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Sostanziale (in)differenza

Credo che una delle cose che in assoluto faccia più male, quando una storia finisce, è pensare che l’altro possa tranquillamente andare avanti senza di te. Che la sua vita continui senza mutamenti e che anzi, forse, sia addirittura migliore. Che lui o lei stiano meglio senza di te. Lapalissiano. Perché se lui o lei fossero stati meglio con te non ti avrebbero lasciato.
Magari c’è anche una forte componente narcisistica nel fissarsi con questo dettaglio, nel torturarsi e a pensare che mentre tu te ne stai in lacrime sul divano tra Kleenex e Nutella, lui (o lei), a te, a voi e a quello che è stato neanche ci pensa più.
La sua vita riparte con serenità dal punto in cui si era interrotta quando ti ha incontrato. Tutto resettato adesso. Tutto dimenticato. Archiviato come un errore o come un incidente di percorso.
Mentre tu lo vedi nelle cose più insignificanti lui ha già dimenticato la data del tuo compleanno.
Mentre tu guardi i suoi regali e ti si spezza il cuore, lui esibisce i tuoi con nonchalance.
E tu pensi che tutto questo sia tremendamente ingiusto perchè non è giusto che solo tu debba soffrire e l’unica cosa che vorresti adesso è solo conquistare la sua meravigliosa e superficiale indifferenza.

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La pioggia delle idee

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Il ritorno al paesello ha sempre una connotazione di accoglienza e accudimento, specie in quei momenti in cui senti maggiormente il bisogno di essere accudita e accolta. E dopo la passeggiata/sfogo con l’amica “tosta”, quella che ha sempre la risposta a tutto e che è capace di aprirti gli occhi, arriva il momento del confronto con l’amico uomo. Non un uomo qualsiasi, ma uno con intelligenza, sensibilità e spirito di osservazione fuori dal comune. Uno che guardandoti negli occhi ti dice la verità che non vorresti sentire ma senza ferirti, uno che resetta le tue paranoie, uno con cui è fantastico confrontarsi per gli enormi spunti di riflessione che ti regala.
Sulle panchine di una piazza che è stata la tua culla, lo scenario dei tuoi amori giovanili, il palcoscenico della tua adolescenza, sotto una fitta pioggerellina che dà quel tocco dolcemente malinconico a un primo maggio di maltempo, parliamo di sentimenti e di relazioni.
Lui mi dice che in ogni sentimento e in ogni relazione, in fondo c’è sempre un fondo di opportunismo e utilitarismo e nessuno è immune da questo vizio di forma.
“Si dovrebbero scegliere persone lontane da noi, dai nostri contesti, dal nostro ambiente. Le persone dovrebbero amarci semplicemente perchè siamo noi e non per il nostro ruolo, i nostri successi, il nostro essere brillanti, ma solo perchè siamo noi”
Mi dice che tanti uomini partono in quarta e poi, dopo poco, ingranano la retromarcia. Perché hanno paura. E non paura degli impegni, delle discussioni, delle responsabilità, delle difficoltà di una vita a due, ma hanno paure di voler bene. Paura di donare se stessi. Dice che siamo scivolati pericolosamente nella deriva dell’ anaffettività.
“Io ti conosco bene” mi dice “tu sei una che dà senza riserve e il guaio è quando, sul tuo cammino, trovi persone che partono con delle riserve già costruite, portandosele dietro in un tentativo di far funzionare qualcosa che sanno già non possa funzionare”. Nel migliore dei casi, aggiungerei io. Nel peggiore parlerei di estrema superficialità e malafede.
Concordiamo sull’incontrovertibile dato che ormai siamo tutti abbastanza grandi dal sapere a cosa andiamo incontro entrando nella vita di una persona, dei rischi che corriamo, delle responsabilità che dobbiamo assumerci. Perché siamo anche in grado di capire che tipo di persona ci troviamo davanti.
Squilla il telefono. E’ festa, e siamo sempre in un paese del Sud. La famiglia lo attende intorno a una tavola imbandita.
Prima di salutarci mi ricorda che un rifiuto non deve mai mettere in discussione la nostra persona o minare la nostra autostima. Farci sentire meno belli, meno intelligenti, meno qualcosa degli altri. Semmai, è proprio chi questo rifiuto te l’ha sbattuto in faccia, che dovrebbe mettersi discussione.
Che razionalmente, ‘ste cose le sappiamo tutti. Ma non ci crediamo mai fino in fondo.

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Troppo amore?

Esiste davvero un troppo in amore? Esiste una misura del tempo, del peso, dell’intensità? Un dare troppo, un troppo presto, un troppo in fretta, un troppo amore?
O, piuttosto, ognuno ama nell’unico modo che sa?
Mi risponderete che chi ama così tanto, chi protegge e custodisce l’altro, chi cerca di renderlo felice, chi gioisce di ogni suo sorriso e soffre di ogni suo turbamento è inevitabilmente il più debole della coppia. Sarebbe fantastico se la bilancia fosse in equilibrio tra amore dato e amore ricevuto ma spesso non è così, e lo sappiamo.

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E allora? Dobbiamo forse modificare la nostra natura e adattarci a un modo di vivere che ci vuole sempre più egoisti, individualisti e opportunisti? O comunque non smettere di amare come sappiamo fare, rischiando e mettendoci in gioco, sempre? Lanciando questo cuore già ammaccato al di là del muro della paura?

Sì, e senza doverci rimproverare niente dopo. Mai.
Mai cadere nella trappola del “forse ho dato troppo” perché abbiamo dato ciò che sentivamo di dare. E se, qualcuno, dall’altra parte, non è riuscito a capirlo o ad apprezzarlo, non è un problema nostro ma suo.

E non date retta a chi vi dice che il troppo amore fa scappare: scappa solo chi in quel mare di sentimento non sa nuotare.
Sono stufa anche del “troppo in fretta” perché nessuno ci ha messo un timer, nessuno può scandire il tempo delle emozioni, nessuno può regolare l’intensità di un fuoco che sta divampando.
La passione esplode e travolge come un fiume in piena, non si ferma a prendere misure o calcolare tempi. E ogni storia ha il suo tempo. Ma il tempo lo scandiscono i battiti del cuore. E se il battito accelera, accelera anche la danza dei corpi e delle anime, in un turbinio di volteggi che ci fa perdere la testa.
E perdere la testa è destabilizzante ma è meraviglioso.
Qualcuno ha paura di bruciarsi perché è troppo vicino a queste fiamme? Non è ancora pronto ad essere scaldato da un fuoco che gli cambierà la pelle. Nell’incendio dell’amore non ti ci puoi buttare con elmetto e tuta ignifuga.
Mi è stato detto “Voglio andare piano perché ho paura di bruciarmi”.  “Non sono innamorato di te” è invece la traduzione.
Ma io gli ho creduto e quella a rimanere ustionata, ovviamente, sono stata io.
Se il mio cuore adesso potesse parlare mi insulterebbe, mi direbbe che non so prendermi cura di lui, mi chiederebbe di chiuderlo in un posto dove nessuno possa più fargli del male. Ma poi, lo so, poi vorrebbe uscire e continuare a battere ancora.
Perché forse l’amore è una cosa che anche quando pensi di non averne più, all’improvviso dal nulla si riforma e si rigenera.

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Per noi

per noi

Per tutte le volte che ci siamo dette “Che stupida che sono”, anche se stupide non lo siamo.
Perché abbiamo seguito una passione, cavalcato un’emozione, regalato il nostro cuore a chi non ha saputo prendersene cura.
Non siamo noi le stupide, no.
Per tutte le volte in cui i nostri occhi hanno voluto vedere ciò che volevano vedere e ignorato ciò che sembrava inaccettabile.
Non eravamo cieche, no.
Per tutti i “mi dispiace, non ti amo” arrivati dritti come un pugno nello stomaco, che ci hanno messo a terra, come pugili massacrati in un incontro tra categorie differenti.
E per le notti passate a chiedersi dove abbiamo sbagliato e perché siamo quelle sbagliate.
Non siamo noi quelle sbagliate, no.
Per tutti i NO che non siamo riuscite a dire, per i momenti di debolezza, per il nostro scioglierci come ghiaccio al sole davanti a una carezza, invece di essere roccia granitica.
Non siamo deboli, no.
Per tutte le nostre contraddizioni, i voglio-non voglio, le speranze, le illusioni.
Per le lacrime che bruciano come fuoco su una pelle già ustionata.
Per il nostro voler crederci sempre e comunque.
Per la nostra ostinazione.
Per tutto questo dolore che cerca una via d’uscita e a volte non la trova, resta dentro ad agitarsi e a sbattere sulle finestre dell’anima.
Per quando non riusciamo più a seguire il cuore, perché delusioni e amarezze ci hanno paralizzato.
Perché possiamo imparare a perdonarci e a perdonare.
Perché dire di sì all’amore non è mai sbagliato.
Perché da qualche parte, in qualche angolo di tempo e di spazio, ci sarà un briciolo di felicità anche per noi.

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Follia q.b.

Una delle costanti delle relazioni dopo i 30 anni è la paura. Perché ci si arriva con un bagaglio di delusioni, batoste e abbagli che se la vita fosse una compagnia aerea ti farebbero pagare una sovrattassa. Paura di soffrire, paura di sbagliare, paura di bruciarsi, paura di rischiare. Alla fine questa paura diventa come una pellicola che avvolge gli oggetti nuovi e, mentre li protegge, impedisce di vederne la reale lucentezza.
Tempo fa mi frequentavo con un tizio e dopo un po’ vinsi un concorso fuori.
Lui, perché era troppo presto, non si sentì in diritto di chiedermi di restare.
Io ci restai male avrei voluto che me l’ avesse chiesto.
E quindi alla fine soffrimmo entrambi finché non chiarimmo l’equivoco.
Sarebbe bello se ogni tanto si potesse lasciare da parte il buon senso e affrontare con un pizzico d’incoscienza e col trasporto dei sedici anni anche i rapporti in età più “matura”.
Saltandoci dentro senza paura di rompersi una gamba. Come chi cammina sui carboni ardenti, che non si brucia perché è profondamente convinto che non si brucerà.
Senza paletti mentali, senza limiti temporali, perché ci si può amare dopo una settimana e non essersi mai amati dopo anni.
Con quel pizzico di follia che l’amore richiede, quello che spesso ci ha fatto fare cazzate e ci ha messo nei guai ma che è il tocco che dà sapore ad un rapporto che altrimenti resterebbe sciapo e anonimo.
Se l’amore fosse un piatto il sentimento sarebbe la cottura, al punto giusto, la passione il peperoncino che vivacizza ed esalta il gusto ma senza quel pizzico di folle incoscienza che è il sale, quello resterebbe un piatto immangiabile.
E allora fatele queste cazzate e siate folli.

Folli q.b.
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Trova le differenze

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Trova le differenze. Tra una storia che funziona e una che non decollerà mai. Tra un rapporto reale e uno immaginario. Tra una cordicella sfilacciata e una fune solida. Tra il vuoto di un’inutile attesa e il caldo abbraccio di una certezza. Tra il crearsi illusioni e il vivere una relazione. Tra il camminare sul cornicione di una speranza o il muoversi a passo sicuro su un pavimento stabile.
La differenza si chiama presenza. La differenza è in quella cosa, scontata e banale per alcuni, ma che diventa opinabile per altri, quel qualcosa che si chiama ESSERCI.
Esserci sempre.
Dalle cose più piccole come il messaggio di buongiorno a quelle più grandi come il sostegno nelle scelte importanti. Nei momenti di spensieratezza e in quelli di difficoltà.
Ed è quando trovi una presenza reale che ti accorgi di quante volte hai sprecato il tuo tempo e la tua vita dietro a presenze fantasma. Ad assenze giustificate.
Perché, in fondo, dai, all’inizio è così: si aspetta. Si aspetta un messaggio, si aspetta una chiamata, si aspetta un segnale. Si resta in attesa giustificando la non presenza. Ci si arrampica su questo tentativo di rapporto come un bradipo un po’ appesantito su un albero. Si fa fatica. Si gioisce per un passo in più ma poi si cade precipitosamente.
Ci si dimentica di come sia fatto un rapporto vero. Che non è arrampicata ma è una camminata in riva al mare. A volte il passo diventa pesante ma basta darsi la mano per ricominciare.
Eppure tutti, almeno una volta nella vita, quest’aria leggera l’hanno respirata, perché poi se ne dimenticano continuando a credere che sia normale vivere con la dispnea?
La differenza è che le storie che funzionano le capisci dall’inizio. E sono maledettamente semplici.
Non devi stare a chiederti “ma chissà se lui…”, non devi fare screenshot alle amiche per ottenere interpretazioni sui suoi sibillini messaggi. Le storie vere non si alimentano del “ma sì, ha solo bisogno di un po’ di tempo”, del “sta attraversando un momento difficile”, o ancora peggio dei nostri sensi di colpa basati sul niente (ah ma se io non avessi detto o fatto questo o quello).
No.
Sono semplici e basta. Naturali. Fluide.
Sono presenza.
E la presenza non può rivelarsi occasionalmente, o a intermittenza come il relè della luce nelle scale.
La presenza è una lampada sempre accesa.
Ricordiamocelo.

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Maschile e Femminile

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Non sono una che ama esibirsi nella pratica delle citazioni ad muzzum e scomodare Osho per dispensare perle di saggezza, preferisco l’originalità espressiva, però mi piace leggerlo, perché da quando mi sono avvicinata a un certo tipo di filosofia vivo con molta più serenità.
Lungi da me il trasformarmi in una fricchettona love and peace, mi piacciono moltissimi degli spunti che trovo in questi testi. Giorni fa stavo sfogliando “I misteri dell’eros” e ho trovato una riflessione molto in sintonia sul mio modo di vedere il rapporto tra uomo e donna. Diceva che che la divinità Shiva è per metà uomo e per metà donna. “Ogni uomo e per metà uomo e per l’altra metà donna; ogni donna è per metà donna e per l’altra metà uomo. E questo è inevitabile, perché metà del tuo essere proviene da tuo padre e l’altra metà proviene da tua madre. Tu sei l’incontro di entrambi.”
Diciamo che è un po’ il senso del TAO, quel disegnino che raffigura lo Ying e lo Yang , che ai tempi del liceo riproducevamo coi pennarelli sui nostri zaini senza conoscerne effettivamente il significato.
Questa visione dell’unione tra due componenti l’ho molto sentita vicina perché credo fermamente che in ogni donna ci sia un lato maschile e in ogni uomo ci sia una componente femminile, che ovviamente devono stare nel giusto equilibrio.
Penso anche che purtroppo gli equilibri ultimamente siano stati un po’ sovvertiti e che, nelle donne, il maschile stia prendendo il sopravvento sul femminile. Cosa che, di fatto, ha contribuito ad aumentare le distanze e l’incomunicabilità tra due mondi già parecchio distanti. Abbiamo dimenticato che si può essere indipendenti, forti, consapevoli, autonome pur non rinunciando al lato più accogliente e accudente, proprio del femminile. Abbiamo deviato le nostre energie dalla cura dell’altro alla lotta contro l’altro, ci siamo impegnate ad ergere muri, costruire difese, creare maschere per apparire più forti e vincenti. Come se la forza si esprimesse in quel braccio di ferro in cui è l’orgoglio a dare la spinta per abbattere l’altro e non risiedesse, invece, nel coraggio di vincere paure e resistenze.
Ci siamo trovate davanti uomini che invece il loro maschile l’hanno messo in soffitta, insieme alle scarpe da calcetto, sotto gli scaffali dell’intraprendenza, a prendere polvere insieme a concretezza e progettualità.
Ci lamentiamo che non fanno più gli uomini ma neanche noi, in fondo, facciamo più tanto le donne. Colpa del nostro maschile esuberante che fagocita tutto il resto? Colpa delle mamme che poca educazione sentimentale hanno insegnato ai figli e li hanno cresciuti in una bambagia affettiva e, perché no, anche culinaria, da cui uscir fuori sarebbe un vero peccato?
Chissà.
Però, d’altro canto, ci sono uomini che esprimono alla perfezione il loro femminile e non hanno paura di farlo.
Sono gli uomini che sanno commuoversi, che sanno emozionarsi, che sanno manifestare i propri sentimenti, che rifuggono uno stereotipo distorto di “virilità”.
Gli uomini che non scappano davanti alle tue lacrime, perché anche loro le sanno fare uscire fuori, quelli che si incantano con te davanti ad un tramonto, quelli a cui dei rapporti mordi e fuggi, dei facili accoppiamenti, delle frequentazioni a tempo perso non importa niente.
Sono questi, quelli più uomini di tutti.
E, se per caso avete la fortuna sfacciata di incontrarli, non fateveli scappare.

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Il virus dell’Amore

L’amore, quando arriva, mica avvisa. Non ti telefona due giorni prima per concordare un appuntamento. Non ti manda un messaggio su whatsapp, una mail, una telegramma. Piomba all’improvviso nella tua vita, come la gente che ti citofona all’ora di pranzo o alle tre mentre stai facendo la pennica. Arriva e ti scombussola tutti i piani. É un gran maleducato questo amore, perché sparpaglia le carte, manda a monte progetti, stravolge le abitudini. Senza avvisarti. Di prepotenza. Chi ha ricevuto l’inaspettata visita dell’amore vi dirà: “É successo all’improvviso e mi ha scombussolato”. Cosa ti aspettavi? Un invito su Facebook? Partecipo, non partecipo, forse partecipo?
Tutte le cose belle arrivano all’improvviso, sconvolgono e stravolgono. Questa è la loro forza e la loro bellezza. “L’amore, quando arriva, arriva”. Come il Natale in una nota pubblicità di panettoni.
É come la varicella. Ma come, alla mia età? Eh, sì. Nessuno ti aveva mai detto che il Virus Varicella Zooster poteva venire a farti visita anche da grande? E hai voglia a prendere antivirali: sarà impossibile nascondere vescicole e pustole. Come impossibile è mascherare il cambiamento sul viso di ogni innamorato.
Varicella e amore non si possono nascondere, diceva Ovidio, che di amore se ne intendeva. O era forse la tosse? Beh, fa lo stesso.
L’amore è una virosi, e contro le virosi non ci si accanisce. Si lascia che facciano il loro decorso, si permette che ci facciano infuocare il viso con l’ esantema della felicità, che ci brucino con la febbre della passione, che ci tolgano le forze, che ci costringano a letto.
Volete sapere se esiste un vaccino? É ancora in forma sperimentale, ma pare non dia grosse garanzie, perché il virus dell’Amore è un po’ insidioso: muta di continuo il suo assetto genetico e trova il modo per attecchire, con la stessa furbizia di un gatto che vi sfugge mentre cercate di non farlo uscire.
Camaleontico, questo Amore. Si presenta nella forma più strana e distante dall’idea che avevate di lui e per questo vi frega.
Che so, voi siete pronti a combattere un virus XYZ e invece si presenta con la sequenza ZXY e vi confonde col suo aspetto apparentemente innocuo.
La sua forza sta proprio nell’effetto sorpresa.
É più forte di tutto, ora lo sapete. Della vostra volontà, delle vostre idee e dei vostri ideali, dei vostri pregiudizi.
Allora, tanto vale arrendersi.
Chè per le complicanze ci sono sempre gli antibiotici.

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Toy boy dei paesi tuoi

 

 

Uno dei fenomeni mediatici che spacca il web in due è indubbiamente la blogger Selvaggia Lucarelli: o la si odia o la si ama, o la si insulta pesantemente o la si applaude.

Personalmente a me piace molto, pur trovandola inopportuna in alcune occasioni, ma sono libera da preconcetti e puzze sotto il naso che mi impedirebbero di sorridere della sua penna ironica e graffiante e di emozionarmi coi suoi pensieri più profondi.

Da oggi ho un motivo per stimarla ancora di più. Il suo nuovo fidanzato. Un musicista di 26 anni.

Stima, stima, stima.

Ho palesato questo entusiasmo in un mio stato di FB e si è scatenata una diatriba, nata da visioni divergenti sugli equilibri anagrafici della coppia.

Il mondo è bello perché è vario, così, dalle opposte fazioni sono venuti fuori consigli ed esortazioni di differente carattere.

Qualcuno si è associato al mio entusiasmo, altri, più cautamente, hanno inneggiato al valore della maturità.

Tendenzialmente, sarà perché la mia testa è rimasta sempre piccola, corentemente con la mia statura e la mia taglia di reggiseno, non ho mai frequentato gente più grande di me. Al contrario.

Solo una volta mi sono lasciata sedurre dal fascino di un uomo più grande.

Ed è stata subito tragedia.

La prima tragedia è che, nonostante portasse  benissimo i suoi anni, se pensavo alla sua età mi sembrava “vecchio”. Ma aveva l’età che ho io adesso.

La seconda tragedia era il baratro tra diverse  vedute, mentalità, modus vivendi che dieci anni rappresentano.

Del resto avrei dovuto fiutare subito l’odore del dramma, come il mio gatto fiuta l’odore del prosciutto.

Quando apri lo sportellino della macchina e ti trovi nelle mani una boccetta di Iperico, lo guardi interrogativa e lui ti risponde “L’essere umano è perennemente infelice”

Quando tu hai trent’anni e sei nel pieno della tua vita, dei tuoi progetti, della tua corsa verso il futuro e vai a sbattere contro il muro della frustrazione e dell’insoddisfazione, quando vedi in lui una persona “arrivata” che fa già il lavoro per cui tu stai studiando, che è professionalmente realizzato e lui ti dice “Ho quarant’anni e la ma vita è un fallimento”.

Solo perché non ha una compagna, dei figli, una famiglia sua. A 40 anni, mica a 70, eh.

Sì, sarebbe bastato questo, lo so, ma a volte (sempre) soffro di una strana forma di miopia sentimentale.

E poi, lo ammetto, avevo una storia più importante da dimenticare. E così ho continuato su questa strada lastricata di dubbi e stranezze, mentre sentivo il suo mondo distante anni luce dal mio.

Finchè la tragedia non raggiunse il suo climax. Quando, spinto da quest’irresistibile voglia di mettere su famiglia e incurante della mia necessità di una frequentazione soft, mi presentò a sua madre.

E lì fu l’apoteosi. Lei mi odiò subito. Dalla prima volta che mi vide: in quella imbarazzante situazione che più che una cena era un test d’ammissione, dove io con le mie extension viola e i collant arancioni ero l’esaminanda, mentre la madre amimica e la sorella col cardigan grigio, abbinato alla sua anima, erano la commissione.

Fu un crescendo di musi, incomprensioni, sarcasmo gratuito.

Fin quando, essendo miope ma non masochista, mi esplosero le ovaie. E allora mandai tutto a quel paese: madre, figlio, sorella e mi riappropriai della mia libertà e della mia vita fuori dalle (loro) regole.

Durò poco, pochissimo, ma il necessario per farmi ricordare perché io, quelli più grandi, non li avevo mai considerati.

Dopo la fine di questa storia lui ha continuato la sua corsa contro il tempo per la costruzione di una famiglia e si è subito sposato.

Io, adesso, ho la sua età di allora: non ho più le estenxion ma solo un piercing ed un tatuaggio, non mi sento una fallita perché non ho un compagno e dei marmocchi, e continuo felicemente la mia vita.

 

http://www.gossipblog.it

Grazie a: F.C. (Evito di Dirlo) per il titolo e a Presa Blu (uaresovain) per l’ispirazione 😉

 

abbandono · amicizia · amore · fine · mancanza · relazioni

Le tasche piene di sassi

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Ogni abbandono è un pezzo di noi che va via.

Un frammento di cuore, di animo, di vita che ci lascia.

E non importa se è durata un giorno una settimana o dieci anni.

E non conta se era amore, amicizia o non so cosa.

É sempre distacco, è sempre tristezza.

É mancanza, è vuoto, è ghiaccio che congela la tua anima.

E tu che dicevi di non sopportare gli abbandoni.

Invece sei stato il primo ad abbandonare.