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Hai fatto breccia nel mio cuore

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Ci sono dei “locus minoris resistentiae” nella nostra anima, dei punti deboli, dei talloni d’Achille. Sono una sorta di sporgenze a cui l’altro si aggancia, delle fessure dell’inconscio in cui solo in pochi riescono a infilarsi. É forse proprio questo il significato dell’espressione “fare breccia nel cuore” di qualcuno: per fare breccia c’è bisogno degli strumenti adatti, ma allo stesso tempo, si deve trovare una piccola crepa nel cemento che si sta andando a scalfire. In quella crepa c’è tutto il nostro passato, il nostro vissuto, ci sono le nostre paure e i nostri sogni. É tutto ciò che ci rende vulnerabili ma anche recettivi a un atteggiamento piuttosto che a un altro. A uno sguardo, a un difetto, a un modo di camminare o di parlare. A una sottintesa richiesta di aiuto o a una manifesta promessa di felicità.

Ognuno di noi è l’ancora per un navigante nel mare della solitudine, ognuno di noi è un potenziale circuito dell’amore che solo pochi interruttori riescono a far scattare.

Ogni relazione porta con sé l’impronta di questo meccanismo talora perverso, di questo impianto che una volta partito può automantenersi all’infinito o esaurirsi, o spegnersi di botto.

Perché siamo attratte sempre dalla stessa tipologia di persone? Perché vediamo le nostre amiche fissarsi con uomini che noi non guarderemmo neanche da lontano? Perché, gira e rigira, ci troviamo impantanate sempre nelle stesse situazioni? Perché certe coppie ci sembrano così male assortite? Perché si nutrono di dissidi, di gelosie, di sofferenza?

Perché il nostro inconscio è una calamita potentissima e perfida, e ancor prima che tu abbia scelto qualcuno, lui l’ha già fatto per te. E ha scelto proprio in base a quella famosa crepa, a quel punto debole, a quello strappo della tua anima.

E così, possiamo innamorarci a prima vista di qualcuno che, dentro di noi, sappiamo benissimo che faremo fatica a conquistare, o perderci in uno sguardo che nasconde ferite profonde che, un po’ ingenuamente e narcisisticamente, pensiamo di poter guarire (Oh! Sì! Solo noi saremo così brave da riuscire a guarirlo!), o ancora, seguire i passi di qualcuno che ha già segnato una strada anche per noi, perché, forse, non siamo capaci di camminare da sole.

In psicologia si chiama “coazione a ripetere”, ed è appunto quella forza inconscia e coercitiva che ti spinge nel tunnel di una relazione disfunzionale.

E allora eccoci di nuovo a salire e scendere dalla giostra delle incomprensioni, della gelosia, del rifiuto, a dondolare sull’altalena della sofferenza, spinte dalle esili braccia della speranza, e da quelle forti del vittimismo.

Chi si aggancia a noi è spesso una vittima anche lui, schiacciata dallo stesso meccanismo che ha portato noi a sceglierlo. Siamo pezzi della stessa calamita. Dolore con dolore. Rabbia con rabbia. Senso di colpa con egoismo. Insicurezza con narcisismo. Siamo vittime del nostro passato e carnefici del nostro futuro.

        Siamo brandelli di anima che attirano squali bramosi di nutrirsi di essa.

Ma ogni ferita si può risanare, ogni strappo si può ricucire, ogni anima può ritornare a brillare nella sua integrità, e attirare altre anime che riconoscono il suo splendore.

Come? Ricordandoci di amarci, sempre, ogni giorno. Come una piantina che ha bisogno di acqua per sopravvivere, anche il nostro IO ha bisogno di amore, di un amore costante che solo noi stessi possiamo dargli, un amore sconfinato e incondizionato, un amore che è soprattutto accettazione e perdono. Per ciò che siamo e per ciò che non siamo riuscite ad essere. Per il nostro essere figlie, mogli, amanti, madri.

Perché nessuno potrà mai amare davvero chi non si ama già da solo. Tutto il resto è solo un’amalgama di inganno ed illusione, un intonaco friabile che ripara le nostre crepe narcisistiche, destinato a sgretolarsi prima o poi.

(Natalia)

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Il senso vintage della gelosia

 

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Tempo fa sono andata da Furla per utilizzare un buono regalatomi al compleanno. Mentre mi aggiravo un po’ disorientata tra borse di varie fogge e colori, la commessa mi è venuta in aiuto, prodiga di consigli e suggerimenti. Peccato che a un certo punto mi abbia piazzato davanti una borsa a secchiello. “E’ dagli anni 80 che non si vede”. “Grazie a Dio” avrei voluto risponderle. “Se non si vede dagli anni 80 un motivo ci sarà”. No, grazie, rifiuto l’offerta e vado avanti. In quel momento mi sono trovata a pensare che anche un altro rigurgito vintage, come il secchiello, è tornato di moda, insieme al kajal bianco (che peraltro adoro) e ai pantaloni a vita alta. Di obsoleto e anacronistico sono rimaste solo le spalline e la permanente. E la gelosia. Sì, perché se già la gelosia (quella morbosa intendo, non quella sana) è un sentimento che racchiude in sé una forte contraddizione, e ha poca ragione di esistere, figuriamoci in questo momento storico, dove l’iperconnessione lascia poche possibilità ai malati del controllo.

Dalle confidenze che mi fanno i miei amici sulle loro fidanzate psicopatiche, ho scoperto che ci sono donne talmente dedite allo spionaggio informatico che in confronto Assange è un dilettante. Ad esempio, si copiano i contatti del fortunato partner sul loro telefono e fanno controlli incrociati guardando chi dei sospetti è on line mentre lo è anche lui, studiano i tabulati telefonici per vedere se risultano telefonate di durata superiore agli standard consentiti, spiano stati di whatsapp e profili Facebook alla ricerca di indizi o tracce. Gli uomini non finiscono mai di sorprendermi. Io a gente così, che starebbe benissimo in un film di Hitchcok, avrei fatto immediatamente un TSO. E invece loro queste se le sposano pure. Del resto, la “folie à deux” è descritta anche nei manuali di Psichiatria.

Potrei stare ore a disquisire sui concetti di fiducia e rispetto su cui dovrebbe basarsi ogni relazione sana, sull’importanza della libertà individuale che è l’unico strumento di crescita per la coppia, dei presupposti sbagliati con cui partono unioni destinate, secondo me, a fallire. Ma non è questo il momento, perché adesso, più che le implicazioni di ordine ideologico e morale, mi interessano quelle pratiche.

Benedette figliole, ma come diamine fate? Dove diavolo lo trovate il tempo?

Io a stento riesco a stare dietro alle bollette. Ho non so quante pratiche in sospeso sulla scrivania che non riesco ad evadere, se non fosse che quel sant’uomo di mio padre mi ricorda tutte le scadenze devolverei il mio stipendio in more e sanzioni amministrative. Fare pure l’hacker? Anche no, grazie. Se stai bene con me resta, se vuoi cercare altro la porta è sempre aperta. Manca solo che devo stare a controllarti quando esci e quando entri chè già mi esaurisco a stare dietro al gatto. Con chi ti colleghi con chi chatti dove sei quando non sei on line. Mi viene già il mal di testa.

Ma scusate, davvero riuscite a controllare il vostro uomo h24? Ripeto che “iperconnessione” è il termine che meglio identifica le relazioni sociali di questo momento. Tesoro, basta che ti sei distratta un attimo per sistemarti il rossetto, e quello ha mandato quattro messaggi, risposto a due whatsapp, messo sette like, sbavato su due foto in costume e ha cancellato ogni prova. Perché, ovviamente, se tu gli stai dietro come un setter, ha imparato a farsi furbo. E poi sinceramente io mi fiderei più di un uomo che se vede passare una bella ragazza fa un apprezzamento “lecito” che di uno che finge disinteresse, soffoca i suoi commenti e poi magari esplode in altro modo! L’integerrimo palesemente finto che poi a quella stessa ragazza o a un’altra, i complimenti glieli fa in una bella sessione live. Io al mio fianco vorrei un uomo, non un cagnolino ammaestrato. Perché di più bello di sincerità, libertà di essere se stessi e condivisione davvero non c’è niente.

Rassegnatevi al fatto che le storie sono una sorta di roulette russa: o la va o la spacca. Ma non sarà mettendo in atto sofisticate tecniche investigative, che riuscirete a deviare il destino della vostra pallottola. Quindi adesso, giovani “hackerette”, risparmiate il vostro tempo e impiegatelo per dedicarvi ad attività più produttive, tipo imparare a cucinare. Sono certa che con una bella parmigiana riuscirete a tenervi stretto il vostro lui, molto più che conducendo interrogatori in stile Law & Order.

Con affetto,

Natalia

 

 

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Mordere l’amore

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Ho da poco effettuato una delle grandi svolte della mia vita: sono passata ad Apple. Così, di botto, ho fatto entrare sia iPhone che MACBook, e le mie giornate sono cambiate. Ora vivo incollata al portatile come se fossi un marsupiale, passo le nottate a conversare con altri nerd apple-addicted sulle straordinarie potenzialità di iPhone 6 e di come si interfacci splendidamente col MAC, e la mia produttività è aumentata.

Eppure, quando avevo iniziato a coltivare l’idea di abbandonare Windows e passare a OS X, i detrattori di questa drastica scelta non sono mancati, adducendo a sostegno delle loro tesi le più svariate spiegazioni : “eh ma poi è incompatibile col resto” “eh ma poi si deve pagare tutto” ” eh ma per quanto costa ti prendi un…” e lì ognuno scatenava la sua fantasia.

Per non parlare del telefono. “Eh ma Android è meglio”. Android fa cagare. Diciamolo. E’ un ricettacolo di virus che manco nell’alto isolamento delle malattie infettive.

Il punto non è questo comunque. Il punto è quello che la mia amica Simo mi ha fatto notare, dopo aver letto un mio post di FB sull’argomento: adorando io le metafore (vedi post precedente), avrei potuto fare un interessante parallelismo tra relazione col PC e relazioni amorose.

E allora, partendo da questo presupposto, mi sono guardata intorno e ho trovato gente che si trascina con i suoi HP, Asus, Sony Vaio (se è stata più fortunata), su cui magari è montato Windows 7 e che continua a smadonnare quando il PC si blocca, quando l’antivirus non funziona, quando escono quei simpaticissimi messaggi di errore, quando il dispositivo sembra sia posseduto e più che un tecnico ci vorrebbe un esorcista.

Però ci riprovano. Perché è giusto riprovarci. Lo formattano, lo mandano in assistenza, lo sistemano, provano a installare un altro antivirus, ma niente, continuano a smadonnare. Perché cambiare sarebbe troppo complicato. E poi tutti i documenti e i file excel che fine farebbero?

Io vi capisco, eh. Anch’io sono stata osteggiata in famiglia nel mio passaggio a MAC. Mio padre non si rassegnava proprio. “Ma non è tanto vecchio, è peccato lasciarlo”. Peccato che desse i numeri e che ormai il livello di conflittualità fosse così elevato che, o si accendeva con l’alimentazione o si accendeva solo con la batteria. Insieme no. E a volte non si accendeva proprio. Era così dispiaciuto dal doverlo lasciare, mio padre, che addirittura si è ritirato una tastiera nuova non so da dove per sostituire quella originale, così piena di peli di gatto che poco mancava che facesse le fusa quando toccavi i tasti. Ma non ha risolto niente, ovviamente. E alla fine, il MAC, me l’ha regalato proprio lui.

Poi ci sono quelli che si accontentano. L’ho fatto anch’io in passato quindi non sto qui a giudicarvi. Volevo un tablet e ho ritirato una ciofeca da Amazon. La suddetta ciofeca, su cui girava il solito Android, ha pensato bene di prendersi non un virus, ma uno di quei batteri multiresistenti che devi trattare in ospedale con farmaci potentissimi. Dopo averlo formattato circa sessanta volte ho scoperto che il simpatico “animaletto” aveva un tropismo particolare per una app fondamentale, e automaticamente, spuntava ogni volta che mi collegavo a internet, scaricando le peggio cose. Ormai il tablet sembrava lo schermo del PC di un onanista esperto. Quindi il principio su cui si fondava la scelta “va bè basta che sia un tablet, alla fine funzionano tutti nello stesso modo” si è rivelato fallimentare. E poi, sinceramente, ho pure capito che, in realtà, non sapevo proprio che farmene di un tablet.

E poi non possiamo tralasciare quelli(e) che vogliono un iPad mini a tutti i costi. Alla fine, se non riesco ad avere il grande MAC, mi accontento di uno piccolino. Ma come, hai più di trent’anni e non ti sei fatta neanche un iPad mini? Però poi smadonnano quando la notte lo lasciano acceso e arrivano le notifiche o quando sono in giro e devono tornare presto per metterlo in carica.

Alla fine è sempre questione di scelte e di sapere cosa si vuole: da una relazione, o da un PC, e di capire se si preferisce continuare a spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere o decidersi a mordere la mela e abbandonarsi al “respiro” del MAC che vi cambierà la vita.

Applemente vostra,

Natalia