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Saudade

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A volte credo che l’unica dimensione in cui io sia in grado di vivere sia la nostalgia. Sto ancorata, come un naufrago della malinconia, e con tutte le mie forze, a una zattera di ricordi, frammenti, immagini del passato. Quella zattera dove ciò che poteva essere e non è stato sembra il mio unico modo di restare in vita. Guardo irresponsabilmente indietro invece di guardare avanti o vivere il presente. C’è sempre qualcosa che mi sfugge, in quell’attimo fuggente, mentre sono intenta a rievocare storie, sorrisi, emozioni ormai andate.
Non è un bagaglio, è un fardello.
Una zavorra che mi impedisce di volare.
Vogliamo le certezze, anche quelle che facciamo male. Ci accontentiamo di un’infelicità certa piuttosto che di una felicità sconosciuta.
Amiamo fare i conti col nostro Io più giovane e non riusciamo mai a confrontarci davanti a uno specchio.
E così, fuggire all’indietro, come un VHS in rewind, ci sembra la soluzione più facile.
Forse per questo mi trovo su questo treno, con gli occhi spalancati su un paesaggio che muta di attimo in attimo e che è metafora del tempo che non torna, mentre ci ostiniamo a volerlo fermare, afferrare, rielaborare.
Come gli alberi che si susseguono nei frame del nostro sguardo aggrappato a rotaie arrugginite e fiori d’agave stagliati sullo sfondo di un orizzonte che unisce i colori di cielo e mare.
Resti di una memoria immutata eppure mutevole.
E neanche il blu del mare, neanche quello è sempre lo stesso. E cambia, ora più dolce nelle delicate sfumature dell’azzurro ora più forte mentre urla da un blu intenso.
Niente rimane come prima, in uno scorrere di spazio e tempo di eraclitiana memoria.
Eppure la mente non riesce a rassegnarsi, distratta da quell’indietro perenne, soggiogata dalla dolcezza del passato, richiamata dal canto della nostalgia, come un Ulisse sperduto tra le spiagge dell’incertezza, che anela ad un approdo sicuro.
Mentre il suono stridente dei freni risveglia i miei pensieri riportandomi nel presente, nel qui e ora.
In una stazione che è arrivo per alcuni, partenza per altri, passaggio per molti.
E proseguo, silenziosamente, il mio viaggio nella vita.

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Uncategorized · vita

Tic Tac Tic Tac. Fate figli (se potete).

clessidra

É successo giusto qualche giorno fa. Il mio baby spasimante mi chiede: “Vorresti un figlio tuo?”. Oddio, non me lo chiedo da sola da tempo immemore e ora devo rispondere a sto quesito da un milione di dollari su due piedi? Posso chiedere l’aiuto del pubblico? La chiamata a casa la eviterei. Come al solito, mi affido alle mie forme dubitative: “Credo di no” rispondo. Che magari in quel momento, alle ore 22 del 30.8.2016, con la figlia dei miei vicini che mi balla per casa mentre io vorrei andare a letto, potrebbe essere una risposta plausibile. La sua reazione è impietosa. “Hai perso punti”, risponde. Che già, va bè, questa cosa di considerare le persone come suture dove può allentarsi un punto, mi garba molto poco, ma sono giovani, lasciamoli esprimersi.
Però molto di più mi ha colpito il contrasto col punto di vista diametralmente opposto e una mancanza di savoir faire forse peggiore, di un tizio molto più maturo, che mi etichettò, non senza conferire una connotazione canzonatoria alla cosa, come “una da progetto passeggino”. Una, cioè, il cui fine ultimo nella vita era quello di trovare un marito, accasarsi e fare figli, una i cui solidi valori la limitavano nel godersi la vita, una che non sapeva concedersi un’avventura senza inibizioni e freni morali. In sintesi, una che non si sarebbe potuto portare a letto senza dare garanzie di continuità al rapporto. Simpatico.
Quell’espressione “progetto passeggino” mi dà ancora l’orticaria quando ci penso. E non perchè io, il passeggino, già ho grosse difficoltà a maneggiarlo, rischiando un incidente ad ogni angolo, ma perchè la trovo davvero un’affermazione degradante e mortificante. In primis, perchè in ogni caso, non ci sarebbe niente di male a sognare una famiglia e dei figli. Una donna che ha aspettative e “progetti” , diciamo così, standard, normali, usuali, nella media, sicuramente non è mediocre. E – soprattutto – perchè di sicuro non mi ritengo una con la smania della “sistemazione” a tutti costi: se così fosse, mi sarei accontentata del primo inseminatore libero sul mercato e starei portando a spasso coppie di marmocchi, sorridendo stanca e lamentosa ma allo stesso tempo felice ed orgogliosa per le vie del paese.
E poi, mentre penso a questi paradossi della natura maschile, ieri sul web vedo esplodere la polemica relativa al #fertilityday. Un’iniziativa assolutamente disgustosa e surreale sulla quale non mi soffermerò più di tanto perchè molto è stato scritto da altre donne con grande intelligenza e sensibilità.
Ma la cosa mi ha fatto ripiombare in testa il quesito di cui sopra. Insomma, un po’ come quei gattini randagi, a cui ogni tanto dai da mangiare e che piano piano ti si infilano in casa. Ecco, mi è entrata in casa questa cosa di chiedermi se voglio un figlio. Allora ho preso il gattino, gli ho dato due croccantini, un po’ d’acqua, gli ho fatto due carezze e l’ho fatto di nuovo accomodare fuori. Perché questo rimane un quesito a cui non so rispondere. Forse è più un no che sì.
Certo è che, nella polemica che ha infervorato tutte le donne, che giustamente si sono sentite mercificate e che hanno visto andare in fumo anni e anni di lotte femministe, con un tristissimo e nostalgico salto all’indietro, ci si è soffermati sulle coppie giovani che non possono permettersi di mettere al mondo dei figli per mancanza di stabilità economica, su quelle con problemi di infertilità, sui genitori adottivi, sulle donne che preferiscono prima fare carriera e affermarsi, tra mille difficoltà, nel mondo del lavoro.
Nessuno, o solo qualcuno, ha posto l’accento su quelle coppie che scelgono consapevolmente di non avere dei figli o su quelle donne che, come me, non hanno mai trovato una relazione stabile e il partner giusto con cui costruire una famiglia.
Non lo so cosa sarebbe successo nella mia vita se avessi trovato la famosa “persona giusta” a 30 anni. Ci avrei fatto un figlio? Forse sì. Magari sicuramente sì. Adesso non lo so più.
Ogni tanto me lo chiedo in prospettiva diversa “Farei un figlio se quella persona la incontrassi da qui a un anno?” E sinceramente ancora non saprei cosa rispondere.
Forse l’istinto materno è una cosa che va, viene e poi passa, un po’ come l’acne, e a me è passato. E magari, come scrive una mia amica, dovremmo smetterla di chiamarlo “istinto”.

Vedo le mie amiche distrutte, bramose di sonno, limitate nelle attività più banali, sento l’indemoniato del piano di sopra che piange H24. Dicono “É una cosa che si DEVE fare” “Se non lo fai ti pentirai” “La gioia che ti danno compensa tutto”
Ma non riescono a convincermi fino in fondo. Resto scettica. Perché ho il terrore che potrei farlo solo per dare ragione a quel “si DEVE fare” che suona come un lavaggio del cervello sociologico e culturale. Come se poi potessi sentirmi davvero indietro.
Ma vedo anche chi l’ha fatto, per “dovere”, in età come la mia,  che quel senso materno non l’ha sviluppato neanche dopo.
É che un figlio non va solo “sfornato”, accudito o coccolato. Va anche e soprattutto educato. E per farlo ci vuole impegno. Dedizione. Pazienza. Cose che ormai io non credo più di poter avere.
C’è anche che a me, nonostante tutto, questa mia vita sgangherata e solitaria che mi sono costruita o che il destino ha costruito per me, non dispiace. Mi ci trovo comoda. E pensare che debba entrarci qualcuno a sconvolgermela mi mette una certa angoscia.
In ogni caso, questi sono ancora discorsi aleatori e campati in aria, fondati sul nulla, che così resteranno per molto tempo ancora.
Con buona pace degli attivisti della fertilità.