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Amore a 40 anni

Mi sono innamorata, un po’ di tempo fa. All’improvviso e inaspettatamente. Innamorata come credevo che non potesse più succedere. Così felice che mi sembrava di non riuscire a contenere tutta quella gioia e quelle emozioni. Un luminoso arcobaleno nella mia vita di temporali e fulmini che mi avevano stracciato il cuore. Così mi era sembrata questa cosa che sapeva di magia, così mi era sembrato lui. Ho scritto anche un post sull’onda di questo entusiasmo, un bellissimo post di cui confermo ogni singola parola. Perché, nell’amore, io continuo spudoratamente a crederci. Forse quello in cui non credo più sono gli “oggetti” dell’amore. Forse quello in cui non credo più sono le relazioni alla mia età. Avrei voluto scrivere anche un altro post, in cui parlavo di quanto fosse bello l’amore anche 40 anni. Non l’ho scritto. Non trovavo l’ispirazione, il momento, le parole. E magari non l’ho scritto perchè in realtà non andava scritto. Perché è inutile girarci intorno. A 40 non è come a 20. E’ tutto maledettamente più difficile. Troppi bagagli del passato, troppe paure, troppe esperienze negative, troppa poca voglia di mettersi e rimettersi in gioco, troppa poca disponibilità ad uscire dalla propria “zona di comfort”. E così, può sembrare tutto bellissimo all’inizio ma poi, all’improvviso, quando le cose diventano un po’ più concrete, quella bolla di sapone dentro la quale volavi a dieci metri da terra, esplode. Puff! E ti accorgi che è stata solo un’illusione.
É facile baciarsi, abbracciarsi, dirsi “ti voglio bene” ma se manca la volontà di andare oltre sono solo baci e carezze che restano in un letto. Frasi ad effetto che perdono ogni significato. Resti di un’illusione crollata a pezzi dopo un bombardamento di egoismo.
A 20 anni ci si bacia, si fa l’amore e si sogna un futuro insieme. Irresponsabilmente, liberamente, follemente.
A 40 ci si bacia, si fa l’amore e si ha paura di un futuro insieme. Distrattamente, consapevolmente e stupidamente.

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Anime fragili

Avevo iniziato un libro e poi l’ho abbandonato, come mi capita da qualche tempo a questa parte. Si chiama “Le persone sensibili hanno una marcia in più”. Quale? Quella che metti per buttarti da un precipizio? Sono ormai convinta che l’ipersensibilità sia una condanna. Come lo è essere profondi, essere introspettivi, essere eccessivamente sentimentali.
Perché è come essere pecorelle in un branco di lupi, è come essere uccellini sotto il tiro di un gatto annoiato. Siamo anime di vetro soffiato che pochi riescono ad apprezzare e maneggiare. Forse a volte nascondiamo la nostra fragilità mascherandola da durezza, così, chi “tocca” il nostro cuore non si rende conto della sua effettiva consistenza finché non l’ha frantumato.
Certe anime andrebbero sfiorate, accarezzate, custodite. E invece, finiscono in mille pezzi sulle mensole di chi ci ha voluto solo giocare.

bicchiere_rotto

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Teoria “stronzer”

gender

 

Ho elaborato una mia teoria sugli stronzi. Statemi a sentire che ve la enuncio. Richiama un po’ la teoria “gender”, per cui la chiamerò teoria “stronzer”.
Abbiamo visto che esistono gli eterosessuali convinti ( e tra loro una buona quota di omosessuali latenti), gli omosessuali (che fino a ora sono gli unici che sanno quello che vogliono) e i bisessuali (quelli che se la passano meglio in realtà, perchè dover scegliere quando “tu gust is megl che uan?”).
Allo stesso modo esistono altre tre tipologie di uomini:
Gli stronzi acclarati. Quelli che vengono preceduti dalla loro fama, i belli e dannati, i dongiovanni, gli irresistibii e irraggiungibili che trattano le donne come Kleenex.
In questa categoria inserisco la sottocategoria degli stronzi dichiarati. Quelli che, dopo il primo o il secondo accoppiamento, ti rivelano la loro idiosincrasia verso le relazioni stabili e intonano un gioioso inno alla vita da lupo solitario e al disimpegno.
In realtà in ciò esiste una contraddizione formale, lo ammetto. Perché se uno ti dice che è stronzo in effetti ti sta dando la possibilità di scegliere quindi tanto stronzo non lo è. Ma non sono in vena di sillogismi.
Poi ci sono i “bravi ragazzi”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati. Quelli che poi, finisce che li lasci tu (diciamolo).
Ma la categoria senza dubbio più interessante è quella dei “BIMORALI”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati.
Ma che all’occorrenza -cioè con te- si trasformano in adorabili stronzi da sbattere con la testa al muro fino a farli diventare carta da parati.
Io ho un talento tutto particolare in questo campo, nel far venir fuori lo stronzo anche dal migliore dei bravi ragazzi.
Cioè anche il più sfigato degli sfigati, quello che è sempre stato mollato, con me, magicamente ringalluzzisce e assurge a “trombeur de femme”.
Sono una sorta di Re Mida al contrario. E questa cosa, un giorno, qualcuno me la dovrà spiegare.

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Rabbia

“Sei ferma alla prima fase dell’elaborazione del lutto, e lì rischi di finirci” mi ha ammonito la mia nuova e preziosa “amica” virtuale. “Devi passare per forza dalla rabbia”.

“Ma io non ce la faccio a essere arrabbiata, non ci riesco, non voglio!”

E allora mi è venuto il destino in aiuto, con una puntualità e un tempismo folgoranti, facendomi trovare davanti alla scena che ho sempre temuto e che mai avrei immaginato di vedere, non così presto almeno.

E allora la rabbia è divampata come un incendio in un deposito di infiammabili, che si è mantenuto col vento caldo dell’odio.

Perché ti odio, sì. Lo so che non è molto zen ma ti odio. E odiarti è liberatorio, mi fa stare bene, mi fa uscire da quelle sabbie mobili di romanticismo estremo e di speranza dove mi sono infognata.

Ti odio perché hai distrutto i miei sogni, perchè hai sostituito con la tua pessima immagine reale quella ideale che mi ero fatta di te.

Perché sei un bugiardo come tutti gli altri.

Vorrei consumarmi in questa rabbia e in questo odio, vorrei che mi succhiassero ogni globulo rosso in cui si annida il mio pensiero di te, vorrei buttarci il cuore in questo incendio, per bruciarlo e purificarlo, vorrei distruggere i pensieri, i ricordi, le emozioni.

Vorrei che la violenza di questo sentimento potesse spingermi via da questa strada ormai impraticabile e buttarmi in un’altra strada, dove camminare a testa alta senza voltarsi indietro.

E soprattutto, vorrei che sparissi per sempre dalla mia testa e dalla mia vita.

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Fino alla fine

the-end

E’ stata una di quelle giornate tragiche oggi. Quelle in cui al posto della testa hai un’enorme pentola in cui ribolliscono tutte le emozioni e gli stati d’animo, come in un grosso minestrone: la felicità, la speranza, la delusione, lo sconforto, la tristezza e poi ancora la speranza e lo scoramento. Vengono a galla prima l’una e poi l’altra facendo a pugni in un vorticoso moto convettivo. Proprio come questo Maggio, dove si stanno concentrando tutte le stagioni in una settimana, ho visto concentrarsi in me tutte le stagioni dell’anima in un giorno solo. E alla fine ti senti spossata e intontita.
Poi mi sono ricordata di una cosa: che alle emozioni non bisogna resistere altrimenti prendono il sopravvento, ma bisogna adattarsi ad esse, aprire una diga e lasciarle passare in modo che non possano fare troppi danni.
E mi è venuto in mente un altro monito che spesso dimentico. Che almeno l’età e le esperienze passate ci hanno portato, non dico un po’ di saggezza, ma sicuramente qualche grande insegnamento.
Uno di questi è che assolutamente inutile preoccuparsi o colpevolizzarsi se non si riesce a mettere la parola fine a una storia. Perché, spesso e volentieri non dipende da noi: le cose vanno come devono andare e quella fine arriverà comunque, quando deve arrivare. Magari quando arriverà sarà cruenta e dolorosa, oppure farà il suo ingresso in sordina senza colpo ferire.
Ma è sempre uno spreco di energie lottare contro i propri desideri e ignorare le urla che vengono dal profondo del cuore. Il che non significa invischiarsi in storie a senso unico, arroccarsi su relazioni disfunzionali, inseguire chi fugge. No. Significa spogliarsi di una certa rigidità ed essere indulgenti con se stessi se ogni tanto si fa un passo falso. Perdonarsi se non si riesce a dimenticare.
Direte a voi stessi “Non dovevo farlo” o saranno le vostre amiche a dirvi “E’ ora di dire basta”. L’ho fatto anch’io tante volte, tentando di sostituirmi al giudizio e ai sentimenti di qualcuno che mi raccontava le sue sofferenze. Ma era utopistico e anche un po’ presuntuoso. Perché ognuno dentro di sé sa quando è arrivato il momento di chiudere.
Ognuno di noi ha un certo grado di resistenza agli urti e prima di capire le cose deve sbattere la testa contro la realtà un tot di volte. Ad alcuni basta un colpo solo, altri (tipo me) hanno bisogno di interventi reiterati, però poi ci arrivano.
Ma alla fine ho capito che se non arriva quella bella testata finale, ogni nostro sforzo di volontà è totalmente vano e inefficace.

Tanto quel giorno prima o poi arriva e, tutto ciò che possiamo fare, è scegliere di vivere il tempo che lo precede con serenità oppure con tormento.

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Sostanziale (in)differenza

Credo che una delle cose che in assoluto faccia più male, quando una storia finisce, è pensare che l’altro possa tranquillamente andare avanti senza di te. Che la sua vita continui senza mutamenti e che anzi, forse, sia addirittura migliore. Che lui o lei stiano meglio senza di te. Lapalissiano. Perché se lui o lei fossero stati meglio con te non ti avrebbero lasciato.
Magari c’è anche una forte componente narcisistica nel fissarsi con questo dettaglio, nel torturarsi e a pensare che mentre tu te ne stai in lacrime sul divano tra Kleenex e Nutella, lui (o lei), a te, a voi e a quello che è stato neanche ci pensa più.
La sua vita riparte con serenità dal punto in cui si era interrotta quando ti ha incontrato. Tutto resettato adesso. Tutto dimenticato. Archiviato come un errore o come un incidente di percorso.
Mentre tu lo vedi nelle cose più insignificanti lui ha già dimenticato la data del tuo compleanno.
Mentre tu guardi i suoi regali e ti si spezza il cuore, lui esibisce i tuoi con nonchalance.
E tu pensi che tutto questo sia tremendamente ingiusto perchè non è giusto che solo tu debba soffrire e l’unica cosa che vorresti adesso è solo conquistare la sua meravigliosa e superficiale indifferenza.

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La pioggia delle idee

pioggia

Il ritorno al paesello ha sempre una connotazione di accoglienza e accudimento, specie in quei momenti in cui senti maggiormente il bisogno di essere accudita e accolta. E dopo la passeggiata/sfogo con l’amica “tosta”, quella che ha sempre la risposta a tutto e che è capace di aprirti gli occhi, arriva il momento del confronto con l’amico uomo. Non un uomo qualsiasi, ma uno con intelligenza, sensibilità e spirito di osservazione fuori dal comune. Uno che guardandoti negli occhi ti dice la verità che non vorresti sentire ma senza ferirti, uno che resetta le tue paranoie, uno con cui è fantastico confrontarsi per gli enormi spunti di riflessione che ti regala.
Sulle panchine di una piazza che è stata la tua culla, lo scenario dei tuoi amori giovanili, il palcoscenico della tua adolescenza, sotto una fitta pioggerellina che dà quel tocco dolcemente malinconico a un primo maggio di maltempo, parliamo di sentimenti e di relazioni.
Lui mi dice che in ogni sentimento e in ogni relazione, in fondo c’è sempre un fondo di opportunismo e utilitarismo e nessuno è immune da questo vizio di forma.
“Si dovrebbero scegliere persone lontane da noi, dai nostri contesti, dal nostro ambiente. Le persone dovrebbero amarci semplicemente perchè siamo noi e non per il nostro ruolo, i nostri successi, il nostro essere brillanti, ma solo perchè siamo noi”
Mi dice che tanti uomini partono in quarta e poi, dopo poco, ingranano la retromarcia. Perché hanno paura. E non paura degli impegni, delle discussioni, delle responsabilità, delle difficoltà di una vita a due, ma hanno paure di voler bene. Paura di donare se stessi. Dice che siamo scivolati pericolosamente nella deriva dell’ anaffettività.
“Io ti conosco bene” mi dice “tu sei una che dà senza riserve e il guaio è quando, sul tuo cammino, trovi persone che partono con delle riserve già costruite, portandosele dietro in un tentativo di far funzionare qualcosa che sanno già non possa funzionare”. Nel migliore dei casi, aggiungerei io. Nel peggiore parlerei di estrema superficialità e malafede.
Concordiamo sull’incontrovertibile dato che ormai siamo tutti abbastanza grandi dal sapere a cosa andiamo incontro entrando nella vita di una persona, dei rischi che corriamo, delle responsabilità che dobbiamo assumerci. Perché siamo anche in grado di capire che tipo di persona ci troviamo davanti.
Squilla il telefono. E’ festa, e siamo sempre in un paese del Sud. La famiglia lo attende intorno a una tavola imbandita.
Prima di salutarci mi ricorda che un rifiuto non deve mai mettere in discussione la nostra persona o minare la nostra autostima. Farci sentire meno belli, meno intelligenti, meno qualcosa degli altri. Semmai, è proprio chi questo rifiuto te l’ha sbattuto in faccia, che dovrebbe mettersi discussione.
Che razionalmente, ‘ste cose le sappiamo tutti. Ma non ci crediamo mai fino in fondo.