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Io, te e la solitudine (deliri notturni in riva al mare)

E’ una di quelle serate di fine Agosto, quelle in cui i sogni lasciano il passo alla realtà, quelle in cui il gusto amaro delle aspettative e dei programmi disattesi si mescola a quello forte dell’entusiasmo e della determinazione per i nuovi progetti.
E’ la fine di un’estate dura, pesante. Pochissime uscite ritagliate tra un turno e l’altro, sprazzi di abbronzatura che vanno e vengono.
E’ passato il caldo infernale. Tornerà, dicono. Ma stasera la brezza marina che accarezza la pelle mi costringe ad indossare il mio immancabile e onnipresente giubbino di jeans.
Passeggiamo per questo lungomare affollato: la musica, la gente, i locali, le ragazze vestite in modo improponibile che fanno a gara per chi mostra più centimetri di pelle o sfoggia il trucco più vistoso. Attraversiamo un fiume umano che di umano ha ormai ben poco e, lasciandoci la confusione e l’allegria forzata dietro di noi, approdiamo a lidi più sintonici con la nostra malinconia del momento e con la nostra necessità di solitudine. Già, la solitudine. In fondo è lei che torna ciclicamente come protagonista dei nostri discorsi, delle nostre analisi, delle masochistiche esegesi delle nostre vite.
Si potrebbe parlare d’altro, su questi gradini davanti a un mare immobile, scuro e austero, nonostante le luci riflesse dalla costa?
Sarà l’effetto dell’alcool, sarà che sono stati giorni strani, sarà che la fine dell’estate è un po’ come la fine dell’anno e ti costringe a tirar fuori bilanci non richiesti.
Vuoi che dia la colpa al fattore C o alla psicodinamica? Vuoi delle risposte da scienziata o da cretina con in testa un cerchietto con le orecchie di gatto?
Di una cosa sono certa: non esistono le persone “portate”, come dici tu. Esistono persone incapaci di stare sole, questo sì. Persone che temono il letto vuoto, che non hanno mai vissuto neanche un giorno da single, che senza un uomo si sentirebbero perse. E allora, coma arma di sopravvivenza hanno solo questo: la seduzione e la conquista.
Ma esistono anche donne forti e indipendenti che non possono accontentarsi o farsi mettere i piedi in testa da chi non è in grado di apprezzarle.
Esistono coppie che sono bei pezzi da vetrina, di quelli che, quando li metti a fuoco con la luce giusta, ci trovi sopra un bel po’ di polvere.
Ci sono incontri giusti e incontri sbagliati e noi, chiaramente, ne abbiamo sbagliati troppi.
Ci sono persone che scappano e altre che inseguono.
Ci sono uomini che sanno leggerti negli occhi e altri che non sanno andare oltre le apparenze.
Ci sono rapporti che sono dipendenze e altre che sono condivisione.
E sì, ci sono persone fortunate. Molto. Perché l’amore è tutta una serie di combinazioni che, davvero, fai prima a trovare una delle tue mutazioni genetiche che incontrare un tipo mentalmente sano e senza attitudine alla fuga, che possa anche piacerti.
E la fortuna non è questione di età. E l’età non esiste, che sciocchezze dici quando blateri di certe cose, come se di anni ne avessi ottanta.
Io credo che, in fondo,  a nessuno piaccia veramente stare solo, al di là di ciò che si dice o manifesta, al di là del fatto che poi, con la solitudine, ci devi fare amicizia, perché comunque, per periodi lunghi o brevi è e sarà la tua compagna e allora tanto vale provare a conviverci in armonia.
Poi, ogni tanto, con questa solitudine ci puoi anche fare l’amore, ma non te ne innamorerai mai.
Perché nessuno è portato per stare davvero solo.
E adesso andiamocene a letto a smaltire questa sbornia che ci ha messo solo tanta tristezza, su. Domani è un altro giorno, in cui vivremo la nostra vita afferrandone il meglio. Sole, o in compagnia.

Crotone_di_notte

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“Do ut des” (quei simpatici parassiti)

pesceclown

“Do ut des”.
Era l’espressione preferita del mio Preside del liceo. “Ti do affinchè tu mi dia”, o ancora meglio “Se tu mi dai io ti do”. Ricatto o scambio mutualistico?
In realtà, come tra insegnante e discente, dove il dare dell’uno si esprime in termini numerici di voto e il dare dell’altro consiste nell’impegno, e nello studio tutti i rapporti umani dovrebbero essere un po’ come una bilancia i cui piatti tendono ad equivalersi. Dove, almeno grossolanamente, il dare dell’uno corrisponde al dare dell’altro, dove il ricevere non è solo unidirezionale.
Invece, spesso e volentieri non è così che funziona: c’è sempre qualcuno che ci mette il massimo in termini di impegno, tempo e coinvolgimento emotivo e qualcun altro che resta un po’ più indietro.
Dovrebbe essere ciò che in natura si chiama simbiosi. Non nell’accezione psicologica del termine, che porta con sé una connotazione di dipendenza affettiva, bensì nel significato originale e naturalistico. Quell’altra cosa cosa che ci hanno insegnato al liceo, alle lezioni di biologia: il rapporto mutualistico instaurato tra diverse forme di vita, dove entrambe ne ricavano un reciproco vantaggio. Crescendo ed arricchendosi insieme, aggiungerei.
Ma alcuni preferiscono un altro tipo di interazione: il parassitismo. Quello in cui ci si nutre della linfa vitale di un altro organismo, detto ospite, creandogli un danno biologico e portandolo spesso a morte.
Così, in una relazione, i parassiti prendono tutto ciò che possono prendere, dando il minimo sindacale, quello che non richiede un grosso sforzo.
Si prendono tutto, sia a livello materiale che affettivo. Che sia un “Ti amo”, un gubbino firmato, una cena preparata alla fine di una giornata faticosa, l’attenzione, la disponibilità, l’aiuto, loro si prendono tutto.
Ma quanto a dare…beh, preferiscono viversi le storie come spettatori stravaccati su un divano.
Minimo impegno, massima resa.

E come in natura, creano un danno, lasciando l’ospite svuotato.

Dalle mie parti si dice anche “Vedi molle e zappi fondo”. Nel senso che se trovi un terreno facile da affondare, tendi ad insistere quanto più puoi.
In effetti come dare torto a questi parassiti zappatori?
Siamo noi che dovremmo imparare ad indurire il nostro terreno.
Perché finchè ci sarà un ospite pronto a farsi succhiare l’anima, il parassita avrà sempre la meglio.

 

 

In foto la simbiosi tra pesce pagliaccio e anemone (da http://www.abfotografia.it)

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Non è tutta verità quella che lievita

Oggi, Domenica quasi libera, e quindi mi sono dedicata a un’attività creativa che mi rilassa tantissimo: impegnarmi tra i fornelli.
E tra pasta fatta in casa e muffins salati mi è avanzato il tempo anche per il dolce: una bella torta al cacao, in versione rigorosamente light.
Ma, come al solito, un po’ per la mia attitudine a stravolgere le ricette, un po’ per il non avere a casa tutti gli ingredienti, ho apportato qualche piccola modifica, che ha reso fallimentare il mio esperimento.
La mia bella torta si è gonfiata, assumendo un aspetto bellissimo ed invitante e diffondendo il suo profumo per tutta la casa, al termine del tempo di cottura ha superato la “prova stecchino” ma poi…puff! E’ successo il temibile flop.
Una volta spento il forno, dopo un po’, la mia creatura si è “ammusciata”.
E’ caduta rovinosamente verso il basso, lasciando solo il ricordo di quella sofficità che occhieggiava, calda e rassicurante, dal vetro del forno.
Dopo la iniziale delusione, ho iniziato a fare congetture ed elaborare teorie fisico-chimiche sul malaugurato evento, con la mia amica che avevo invitato a pranzo.
“Era troppo pesante e non è riuscita a gonfiarsi” ha sentenziato lei.
Io però ho pensato che forse, complice il lievito, prima di mostrarsi nella sua vera forma, l’illusione di gonfiarsi ce l’ha comunque data.

torta
E non ho potuto fare a meno di associare, metaforicamente, questa situazione di distorsione della realtà, ad alcune persone, alcuni incontri, alcune storie.
A quegli uomini che compaiono nella tua vita, magari in momenti difficili, in momenti di profonda disillusione e isolamento e che fanno di tutto per convincerti che mica loro sono tutti uguali, che tu hai incontrato il peggio, che loro sì’ che sono belli e bravi, non i personaggi di poco valore che li hanno preceduti. E gonfiano, gonfiano, gonfiano.
Gonfiano così tanto che tu dal vetro di quel forno da dove ormai tiri fuori solo ciambelle senza buco e crostate bruciacchiate, vedi crescere un dolce soffice e invitante.
 Wow!!! Non credevo fosse possibile!!!!

Infatti non lo è. Non è mai verità quella che gonfia. E’ solo lievito. E’ solo un’artificiale polverina chimica che serve a fare una magia che durerà pochissimo. Il tempo di far svanire l’incantesimo e farti trovare nella teglia la solita torta bassa, con i soliti ingredienti che non hanno nessuna intenzione di scollarsi dal fondo.
Sono solo parole, al solito. Inganni, furbizia, tattiche di psicologia spicciola. Imbonimenti di millantati eroi, salvatori di donzelle deluse. Maschere create ad hoc e plasmate sulle tue memorie. Bugie confezionate ad arte da sarti subdoli. Aghi crudeli che ricamano orditi di finte speranze sulle ferite che che hai permesso loro di guardare. La specie peggiore. Chi conosce la parte più fragile di te e nonostante tutto la ignora. O ancora peggio, la usa per compiacere il suo egoismo e il suo narcisismo.
Perché purtroppo, a volte, illuderci, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Sognare ad occhi aperti davanti a un film con un finale che crediamo diverso.
Guardare incantate, con gli occhi di bambina e la punta del naso incollata al vetro, un dolce che lievita e prende la sua forma.
E nessuno dovrebbe mai deludere quegli occhi di bambina.

 

foto da myTaste.it

 

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CHIUSA UNA PORTA SI APRE UN PORTONE (il “best of” delle simpatiche frasi consolatorie che tutte ci siamo sentite dire)

Vertical photo collage of 25 front doors
A photo collage of 25 colourful front doors to houses and homes
Quando qualcuno ti dà il benservito e ti lascia sgomenta e disperata, non può mancare l’inesorabile trenino di frasi fatte sciorinate, con intento consolatorio, da mamme, sorelle, amiche o cugine. Puntuali come le mestruazioni il primo giorno di ferie. Irrinunciabili come una decolletè a un aperitivo elegante. Indispensabili come il sacchetto profumato per la pattumiera.
Recito prima un mea culpa, perchè l’ho fatto anche io quando mi sono trovata nella parte scomoda dell’amica di un cuore infranto. A volte, purtroppo, lo si fa a fin di bene, senza pensare che certe parole hanno lo stesso potere taumaturgico di un “Ha smesso di soffrire” detto a chi ha perso una persona cara.

Faccio qui una breve carrellata dove tutte (e tutti) potranno riconoscersi: scagli la prima pietra chi, in un fondo di letto, col cuscino intriso di lacrime, non si è trovata davanti a uno di questi preziosi incoraggiamenti.

Il must dei must: “Chiusa una porta si apre un portone”. Ecco qua. Ci deve essere qualche strano gioco degli specchi nella mia vita perchè dietro al fantomatico portone spunta sempre un altro coglione. E poi, cosa vuoi che me ne importi di questo splendido portone adesso, che ancora sto col ghiaccio sulla fronte per la porta che mi è stata sbattuta in faccia.
Variante new age: “L’universo ha in serbo qualcosa di grande per te”. L’universo dovrebbe smetterla di giocare a nascondino, allora.

“Chi ti ama non ti merita” Altro evergreen, intramontabile come un foulard Chanel. Magari si merita una meno bella, meno intelligente, meno ironica, meno indipendente. Ma resta il fatto che questa meno tutto che si merita la amerebbe, mentre di me non è innamorato. Obiezioni?

“Eri troppo per lui”. Bellissima. Se vi convincete di questo potete essere preda di un delirio di autostima di durata variabile da 10 minuti a diversi giorni. Salvo poi svegliarvi e ricordarvi che troppo o non troppo, lui non vi vuole.

“Non sa che si è perso” Lo sa, lo sa e come se lo sa. Mica stava con mio fratello o col mio gatto. Stava proprio con me: me nei momenti di allegria e me nei momenti di tristezza, me col tacco 12 e me in pigiama, me accondiscendente o me arrabbiata. Me. Quella persona che lui ha deciso di perdere, autonomamente e deliberatamente.
“Si mangerà le mani” No, non se le mangerà. Idem come sopra, con patate.

“Non sai che fortuna hai avuto!”  Yahoooo!!! Sto festeggiando con trombette e coriandoli mentre stappo bottiglie di fiori di Bach. Anche se razionalizzi e concordi, anche se sai che tra qualche mese o qualche anno, come sempre, ti troverai a pensare al tizio in questione chiedendoti “Ma come diavolo ho fatto?”, ancora è troppo presto per ringraziare il cielo di essere stata lasciata.

“Non puoi stare male per un cretino come lui” E lo so. Vogliamo aggiungere alla sofferenza pure il senso di colpa per una guarigione che tarda ad arrivare? Coi miei tempi riderò pure io di me stessa, ma per adesso sto male. E stare male per un cretino è da cretini, lo so.
Ergo, sono una cretina anch’io.

Fa il paio con questa “nonpuoichiudertideviuscireconosceregente” detta mentre hai la stessa voglia di socializzare o incontrare altre persone di una tartaruga in letargo.

Chè la Primavera un bel giorno arriverà e dal letargo ci usciremo e magari scopriremo che avevate pure ragione ma per ora, lasciateci alle nostre lacrime e, se proprio volete fare qualcosa, stringeteci in un abbraccio.
Con quello non si sbaglia mai ❤

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Ricominciare

Quando finisce una storia, che sia durata due mesi due anni o venti, è sempre come aprire la finestra in una giornata di primavera e trovarsi davanti un cielo cupo. E’ dover uscire di casa e affrontare ogni giorno un uragano. Quello del cuore, dei pensieri, delle emozioni. Ma anche quello dei consigli, delle teorie, dei “dovevi” e dei “non dovevi”. Perché -si sa- da fuori è sempre tutto più facile. Ma dentro quel tornado che ti scombussola l’anima fino a renderla irriconoscibile ci sei solo tu. Quindi arriva un momento in cui, dentro quella bufera, bisogna ricominciare ad orientarsi e fare chiarezza, aggrapparsi all’albero della consapevolezza per smettere di essere sbattute da un consiglio all’altro, da una teoria all’altra, da un senso di colpa all’altro.

 

Fermarsi e riprendere il contatto con se stesse.

Cercare le risposte dentro di sè.
E mentre vedi il cielo che si schiarisce aleggiano sulla tua testa i nuvoloni dei mille interrogativi non risolti. Le cose che avresti voluto chiedergli e non hai fatto perchè non sei riuscita o non hai potuto, perchè non c’è niente di più difficile che mettere un uomo davanti a un confronto, perchè la velocità con cui si fiondano nella tua vita è esattamente proporzionale a quella con cui fuggono dalle spiegazioni. Perché in fondo neanche loro saprebbero come e cosa spiegare. E sai che allora quelle risposte, da lui, non le avrai mai.
Capire i propri errori.

Senza condannarsi o giudicarsi, riappropriarsi dei propri sentimenti e della propria sensibilità. Smettere di sentirsi sbagliate solo per aver fatto o non aver fatto qualcosa che altri avrebbero o non avrebbero fatto.
Sei tu. Tu e basta. Tu soltanto. Tu col tuo modo di guardare il mondo, tu col tuo modo di sentire gli altri. E non sei poi così male. Anzi, se tornassi indietro, a parte qualche piccola modulazione, forse rifaresti tutto nello stesso modo. Con lo stesso amore, con la stessa fiducia, con lo stesso slancio.
Perché il dolore che viene da un amore finito dura un po’ ma poi passa trasformandosi in qualcosa di più grande. Mentre l’amore non dato, le carezze trattenute, i baci soffocati, quelli, non ce li restituisce più nessuno.

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Stop and GO

stopoandgo

 

Questo è un post positivo e propositivo per mettere fine alla deriva melodrammatica in cui è scivolato il mio blog negli ultimi tempi.

Ieri ho ricevuto la telefonata di una mia amica in pensiero per me. Io la chiamo “il mio angelo biondo” perchè è una di quelle persone che la vita ti regala nei momenti di difficoltà. Era preoccupata per gli scritti dell’ultimo periodo che riflettevano, ovviamente, un momento di grande disagio e sofferenza. E allora ho deciso di dire basta. Basta con le lacrime, basta con l’autocommiserazione, basta coi perchè, basta anche con la rabbia.

Sono già passati due mesi e sono stati davvero duri, per tanti motivi. Momenti di sconforto ce ne saranno ancora ma è il momento di smettere di guardarsi il ginocchio sanguinante, continuando a strillare. É il momento di darsi una ripulita, di vedere che alla fine erano solo due goccine di sangue, togliere via quel fastidioso terriccio e rimettersi in sella.

“Mi dispiace troppo sentirti così, lo vorrei prendere a pugni”. Ma ne vale la pena? Alla fine uno che si è fatto sfuggire una come me si è già preso a pugni da solo, diciamolo.

E poi, quando sei lì che ti dici che non devi più piagnucolare, mentre piano piano ti rialzi, inizi a vedere tutto più chiaro. Inizi a capire che a volte, chi ti lascia, ti fa solo un gran favore, perchè un vulcano non può stare con una pozza di acqua sulfurea, perchè se vuoi un bambino vai a giocare con tuo nipote ma un uomo è ben altro, perchè chi è fuggito, andandosene, ha fatto solo spazio nella tua vita per qualcosa di meglio. Capisci che è facile restare abbagliate da ciò che sembra amore ma che poi, alla fine, è solo un bisogno. Un bisogno che si esaurisce quando non è più necessario.

E all’improvviso ti illumini e ritrovi la tua vena zen: ringrazi e lasci andare (possibilmente a quel paese).

 

PS Katia questo è per te. Io non mollo, TVB ❤

 

 

 

 

 

 

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Amore a 40 anni

Mi sono innamorata, un po’ di tempo fa. All’improvviso e inaspettatamente. Innamorata come credevo che non potesse più succedere. Così felice che mi sembrava di non riuscire a contenere tutta quella gioia e quelle emozioni. Un luminoso arcobaleno nella mia vita di temporali e fulmini che mi avevano stracciato il cuore. Così mi era sembrata questa cosa che sapeva di magia, così mi era sembrato lui. Ho scritto anche un post sull’onda di questo entusiasmo, un bellissimo post di cui confermo ogni singola parola. Perché, nell’amore, io continuo spudoratamente a crederci. Forse quello in cui non credo più sono gli “oggetti” dell’amore. Forse quello in cui non credo più sono le relazioni alla mia età. Avrei voluto scrivere anche un altro post, in cui parlavo di quanto fosse bello l’amore anche 40 anni. Non l’ho scritto. Non trovavo l’ispirazione, il momento, le parole. E magari non l’ho scritto perchè in realtà non andava scritto. Perché è inutile girarci intorno. A 40 non è come a 20. E’ tutto maledettamente più difficile. Troppi bagagli del passato, troppe paure, troppe esperienze negative, troppa poca voglia di mettersi e rimettersi in gioco, troppa poca disponibilità ad uscire dalla propria “zona di comfort”. E così, può sembrare tutto bellissimo all’inizio ma poi, all’improvviso, quando le cose diventano un po’ più concrete, quella bolla di sapone dentro la quale volavi a dieci metri da terra, esplode. Puff! E ti accorgi che è stata solo un’illusione.
É facile baciarsi, abbracciarsi, dirsi “ti voglio bene” ma se manca la volontà di andare oltre sono solo baci e carezze che restano in un letto. Frasi ad effetto che perdono ogni significato. Resti di un’illusione crollata a pezzi dopo un bombardamento di egoismo.
A 20 anni ci si bacia, si fa l’amore e si sogna un futuro insieme. Irresponsabilmente, liberamente, follemente.
A 40 ci si bacia, si fa l’amore e si ha paura di un futuro insieme. Distrattamente, consapevolmente e stupidamente.

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Anime fragili

Avevo iniziato un libro e poi l’ho abbandonato, come mi capita da qualche tempo a questa parte. Si chiama “Le persone sensibili hanno una marcia in più”. Quale? Quella che metti per buttarti da un precipizio? Sono ormai convinta che l’ipersensibilità sia una condanna. Come lo è essere profondi, essere introspettivi, essere eccessivamente sentimentali.
Perché è come essere pecorelle in un branco di lupi, è come essere uccellini sotto il tiro di un gatto annoiato. Siamo anime di vetro soffiato che pochi riescono ad apprezzare e maneggiare. Forse a volte nascondiamo la nostra fragilità mascherandola da durezza, così, chi “tocca” il nostro cuore non si rende conto della sua effettiva consistenza finché non l’ha frantumato.
Certe anime andrebbero sfiorate, accarezzate, custodite. E invece, finiscono in mille pezzi sulle mensole di chi ci ha voluto solo giocare.

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Teoria “stronzer”

gender

 

Ho elaborato una mia teoria sugli stronzi. Statemi a sentire che ve la enuncio. Richiama un po’ la teoria “gender”, per cui la chiamerò teoria “stronzer”.
Abbiamo visto che esistono gli eterosessuali convinti ( e tra loro una buona quota di omosessuali latenti), gli omosessuali (che fino a ora sono gli unici che sanno quello che vogliono) e i bisessuali (quelli che se la passano meglio in realtà, perchè dover scegliere quando “tu gust is megl che uan?”).
Allo stesso modo esistono altre tre tipologie di uomini:
Gli stronzi acclarati. Quelli che vengono preceduti dalla loro fama, i belli e dannati, i dongiovanni, gli irresistibii e irraggiungibili che trattano le donne come Kleenex.
In questa categoria inserisco la sottocategoria degli stronzi dichiarati. Quelli che, dopo il primo o il secondo accoppiamento, ti rivelano la loro idiosincrasia verso le relazioni stabili e intonano un gioioso inno alla vita da lupo solitario e al disimpegno.
In realtà in ciò esiste una contraddizione formale, lo ammetto. Perché se uno ti dice che è stronzo in effetti ti sta dando la possibilità di scegliere quindi tanto stronzo non lo è. Ma non sono in vena di sillogismi.
Poi ci sono i “bravi ragazzi”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati. Quelli che poi, finisce che li lasci tu (diciamolo).
Ma la categoria senza dubbio più interessante è quella dei “BIMORALI”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati.
Ma che all’occorrenza -cioè con te- si trasformano in adorabili stronzi da sbattere con la testa al muro fino a farli diventare carta da parati.
Io ho un talento tutto particolare in questo campo, nel far venir fuori lo stronzo anche dal migliore dei bravi ragazzi.
Cioè anche il più sfigato degli sfigati, quello che è sempre stato mollato, con me, magicamente ringalluzzisce e assurge a “trombeur de femme”.
Sono una sorta di Re Mida al contrario. E questa cosa, un giorno, qualcuno me la dovrà spiegare.

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Fino alla fine

the-end

E’ stata una di quelle giornate tragiche oggi. Quelle in cui al posto della testa hai un’enorme pentola in cui ribolliscono tutte le emozioni e gli stati d’animo, come in un grosso minestrone: la felicità, la speranza, la delusione, lo sconforto, la tristezza e poi ancora la speranza e lo scoramento. Vengono a galla prima l’una e poi l’altra facendo a pugni in un vorticoso moto convettivo. Proprio come questo Maggio, dove si stanno concentrando tutte le stagioni in una settimana, ho visto concentrarsi in me tutte le stagioni dell’anima in un giorno solo. E alla fine ti senti spossata e intontita.
Poi mi sono ricordata di una cosa: che alle emozioni non bisogna resistere altrimenti prendono il sopravvento, ma bisogna adattarsi ad esse, aprire una diga e lasciarle passare in modo che non possano fare troppi danni.
E mi è venuto in mente un altro monito che spesso dimentico. Che almeno l’età e le esperienze passate ci hanno portato, non dico un po’ di saggezza, ma sicuramente qualche grande insegnamento.
Uno di questi è che assolutamente inutile preoccuparsi o colpevolizzarsi se non si riesce a mettere la parola fine a una storia. Perché, spesso e volentieri non dipende da noi: le cose vanno come devono andare e quella fine arriverà comunque, quando deve arrivare. Magari quando arriverà sarà cruenta e dolorosa, oppure farà il suo ingresso in sordina senza colpo ferire.
Ma è sempre uno spreco di energie lottare contro i propri desideri e ignorare le urla che vengono dal profondo del cuore. Il che non significa invischiarsi in storie a senso unico, arroccarsi su relazioni disfunzionali, inseguire chi fugge. No. Significa spogliarsi di una certa rigidità ed essere indulgenti con se stessi se ogni tanto si fa un passo falso. Perdonarsi se non si riesce a dimenticare.
Direte a voi stessi “Non dovevo farlo” o saranno le vostre amiche a dirvi “E’ ora di dire basta”. L’ho fatto anch’io tante volte, tentando di sostituirmi al giudizio e ai sentimenti di qualcuno che mi raccontava le sue sofferenze. Ma era utopistico e anche un po’ presuntuoso. Perché ognuno dentro di sé sa quando è arrivato il momento di chiudere.
Ognuno di noi ha un certo grado di resistenza agli urti e prima di capire le cose deve sbattere la testa contro la realtà un tot di volte. Ad alcuni basta un colpo solo, altri (tipo me) hanno bisogno di interventi reiterati, però poi ci arrivano.
Ma alla fine ho capito che se non arriva quella bella testata finale, ogni nostro sforzo di volontà è totalmente vano e inefficace.

Tanto quel giorno prima o poi arriva e, tutto ciò che possiamo fare, è scegliere di vivere il tempo che lo precede con serenità oppure con tormento.