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“Oro nero”

pettegolezzi

A volte la musica è come un gatto: viene a coccolarti quando più ne hai bisogno, bussa alla tua porta in quel preciso istante della tua vita in cui qualcosa di bello deve entrare.
E a volte ci sono testi, parole, emozioni che sembrano scritte apposta per te, che agganciano il tuo orecchio e rapiscono il tuo cuore.
“Oro nero” di Giorgia è stata un po’ così per me, l’ho ascoltata distrattamente la prima volta mentre giravo per casa e ha immediatamente calamitato la mia attenzione. Per l’eleganza innata di questa fantastica artista, per la sua voce potente, per le emozioni che vibrano dalle sue corde vocali e perchè l’ho sentita subito mia. Ma in “Oro nero” ci siamo riviste in tante (e in tanti), in quella condanna di un modo di vivere superficiale, dove si attribuiscono etichette alle persone come agli articoli di un supermercato.
Chissà come mai alla fine sembra che gli altri sappiano più cose di te, dei tuoi bisogni, della tua vita, di quante ne conosca tu.
Sanno cosa è meglio per te.
Indicano i tuoi errori.
E anche la strada per riparare.
Spesso, più sei riservata, più l’alone di mistero che ti avvolge intensifica le fantasie sul tuo conto.
Spuntano fidanzati immaginari, amori tormentati, delusioni improbabili.
Mi capita di chiedermi come mi vedono gli altri e cosa pensano di me. So che restare single nonostante tu non sia brutta o stupida, desta sempre qualche sospetto e il più delle volte equivale -nell’immaginario collettivo- a essere una che non si accontenta, che è estremamente selettiva, che “se la tira”. Non conoscono il dolore che c’è dietro quella solitudine. Non hanno idea della sofferenza che si nasconde dietro uno sguardo sfuggente. Non sanno quante cicatrici ci sono su una pelle che appare coriacea. Ma del resto, anche chi lo sa, anche chi ha accolto le tue confidenze, alla fine se ne dimentica e calpesta i tuoi sentimenti.
In quest’epoca social chi non ti conosce crede di poter capire qualcosa di te solo dalle cose che pubblichi: da qualche foto o qualche stato. Come se il virtuale non fosse di per sé una mistificazione o un’aberranza della realtà.
Credono di conoscerti anche dal messaggio che traspare tra le righe di un blog. Ma un diario non può contenere tutta la tua essenza: è solo la superficie di un diamante che ha mille sfaccettature. E’ contingenza, è appagamento temporaneo di un bisogno, è spesso un pensiero mutevole.
Beh, sì, si potrebbe adottare sempre quell’indifferenza ostentata di dantesca memoria (“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”) eppure, a chi si porta dietro il fardello di un’enorme e dolorosa sensibilità, sembra di essere schiacciato dal peso dei propri “fallimenti” e dei propri errori, sommato al peso di essere giudicato per gli stessi e di non essere compresi per ciò che si è veramente.
Sforzarsi di capire le persone è un esercizio difficile, bisogna andare a fondo nelle acque dell’anima per trovarvi qualcosa di insolito.
Galleggiare in superficie tra pregiudizi e ovvietà è molto più comodo e meno dispendioso.
Del resto ha ragione il buon vecchio Jung:
“Pensare è molto difficile, per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi”.

 

(Foto da uncuoreintelligente.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

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