cordicella sfilacciata e una fune solida. Tra il vuoto di un’inutile attesa e il caldo abbraccio di una certezza. Tra il crearsi illusioni e il vivere una relazione. Tra il camminare sul cornicione di una speranza o il muoversi a passo sicuro su un pavimento stabile.
La differenza si chiama presenza. La differenza è in quella cosa, scontata e banale per alcuni, ma che diventa opinabile per altri, quel qualcosa che si chiama ESSERCI.
Esserci sempre.
Dalle cose più piccole come il messaggio di buongiorno a quelle più grandi come il sostegno nelle scelte importanti. Nei momenti di spensieratezza e in quelli di difficoltà.
Ed è quando trovi una presenza reale che ti accorgi di quante volte hai sprecato il tuo tempo e la tua vita dietro a presenze fantasma. Ad assenze giustificate.
Perché, in fondo, dai, all’inizio è così: si aspetta. Si aspetta un messaggio, si aspetta una chiamata, si aspetta un segnale. Si resta in attesa giustificando la non presenza. Ci si arrampica su questo tentativo di rapporto come un bradipo un po’ appesantito su un albero. Si fa fatica. Si gioisce per un passo in più ma poi si cade precipitosamente.
Ci si dimentica di come sia fatto un rapporto vero. Che non è arrampicata ma è una camminata in riva al mare. A volte il passo diventa pesante ma basta darsi la mano per ricominciare.
Eppure tutti, almeno una volta nella vita, quest’aria leggera l’hanno respirata, perché poi se ne dimenticano continuando a credere che sia normale vivere con la dispnea?
La differenza è che le storie che funzionano le capisci dall’inizio. E sono maledettamente semplici.
Non devi stare a chiederti “ma chissà se lui…”, non devi fare screenshot alle amiche per ottenere interpretazioni sui suoi sibillini messaggi. Le storie vere non si alimentano del “ma sì, ha solo bisogno di un po’ di tempo”, del “sta attraversando un momento difficile”, o ancora peggio dei nostri sensi di colpa basati sul niente (ah ma se io non avessi detto o fatto questo o quello).
No.
Sono semplici e basta. Naturali. Fluide.
Sono presenza.
E la presenza non può rivelarsi occasionalmente, o a intermittenza come il relè della luce nelle scale.
La presenza è una lampada sempre accesa.
Ricordiamocelo.

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Peggio di San Valentino c’è solo San Faustino.

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Peggio di San Valentino c’è solo San Faustino.
Passate le 24 ore drammatiche in cui la dicotomia tra lo scompenso glicemico da overdose di fiori, pupazzi e cioccolatini e le ulcere da pH 1 delle schiere di disillusi, pronti a lapidare Cupido e le sue vittime, a colpi di illazioni e insinuazioni di presunte protuberanze cefaliche, ha monopolizzato le nostre bacheche, é adesso arrivato il momento della festa dei single.
La festa dei single. Come dire la festa di quelli a cui hanno rubato la macchina, o la festa di quelli a cui sono caduti i capelli.
Il fatto stesso che la si festeggi il giorno dopo San Valentino, a mò di sfregio verso gli accoppiati e gli innamorati, quasi a voler sbattere loro in faccia l’immaginaria convinzione che “però noi ce la passiamo meglio di voi”, la dice lunga.
Cioè, se ce la spassassimo davvero non avremmo bisogno del 15 Febbraio per ricordarcelo.
Poi la storia dei single per scelta. Esistono single per scelta? Se esistono credo siano più rari dei panda.
Più triste di avere un giorno dedicato ai festeggiamenti ci sono i festeggiamenti in sé: speed date, feste a tema, porta un amico, dammi i tuoi due fustini in cambio del mio Dash…insomma chi più ne ha più ne metta nel calderone della tristezza travestita da allegria e trasgressione. Che poi, se stiamo così bene, che bisogno c’è di inventare feste per conoscere possibili partner?
Incongruente.
Insomma, non é poi così divertente. Innanzitutto tutti ti additano tipo creatura aliena e guardandoti con occhio curioso ti chiedono perché sei single, che poi e un po’ come chiedere perché tua madre si chiama Concetta o perché hai il 37 di scarpe invece del 38. Allora, davanti alla banalità di tale domanda non puoi metterti a citare Osho, Jungh, Freud, o parlare dei tuoi conflitti irrisolti, né tantomeno elencare tutte le storie finite male che se no fai notte e il cristiano solo una cosa voleva sapere, allora devi rispondere con altrettanta banalità con la più classica delle affermazioni: “Eh non ho trovato la persona giusta!”
Ma il più delle volte non ti credono. Se hai un aspetto che rientra nei limiti del “passabile” credono che dipenda da te, che sei troppo esigente, troppo snob, troppo difficile.
E così, spesso e volentieri ti trovi invischiata in un’altra situazione per cui c’é poco da rallegrarsi dell’essere single: gente che ti presenta gente.
E lo fa con lo stessa attitudine e impegno di quelli che al compleanno ti fanno un buono regalo per non sforzarsi a pensare a cosa potrebbe essere adatto a te: l’importante è che tu abbia sto cazzo di regalo.
E poi, che fatica. Se purtroppo madre natura non ti ha regalato intraprendenza e sfacciataggine sei una figa di legno, se invece rincorri la scia di qualsiasi traccia olfattiva testosteronica, come un pastore tedesco in aeroporto, sei una zoccola.
Se parli troppo mamma quanto parli. Se parli poco non hai niente da dire.
E le difficoltà oggettive della vita quotidiana: bene che ti va dividi il letto con un gatto o con un cane, che per carità, riscaldano pure e non russano, ma diciamolo, a volte non basta.
Ci dobbiamo caricare l’acqua da sole (lo so, hanno inventato le caraffe che filtrano ma non mi fido).
Tua madre ti chiama ogni sera per accertarsi che tu non sia morta e nessuno l’abbia saputo e preme perché tu ti fidanzi perché in casa ci sia qualcuno se stai male (Louise Hay ci fa un baffo).
A casa tua sono tutti accoppiati, tra un po’ si fidanza pure la tartaruga di tuo zio e tu sei la pecora nera.
Tutti i tuoi coetanei sono accoppiati. Chi trova un amico single con cui cazzeggiare trova un tesoro.
Forse si dovrebbe festeggiare il fatto che nonostante delusioni, batoste, nottate passate a piangere, attese telefoniche, dopo ferite aperte e ricucite a fatica, siamo ancora capaci di dare qualcosa e di credere in qualcosa che non sia una scatola di cioccolatini o un numero di telefono.
Qualcosa di grande e reale. Ed è questo che ci frega.

 

 

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Maschile e Femminile

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Non sono una che ama esibirsi nella pratica delle citazioni ad muzzum e scomodare Osho per dispensare perle di saggezza, preferisco l’originalità espressiva, però mi piace leggerlo, perché da quando mi sono avvicinata a un certo tipo di filosofia vivo con molta più serenità.
Lungi da me il trasformarmi in una fricchettona love and peace, mi piacciono moltissimi degli spunti che trovo in questi testi. Giorni fa stavo sfogliando “I misteri dell’eros” e ho trovato una riflessione molto in sintonia sul mio modo di vedere il rapporto tra uomo e donna. Diceva che che la divinità Shiva è per metà uomo e per metà donna. “Ogni uomo e per metà uomo e per l’altra metà donna; ogni donna è per metà donna e per l’altra metà uomo. E questo è inevitabile, perché metà del tuo essere proviene da tuo padre e l’altra metà proviene da tua madre. Tu sei l’incontro di entrambi.”
Diciamo che è un po’ il senso del TAO, quel disegnino che raffigura lo Ying e lo Yang , che ai tempi del liceo riproducevamo coi pennarelli sui nostri zaini senza conoscerne effettivamente il significato.
Questa visione dell’unione tra due componenti l’ho molto sentita vicina perché credo fermamente che in ogni donna ci sia un lato maschile e in ogni uomo ci sia una componente femminile, che ovviamente devono stare nel giusto equilibrio.
Penso anche che purtroppo gli equilibri ultimamente siano stati un po’ sovvertiti e che, nelle donne, il maschile stia prendendo il sopravvento sul femminile. Cosa che, di fatto, ha contribuito ad aumentare le distanze e l’incomunicabilità tra due mondi già parecchio distanti. Abbiamo dimenticato che si può essere indipendenti, forti, consapevoli, autonome pur non rinunciando al lato più accogliente e accudente, proprio del femminile. Abbiamo deviato le nostre energie dalla cura dell’altro alla lotta contro l’altro, ci siamo impegnate ad ergere muri, costruire difese, creare maschere per apparire più forti e vincenti. Come se la forza si esprimesse in quel braccio di ferro in cui è l’orgoglio a dare la spinta per abbattere l’altro e non risiedesse, invece, nel coraggio di vincere paure e resistenze.
Ci siamo trovate davanti uomini che invece il loro maschile l’hanno messo in soffitta, insieme alle scarpe da calcetto, sotto gli scaffali dell’intraprendenza, a prendere polvere insieme a concretezza e progettualità.
Ci lamentiamo che non fanno più gli uomini ma neanche noi, in fondo, facciamo più tanto le donne. Colpa del nostro maschile esuberante che fagocita tutto il resto? Colpa delle mamme che poca educazione sentimentale hanno insegnato ai figli e li hanno cresciuti in una bambagia affettiva e, perché no, anche culinaria, da cui uscir fuori sarebbe un vero peccato?
Chissà.
Però, d’altro canto, ci sono uomini che esprimono alla perfezione il loro femminile e non hanno paura di farlo.
Sono gli uomini che sanno commuoversi, che sanno emozionarsi, che sanno manifestare i propri sentimenti, che rifuggono uno stereotipo distorto di “virilità”.
Gli uomini che non scappano davanti alle tue lacrime, perché anche loro le sanno fare uscire fuori, quelli che si incantano con te davanti ad un tramonto, quelli a cui dei rapporti mordi e fuggi, dei facili accoppiamenti, delle frequentazioni a tempo perso non importa niente.
Sono questi, quelli più uomini di tutti.
E, se per caso avete la fortuna sfacciata di incontrarli, non fateveli scappare.

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Il virus dell’Amore

L’amore, quando arriva, mica avvisa. Non ti telefona due giorni prima per concordare un appuntamento. Non ti manda un messaggio su whatsapp, una mail, una telegramma. Piomba all’improvviso nella tua vita, come la gente che ti citofona all’ora di pranzo o alle tre mentre stai facendo la pennica. Arriva e ti scombussola tutti i piani. É un gran maleducato questo amore, perché sparpaglia le carte, manda a monte progetti, stravolge le abitudini. Senza avvisarti. Di prepotenza. Chi ha ricevuto l’inaspettata visita dell’amore vi dirà: “É successo all’improvviso e mi ha scombussolato”. Cosa ti aspettavi? Un invito su Facebook? Partecipo, non partecipo, forse partecipo?
Tutte le cose belle arrivano all’improvviso, sconvolgono e stravolgono. Questa è la loro forza e la loro bellezza. “L’amore, quando arriva, arriva”. Come il Natale in una nota pubblicità di panettoni.
É come la varicella. Ma come, alla mia età? Eh, sì. Nessuno ti aveva mai detto che il Virus Varicella Zooster poteva venire a farti visita anche da grande? E hai voglia a prendere antivirali: sarà impossibile nascondere vescicole e pustole. Come impossibile è mascherare il cambiamento sul viso di ogni innamorato.
Varicella e amore non si possono nascondere, diceva Ovidio, che di amore se ne intendeva. O era forse la tosse? Beh, fa lo stesso.
L’amore è una virosi, e contro le virosi non ci si accanisce. Si lascia che facciano il loro decorso, si permette che ci facciano infuocare il viso con l’ esantema della felicità, che ci brucino con la febbre della passione, che ci tolgano le forze, che ci costringano a letto.
Volete sapere se esiste un vaccino? É ancora in forma sperimentale, ma pare non dia grosse garanzie, perché il virus dell’Amore è un po’ insidioso: muta di continuo il suo assetto genetico e trova il modo per attecchire, con la stessa furbizia di un gatto che vi sfugge mentre cercate di non farlo uscire.
Camaleontico, questo Amore. Si presenta nella forma più strana e distante dall’idea che avevate di lui e per questo vi frega.
Che so, voi siete pronti a combattere un virus XYZ e invece si presenta con la sequenza ZXY e vi confonde col suo aspetto apparentemente innocuo.
La sua forza sta proprio nell’effetto sorpresa.
É più forte di tutto, ora lo sapete. Della vostra volontà, delle vostre idee e dei vostri ideali, dei vostri pregiudizi.
Allora, tanto vale arrendersi.
Chè per le complicanze ci sono sempre gli antibiotici.

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