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Il mistero dei serial “lovers”

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C’è un mistero a cui la scienza non ha ancora trovato una risposta. Un mistero che appassiona antropologi e psicologi, un giallo che per le connotazioni esoteriche con cui si sviluppa ha la stessa portata di quello dei calzini spariti in lavatrice.

Lo sconcerto che ci assale quando eravamo sicure di aver messo a lavare quei bellissimi calzini rosa in coppia e invece ce ne troviamo solo uno, è una sensazione che ognuna di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. O almeno una volta a settimana.

Allo stesso modo, a molte di voi, sarà capitato di dover fare i conti con altre scomparse. Quelle relative ai soggetti di sesso maschile. Che, così come sono entrati nella vostra vita, dopo averle fatto fare (alla vostra vita, sempre) un giro in lavatrice e talora pure in asciugatrice, a un certo punto pensano bene di uscirne. Così, dalla sera alla mattina. Senza una spiegazione logica e plausibile. Anzi, senza una spiegazione proprio (e se no, che mistero sarebbe?).

La cosa più affascinante di tutta la faccenda è che gli stessi individui, prima di autodistruggersi e volatilizzarsi, per un certo periodo di tempo variabile, si sono prodigati in un effluvio di attenzioni e contatti, con modalità che definirei quasi compulsive,  fino a rasentare lo stalking.

Buongiorni, buonanotti, whatsapp, messenger, facebook, 2 di notte, 6 di mattina, “E tieni sempre acceso il tel che quando torno ti devo sentire” e “Come mai non hai risposto?” e “Non ti è arrivato il messaggio che ti avevo chiamato?” e “Ho detto qualcosa di sbagliato? Perché non rispondi? Ehi? Ci sei? Tutto bene?”

Nella totalità dei casi sono persone di cui tu ignoravi l’esistenza e che si sono materializzate nella tua vita col solo scopo di massacrarti le ovaie. Che poi, magari, all’inizio un po’ ti scoccia, poi ci prendi gusto, poi magari ti ci affezioni pure a sta “compagnia” e quando diventano una presenza fissa della tua vita, a un tratto ..POUFF!!! Svaniscono nel nulla!

Allora tu passi le giornate a interrogarti sui motivi della misteriosa sparizione, a passare in rassegna tutte le cose sbagliate che hai potuto dire o fare, andando a ritroso con la mente con un esercizio intellettuale che non saresti riuscita neanche a fare sui libri, a rileggerti tutte le conversazioni di whatsapp in cerca di un indizio, a cercare di ricordarti se-che ne so-magari un giorno sei uscita coi capelli gonfi per l’umidità o con lo smalto sbeccato.

Stai lì, esamini, rimugini, coinvolgi in questo delirio in cerca di risposte anche le tue amiche che devono stare a sorbirsi tutte le tue ipotesi, e che, per complicare le cose e generare altra confusione aggiungono altre teorie.

Adesso forse la scienza ci è venuta incontro, con la scoperta di Kepler 452b. Io sono sicura che lì ci siano forme di vita. Sono gli uomini che sono stati inghiottiti in un vortice spazio temporale e si sono ritrovati su un altro pianeta. Non trovo altra spiegazione. Se non quella che si siano spostati su un’altra bacheca o su un altro telefono per continuare il loro percorso di corteggiatori seriali.

(L’idea del pianeta gemello però, mi affascina di più 😉 )

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NO LIMITS

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Penso che ognuno di noi sia un embrione costituito da cellule “totipotenti”  in continua crescita ed evoluzione che, in qualsiasi momento, può trasformarsi e far nascere qualcosa di nuovo.

        Che possiamo essere qualunque cosa noi vogliamo.

Che la nostra mente ha potenzialità sconfinate e noi ne sfruttiamo le risorse solo per una piccolissima percentuale. Che gli unici limiti che troviamo nella nostra vita sono quelli che ci mettiamo da soli con i nostri “non posso” e “non ce la faccio”.

Io lo so. Lo so  perché mai avrei potuto pensare di essere quella che sono adesso: di scavalcare gli ostacoli delle mie paure peggiori e di lanciarmi in esperienze un tempo inimmaginabili.

E allora, a volte mi fermo a pensare alla mia “vecchia” vita, come in una sorta di sliding doors, a cosa sarebbe successo se fossi rimasta sotto le coperte protettive di di un nucleo affettivo e se mi fossi costruita un’esistenza confezionata, con la sua rassicurante stabilità e la sua tranquillità soffocante.

Penso alle persone che non avrei conosciuto, ai posti che non avrei visto, ai libri che non avrei letto, alle strade in cui mi sono persa e ritrovata, alle lacrime che mi sarei risparmiata, alla forza che da quelle lacrime è scaturita come una sorgente di vitalità sempre nuova.

Vivere soli non è sempre bello. A volte è pesante. Tanto. Ma è un potentissimo strumento di crescita che ti carica come una molla e ti spinge a lanciarti sempre più avanti. Quando ti rendi conto che puoi oltrepassare i tuoi limiti poi hai voglia di alzare l’asticella e fare di più. Diventa una sorta di droga.

Non credo più alla storia della natura, del carattere e se a volte, incoerentemente,  faccio finta di crederci è perché difendo qualcosa che non mi va di cambiare (la timidezza ad esempio: non chiedetemi di socializzare).

La natura è multiforme e ci permette di evolvere e adattarci a contesti e situazioni: si chiama sopravvivenza.

Per alcuni è facile, per altri un po’ meno. Il coraggio si sperimenta solo provandoci, magari poi si scopre di essere meno pavidi di quello che si credeva. Perché nella vita ad ogni passo troviamo un bivio, un’occasione, un’opportunità per scegliere di cambiare, o soltanto, di migliorarci un po’.

E la scelta è sempre e soltanto nostra.

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Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio?

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Ho qualche piccolo problemino con la fiducia. Sì, quella cosa lì che tu credi a una persona e a tutto quello che dice. Istintivamente tendo a fidarmi troppo e subito. Sono un po’ come Alice nel paese delle meraviglie della furbizia, ma, non essendo io furba, in questo meraviglioso mondo mi muovo con grande difficoltà. Sono sempre stata negata con le bugie: sono affetta da una tendenza irrefrenabile alla sincerità, con  tratti talvolta patologici, che ha come diretto effetto collaterale il non riuscire a riconoscere la malafede in chi ho davanti. E’ un po’ come soffrire di una particolare forma di miopia: non ho gli occhiali per vedere quello che per le persone maliziosamente “emmetropi” sarebbe ovvio. É questa limitazione che mi porta a credere, piuttosto ingenuamente, che quando riveli a un altro essere umano la tua parte più vulnerabile, quando ti scopri ed esponi la nudità della tua anima, con le tue ferite, le tue cicatrici e le tue paure e quando, d’altro canto, sei pronta ad accogliere anche le confidenze e i tormenti altrui,  in questo reciproco fluire di intimità, quell’altro essere umano non possa mai farti del male, non volutamente almeno.

L’ho  pensato di tante, troppe persone. Persone che conoscevo da tempo e persone che conoscevo appena. E ogni volta, puntualmente, mi sono sbagliata. Perché un conto è un’idea romantica che sconfina spesso nell’idealizzazione, un altro è la realtà.

Allora adesso, dopo che sono andata a sbattere dovunque, e dopo che mi hanno tassativamente imposto l’obbligo di guida con lenti, ho pensato di prendere delle contromisure, e decidere di mettere un bel paio di occhiali.

Ma paradossalmente è diventato tutto più complicato. Forse l’oculista è stato troppo bravo: gli occhiali che mi ha prescritto hanno una risoluzione altissima, vedo tutto in modo amplificato e mi fisso sui piccoli dettagli. Forse perché se dai in mano uno strumento potente a chi non l’ha mai usato, lo maneggia con grossa difficoltà. 

Adesso per la paura di sbattere di nuovo cammino pianissimo e aguzzo la vista anche sulle indicazioni più piccole non facendomi sfuggire niente.

Mi ci vorrebbe un termostato della fiducia, un “fiduciostato” lo potrei chiamare, un dispositivo per variare automaticamente il livello di fiducia e adattarlo a persone e circostanze. Invece il mio impianto di fiducizzazione è di quelli antichi: on-off. Tutto o niente.

É una cosa strana, per chi si è sempre fidato, non riuscire a farlo più. Ha un non so che di innaturale, è una sorta di ostacolo che limita la libertà di essere me stessa.

O forse è solo un bene. E, come in tutti i cambiamenti che fanno crescere, alla fine è solo un po’ fastidioso. Come quando il dentista ti mette l’apparecchio e stringe gli archetti: all’inizio fa male, poi ti adatti e i denti si mettono a posto.

O magari chissà, ho solo iniziato a sviluppare il mio intuito e a dar retta a quei campanelli d’allarme che tutti sentiamo ma che spesso, volutamente, ignoriamo per crearci una realtà tutta nostra che ci renda felici.

Dimenticando però che la cieca ostinazione partorisce illusioni e la migliore compagna di un’illusione resta sempre la delusione…

 

 

 

PS Io non ho bisogno di occhiali: ho fatto il laser e ci vedo benissimo 😉

 

 

 

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La Santa Inquisizione dell’orologio biologico

Johnny-Depp

 

Da ragazzina ero un cesso. Simpatica, intelligente, ma pur sempre un cesso. Ora non è che sia esattamente Belen, ma sono migliorata. Però ci sono volte in cui vorrei essere rimasta un cesso. Mi eviterebbe il problema di dover giustificare il mio stato di single: la gente penserebbe “Poveretta, così brutta, chi vuoi che se la prenda” e non farebbe troppe domande. Che poi, tra parentesi, le brutte se le prendono e come, ma questa è un’altra storia, per la quale dovrei aprire il capitolo “Sì ma guarda quelli che se le sono prese” tanto caro alla mia amica Mary. In ogni caso brufoli, apparecchio, sovrappeso, occhiali e capelli inguardabili mi avrebbero garantito di non essere vista con sospetto per il solo fatto di occupare l’altra metà del letto con un gatto che fa le fusa e non con un uomo che russa. Perché, ça va sans dire, se non sei da buttare via il problema è tuo. Lapalissiano. Se poi non hai neanche quello spasmodico desiderio di maternità, che ti spinge ad accoppiarti col primo inseminatore disponibile sul mercato, praticamente sei l’anticristo in minigonna.
Quelle volte come qualche sera fa. Una sera in cui ho assecondato il mio lato masochistico e ho accettato di andare a cena con un’allegra compagnia di signore, capitanate da mia zia. Sì, ogni tanto mi piace farmi del male. Mi piace regalarmi questi simpatici momenti di svago autolesionistico, tra una una melanzana ripiena e due domande della Santa Inquisizione. Seduta di fronte al Tribunale dell’orologio biologico ho avuto modo di constatare come certi retaggi culturali sono ancora duri a morire.
Ho tentato invano di spiegare che l’unico timer della mia vita è quello che attivo quando metto in posa il colore sui capelli, ma niente, pare che st’orologio sia proprio un’ossessione, un must have peggio di una Kelly di Hermes. Se non ce l’hai e soprattutto se non senti il suo ticchettio incedere inquietante come quello di una bomba ad orologeria sei una cosa a metà tra Freddy Krueger e la strega di Biancaneve . Roba che pure il Cappellaio Matto andrebbe in crisi co ste lancette. Ma niente. Non ce la fanno proprio. Non si rassegnano. Devono trovare una spiegazione a questo fenomeno paranormale. Uno dei miei cult preferiti dopo il “sei troppo esigente” è il “devi deciderti a scegliere”. É la chiave di volta, la soluzione a tutti i problemi: dipende solo da te, decidi e facciamola finita. Già mi immagino mentre sfoglio il mio bel Postal Market con le foto dei pretendenti e li valuto con attenzione e meticolosità. O mentre sono in balia dell’indecisione e della confusione, come qualcuno che ha ricevuto in regalo un buono da Gucci. Solo che a me il buono lo hanno fatto dai cinesi. E il catalogo, solitamente, me lo inviano direttamente dal Centro di Igiene Mentale o dal Dipartimento “Casi umani”.
Nel corso del dibattimento qualcuna di più larghe vedute si è spinta oltre, rendendomi edotta della sua interpretazione socio-antropologica, maturata sulla scorta del cambiamento dei costumi : “Certo, una volta se massimo a venticinque-barra-trent’anni anni non ti sposavi eri considerata zitella, mo non è come ai miei tempi”. No, mo ci avete regalato una decina d’anni di tolleranza, grazie. E poi ci siamo inglesizzate: ora ci facciamo chiamare single, che suona meglio.
Alla fine mia zia, sbattendo il martelletto e dichiarando tolta l’udienza, ha sentenziato che una compagnia ci vuole. Una compagnia, sia chiaro. Mica l’Amore. Quella è roba per i ventenni-barra-trentenni. A quarant’anni ci vuole la compagnia. Allora compagnia per compagnia mi tengo il gatto, scusate.
Intanto tra una domanda e l’altra e uno sfilare di gente sul banco dei testimoni, ad allietare la tavola e il nostro palato andavano e venivano le portate della tradizione: melanzane grigliate, mulingiani mbuttunati, pomodorini ripieni, bruschette, polpette, formaggio, pane fritto.
Tutto squisito ma a pensarci bene mancava qualcosa per dare un gusto diverso alla serata. Ci sarebbe stata benissimo, che ne so, una bella spolverata di affari propri, magari.
Che è salutare, rinfrescante e favorisce la digestione.

Con affetto, sempre.

Natalia

 

 

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Mordere l’amore

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Ho da poco effettuato una delle grandi svolte della mia vita: sono passata ad Apple. Così, di botto, ho fatto entrare sia iPhone che MACBook, e le mie giornate sono cambiate. Ora vivo incollata al portatile come se fossi un marsupiale, passo le nottate a conversare con altri nerd apple-addicted sulle straordinarie potenzialità di iPhone 6 e di come si interfacci splendidamente col MAC, e la mia produttività è aumentata.

Eppure, quando avevo iniziato a coltivare l’idea di abbandonare Windows e passare a OS X, i detrattori di questa drastica scelta non sono mancati, adducendo a sostegno delle loro tesi le più svariate spiegazioni : “eh ma poi è incompatibile col resto” “eh ma poi si deve pagare tutto” ” eh ma per quanto costa ti prendi un…” e lì ognuno scatenava la sua fantasia.

Per non parlare del telefono. “Eh ma Android è meglio”. Android fa cagare. Diciamolo. E’ un ricettacolo di virus che manco nell’alto isolamento delle malattie infettive.

Il punto non è questo comunque. Il punto è quello che la mia amica Simo mi ha fatto notare, dopo aver letto un mio post di FB sull’argomento: adorando io le metafore (vedi post precedente), avrei potuto fare un interessante parallelismo tra relazione col PC e relazioni amorose.

E allora, partendo da questo presupposto, mi sono guardata intorno e ho trovato gente che si trascina con i suoi HP, Asus, Sony Vaio (se è stata più fortunata), su cui magari è montato Windows 7 e che continua a smadonnare quando il PC si blocca, quando l’antivirus non funziona, quando escono quei simpaticissimi messaggi di errore, quando il dispositivo sembra sia posseduto e più che un tecnico ci vorrebbe un esorcista.

Però ci riprovano. Perché è giusto riprovarci. Lo formattano, lo mandano in assistenza, lo sistemano, provano a installare un altro antivirus, ma niente, continuano a smadonnare. Perché cambiare sarebbe troppo complicato. E poi tutti i documenti e i file excel che fine farebbero?

Io vi capisco, eh. Anch’io sono stata osteggiata in famiglia nel mio passaggio a MAC. Mio padre non si rassegnava proprio. “Ma non è tanto vecchio, è peccato lasciarlo”. Peccato che desse i numeri e che ormai il livello di conflittualità fosse così elevato che, o si accendeva con l’alimentazione o si accendeva solo con la batteria. Insieme no. E a volte non si accendeva proprio. Era così dispiaciuto dal doverlo lasciare, mio padre, che addirittura si è ritirato una tastiera nuova non so da dove per sostituire quella originale, così piena di peli di gatto che poco mancava che facesse le fusa quando toccavi i tasti. Ma non ha risolto niente, ovviamente. E alla fine, il MAC, me l’ha regalato proprio lui.

Poi ci sono quelli che si accontentano. L’ho fatto anch’io in passato quindi non sto qui a giudicarvi. Volevo un tablet e ho ritirato una ciofeca da Amazon. La suddetta ciofeca, su cui girava il solito Android, ha pensato bene di prendersi non un virus, ma uno di quei batteri multiresistenti che devi trattare in ospedale con farmaci potentissimi. Dopo averlo formattato circa sessanta volte ho scoperto che il simpatico “animaletto” aveva un tropismo particolare per una app fondamentale, e automaticamente, spuntava ogni volta che mi collegavo a internet, scaricando le peggio cose. Ormai il tablet sembrava lo schermo del PC di un onanista esperto. Quindi il principio su cui si fondava la scelta “va bè basta che sia un tablet, alla fine funzionano tutti nello stesso modo” si è rivelato fallimentare. E poi, sinceramente, ho pure capito che, in realtà, non sapevo proprio che farmene di un tablet.

E poi non possiamo tralasciare quelli(e) che vogliono un iPad mini a tutti i costi. Alla fine, se non riesco ad avere il grande MAC, mi accontento di uno piccolino. Ma come, hai più di trent’anni e non ti sei fatta neanche un iPad mini? Però poi smadonnano quando la notte lo lasciano acceso e arrivano le notifiche o quando sono in giro e devono tornare presto per metterlo in carica.

Alla fine è sempre questione di scelte e di sapere cosa si vuole: da una relazione, o da un PC, e di capire se si preferisce continuare a spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere o decidersi a mordere la mela e abbandonarsi al “respiro” del MAC che vi cambierà la vita.

Applemente vostra,

Natalia

 

 

 

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La (bio)chimica dell’amore

 

Loredana-Manzi__L-incastro-perfetto_g“In biochimica, un recettore è una proteina, transmembrana o intracellulare, che si lega con un fattore specifico, definito ligando, causando nel recettore una variazione conformazionale in seguito alla quale si ha l’insorgenza di una risposta cellulare o un effetto biologico.”

E’ così anche per le relazioni d’amore: incastri perfetti o quasi, in cui ci si fonde per creare un’ unità indivisibile, nella quale ognuno mantiene la sua identità e perde un po’ della sua forma per dare al tutto una nuova e armoniosa conformazione che si chiama “noi”.

A volte capita di trovarsi ad essere il ligando di un recettore sbagliato, ma di volercisi legare a tutti i costi, forzando l’architettura fisiologica, cercando di farsi più piccola o più grande per riuscire a combaciare, snaturando se stessi, fissandosi su quei pochi punti di contatto dove le superfici sembrano aderire. Ma sono legami deboli, destinati a rompersi con facilità, a far staccare senza troppa fatica le due parti.

Oppure ci sono quelli che secondo te sono giusti perché, chissà perché, forse perché  qualche mattoncino di cui sono composti risplende particolarmente e ti piace così tanto che devi per forza provare a legarti. Ma invece di combaciare ci vai a sbattere contro, perché questi mattoncini sono assemblati in modo da non poter entrare in contatto in nessun punto con te, ma formano solo un muro contro cui vai a rompere  la tua testa dura. Questo muro si chiama spesso cinismo e anaffettività, e tu sei così testarda che tenti anche di scalarlo, ma niente, dall’altra parte solo il vuoto, in cui ti lanci e cadi, facendoti parecchio male (ma per fortuna madre natura ti ha dotato di ottimi ammortizzatori, anatomici e non).

E poi ci sono persone che sembrano simili a te ma alla fine scopri che siete stereoisomeri: stessa formula molecolare, ma proprietà diverse, uguali in potenza, opposti nella realtà, uno gira da un lato, l’altra percorre la strada opposta. Tu dici A e lui capisce B. Tu gli fai un complimento e lui pensa che lo sfotti. Tu ti vedi (nel senso di “immaginarti”) in un futuro con lui e lui si vede (nel senso di “vedersi”) con altre cinque almeno.

Altre volte si ha la pretesa di essere il farmaco salvavita di un’anima inquieta: si vorrebbe essere quella molecola che spiazza dal recettore i dubbi, le paure, le tensioni, i conflitti irrisolti, per poter dare una forma nuova al recettore stesso.

Ma forse quella proteina sta bene col suo ligando naturale: con le sue paranoie, che gli appartengono come gli aminoacidi di cui è composta, e non vuole o non ha bisogno di nessuna terapia, di nessun farmaco che le scalzi via.

In rarissimi casi selezionati si è così fortunati da trovare l’incastro perfetto, da incontrare quelle persone complementari con cui non hai bisogno di dare troppe spiegazioni, che sembra ti conoscano da sempre, con cui tutto è naturale e spontaneo, a cui legarsi sembra la cosa più fisiologica e ovvia del mondo. Come se dovessi solo seguire quel richiamo, quella chemiotassi, e assecondare quell’interazione e quel momento di trasformazione senza nessuno sforzo, senza pensare a cosa fare o cosa dire, a quale superficie scegliere per adagiarti. Perché quella superficie è anche la tua, quella superficie è parte anche di te e qualsiasi punto andrai a toccare la risposta sarà  sempre una meravigliosa reazione d’amore.

Forse adesso avete le idee più chiare, e non vi sentirete più tanto confuse quando qualcuno vi scaricherà con quella fantasiosa scusa evergreen del “non c’è chimica”. Prima di farvi dare il benservito, però, vi consiglio di far fare all’allegro scienziato un ripassino su anelli benzenici e isomeria, giusto così, per ricordare anche a lui cos’è sta benedetta chimica.

(natalia)

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The first date

First-Date-QuestionsUno dei lati positivi del non avere una relazione stabile è la possibilità di rivivere all’infinito l’emozione di un primo appuntamento. Ah! i primi appuntamenti! Le farfalle nello stomaco, la piacevole ansia dell’incognito, la scelta dell’outfit (che inizia almeno due settimane prima), il batticuore, i dubbi amletici “tacco sì tacco no”. Che tu abbia venti, trenta o quarant’anni poco importa: la prima uscita con qualcuno è sempre un evento magico, una piccola parentesi di vita sospesa in una dimensione onirica. Che però, talvolta, può trasformarsi anche in un incubo.
I miei primi appuntamenti sono sempre un disastro, ad esempio. Dovrebbero cristallizzarsi lì, in quel momento in cui esci dalla porta di casa tua e sei superfiga, makeup perfetto, tacco giusto, vestito intrigante ma non provocante, radiosa, abbronzata e anche glitterata. Ecco, quel momento lì dovrebbe restare sospeso per sempre, fissato in quel nano secondo prima di entrare nella macchina di lui.
Perché già da lì iniziano i primi drammi. Tra me e il lui di turno c’è una coltre di imbarazzo così spessa che si taglia con un flessibile:  il suo tentativo di spezzare il ghiaccio con un “Beh! Come va?”  normalmente ottiene come risposta un secco “Bene!” da parte mia, oppure, ancora peggio, un insulso ciancicare qualcosa a proposito della mia interessantissima giornata, che mi fa passare subito per idiota.

 

Sovente il tipo è discretamente logorroico, la qual cosa andrebbe teoricamente tutta a mio favore, essendo io affetta da una timidezza patologica che mi impedisce di sostenere una conversazione a due. In realtá, però, dopo un tempo variabile, la situazione prende sempre quella temibile piega: il logorroico, dopo ore di sproloqui, di monologhi, e di racconti narcisistici sulla sua vita e le sue imprese epiche, si accorge che esisto anche io, quindi si blocca, mi guarda e mi dice : “ Ma tu non parli?”. Che è come quando vai dal dentista: mentre te ne stai con un’impalcatura in bocca, con cui già fatichi a respirare,  lui vorrebbe che tu riuscissi pure a parlare. Di solito davanti a questa domanda piombo in un mutismo corredato da un’ espressione ebete, stampata su un viso dipinto da cinquanta sfumature di rosso e vorrei chiedergli perché non possismo continuare a scriverci e mandarci emoticons su whatsapp, invece di parlare. Poi parlare di cosa? Dovrei riagganciarmi a qualche punto del tuo racconto? Dovrei iniziare un discorso nuovo? “Parlami un po’ di te!” Ecco qua. “Parlami un po’ di te” è tipo “Mi parli di un argomento a piacere”. Io l’argomento a piacere l’ho sempre odiato. Ma chiedimi un argomento tu, scusa. Ho buttato sangue un’estate sui libri devo pure dirti cosa chiedermi? L’argomento a piacere mi mette ansia, perché se magari vai male la commissione giustamente ti dice “E menomale che te lo sei scelto tu”, quindi fatemi una domanda voi, per favore.

Anzi no, non me le fate. Perché spesso la domanda cade sull’argomento “vecchie storie”. ” E com’é andata l’ultima storia che hai avuto?” Come mia mamma, che, quando torno a pezzi da una notte di guardia, e vorrei solo rimuovere tutto con una bella doccia e andare a dormire,  mi chiede “Com’è andata? E che è successo?”.  Chè già magari prima di questa serata hai fatto un mese di meditazione,  quattro cinque sedute di psicoterapia, consumato dieci boccette di fiori di Bach, per superare i traumi della storia precedente e ora arriva uno che vuole riesumarli. C’è anche il “Come vivi la tua condizione di single?” Che mo, voglio dire, capisco che non sia il massimo della vita essere single a quarant’anni, ma non è che proprio dormo su un cartone sotto un ponte, come dovrei viverla sta “condizione”?
Poi ci sono quelli che vogliono sondare il terreno sulle tue aspettative, per capire se corrono il rischio di doversi impegnare, e allora ti chiedono cosa cerchi in una storia. E se intuiscono che magari ti piacerebbe costruire qualcosa con qualcuno, passano a uno sgradevole tono canzonatorio facendoti sentire una cosa a metà tra una Meg March rediviva e una zitella disperata smaniosa di sistemarsi.
I peggiori pero’ sono gli aspiranti intellettuali, quelli che sol perché hanno letto qualche libro in più di te, si sentono in dovere di ostentare la loro cultura, e ti interrogano facendoti scivolare nel discorso citazioni erudite, per vedere se le hai colte, oppure ti chiedono “hai visto tale film?” “hai letto tale libro?” “hai visitato tale posto?”
Ecco, se non volete rivivere il clima da esame di terza media a vita, magari questi soggetti evitateli.
Per chiudere, anche se un primo appuntamento è solo un primo appuntamento e non l’inizio di una relazione, ha comunque “in nuce” la potenzialità per poterlo diventare. Quindi se inizi a dirmi che potresti presentarmi un amico, se usi espressioni come “quando un giorno ti innamorerai di qualcuno”, se fai riferimento ai tuoi progetti futuri (che ovviamente non contemplano la presenza della sottoscritta), anche se potrebbe essere tranquillamente così, mi girano un po’ gli zebedei.
E adesso, scusate, ma vado a pensare al mio prossimo outfit 😉

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Lasciarsi su FB: istruzioni per l’uso

Ci siete ricascate di nuovo, vero? Vi siete fatte travolgere dall’ennesima storia on line. E’ roba da disadattati, lo sapete, sì? “Eh ma lui era così carino, scriveva quelle cose meravigliose, si capiva che era sensibile e intelligente, poi aveva pure le foto coi gatti”. Ah sì? E quella vocina che diceva “mai più storie su Facebook” che fine ha fatto? Qualcuno l’ha sentita? Nessuno, a quanto pare. E…ditemi, ditemi, com’è finita poi? Vivete felici e contenti? Siete convolati a giuste nozze? Vivete in una meravigliosa villa con giardino insieme ai vostri figli, a un cane e a un gatto? No, eh! Lo sospettavo. Forse perché lui, che sembrava essere sceso dal cavallo bianco per condurvi nel suo Regno, non è stato in grado neanche di accompagnarvi sotto casa? Forse perché, conoscendolo, vi siete accorte che soffriva di un disturbo di personalità di tipo schizoide-affettivo? Forse perché vi siete “incontrati” e lui dopo non si è degnato neanche di richiamarvi? Pazienza ragazze, è andata così. Ormai quel che è fatto è fatto. Versate tutte le lacrime che bisognava versare ed esaurito il tempus lugendi, è ora di occuparsi di dettagli più pratici. Cosa fare quando finisce una storia su FB? Lui, il tizio, sta sempre lì, sospeso in quel microcosmo virtuale dove siete andate a pescarlo (o dove, più probabilmente, lui ha pescato voi). cuori_spezzati

Eliminarlo? Bloccarlo? Ignorarlo? Continuare a seguirlo? L’ultima opzione la escludo e la sconsiglio. Se proprio avete delle pulsioni masochistiche da sfogare, tenetevi un tacco 13 tutto il giorno, pulite casa, stirate la domenica mattina mentre tutti sono a mare. Ricordatevi che per ogni scelta si attiverà un complesso sistema di paranoie secondo le quali ad ogni nostra azione corrisponderà una sua reazione. Ovviamente, mentre noi ci arrovelliamo il cervello sulla cosa più saggia ed elegante da fare, lui si starà facendo la sua vita, e neanche si sarà accorto delle nostre mosse.

Bloccarlo. Potrebbe sembrare  una decisione troppo drastica e poi “se lo blocco e lui non capisce che l’ho bloccato e mi vede come “utente Facebook” penserà che mi sono cancellata perché sono andata in depressione”. Ho una bella notizia: lui non pensa.

Eliminarlo. Il giusto mix di saggezza e diplomazia (se bloccarlo vi sembra una scelta estrema). Tu non vedi più lui, lui non vede più te: perfetto per accelerare il meccanismo di elaborazione e scivolamento verso l’oblio. “Ah ma non voglio dargli la soddisfazione di eliminarlo, e fargli capire che ci sto male”. Okay, a questo ha pensato il buon Zucky. Puoi anche cliccare il simpatico tasto “non seguire” e lui non comparirà più nella tua home. E se non vuoi che lui veda i tuoi post, perché magari ci saranno giorni in cui cederai alla tentazione di sfogare la tua rabbia con un post al vetriolo, mettigli una bella restrizione. Ecco fatto. Se, anche dopo aver messo in atto tutte queste misure,  il fatto di averlo tra i tuoi amici continua ad irritarti, allora è giunto il momento di eliminarlo, mettere una bella croce sopra e non pensarci più. E sperare che in futuro non vi incontrerete negli stessi post(i). Naturalmente, lui non si accorgerà di niente, se non per caso, dopo mesi, e rimarrà stupito: in fondo che ha fatto di male?

Sembra tutto chiaro, ma rimane solo  un piccolo problema. Una mia amica dice: “ma con i sentimenti, con le emozioni, come si fa? Si bannano, si bloccano, si eliminano?”

A questo, purtroppo, Zucky non ha ancora pensato.

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Si fa presto a dire toy boy

Appurato, quindi, che i nostri quarant’anni ce li portiamo egregiamente, e che, nonostante ciò, siamo ancora single, facciamoci due domande e diamoci tre, quattro, otto, mille risposte.

Il dramma di chi si sente giovane dentro, e lo sembra anche fuori, è che no, proprio non ce la fa, a trovare qualcuno della sua età o, ancora peggio, più grande. “Quello? Ma ha quarantacinque anni, è un vecchio!”  “Veramente ne ha solo cinque più di te” . Ah, bene.

E poi, diciamolo, se vai a pescare nel bacino quaranta e dintorni, cosa puoi trovare attaccato all’amo? (ho detto AMO)

Uomini sposati. Potrebbero anche andare bene se vuoi continuare allegramente la tua vita e non rinunciare alla tua libertà. Tu ti prendi il meglio, la parte ludica, per così dire, e le mogli stirano le camicie e fanno i compiti coi bambini. Soluzione interessante. Non va bene per le romantiche che sognano il grande amore, tipo me.

Uomini separati. E già qua, ti senti quella che è arrivata tardi al buffet e si deve accontentare di quello che gli altri hanno scartato. Quella a cui hanno fatto un regalo riciclato. Quella che compra borse vintage ai mercatini dell’usato. Senza contare che in questa categoria rientra buona parte dei disillusi, che poca voglia hanno, magari anche giustamente, di rimettersi in gioco e provare a costruire qualcosa con te (scusa sai, ma ora voglio pensare un po’ a me stesso). Senza tralasciare il dettaglio affatto trascurabile che spesso te li devi prendere con l’opzione di serie “prole a carico”. Cioè, se già il tuo senso materno è a livello riserva con tanto di spia rossa lampeggiante,  figuriamoci coi marmocchi di seconda mano. Che poi capita che la mattina lui ti dica “beati quelli che si possono svegliare coi loro figli”, e alla tua, ingenua e minchiona risposta “ma non sei felice di svegliarti con me?” obiettano candidamente “ma non è la stessa cosa”. Ecco: la competizione con una mocciosa di tre anni anche no, specialmente se è bionda con gli occhi azzurri.

Sfigati, mammoni & co. Quelli che se nessuno se li è presi fino ad ora perché dovresti prenderteli tu? (oddio mi rendo conto che il discorso vale anche al contrario).

E allora, ci buttiamo su quelli più giovani? I cosiddetti toyboy? Eh ma si fa presto a dire toy boy. I toy boy fighi toccano a Madonna o a Demi Moore, qui l’orchestra suona tutt’altra musica.

Dico, non so se avete notato come sono i trentenni di adesso. Minimo minimo se ti va bene te li trovi la mattina che si lamentano perché il materasso era scomodo e si sentono le ossa a pezzi, se ti va male potresti ridurti a fare la badante per il resto dei tuoi giorni, finché sciatica non vi separi.

La mia amica ha elaborato una tattica di rimorchio: dice di mentire riguardo alla nostra professione e inventarci un altro lavoro. Nello specifico “tu dici che scrivi (e certo così magari poi ti chiedono cosa e se rispondi “cazzate su Facebook” la serata è finita o ti fanno un TSO)  e io che faccio l’architetto” (e anche lì spero che nessuno le faccia domande strane su planimetrie o verifiche catastali). Insomma, dice che così gli uomini si approcciano in modo più tranquillo, chè se dici che se medico si intimoriscono  (ma non  nel senso di “fai il bravo se no il dottore ti fa la puntura”) e scappano. Sarà, ma a me non mi pare. Tutto sto timore non lo vedo. Anzi. Ipocondriaci come sono e appassionati di malattie quasi quanto di playstation, non vedono l’ora di trovarsi di fronte qualcuno a cui raccontare i loro malanni, a gratis per giunta (al massimo al costo di una birra).

Però ho pensato che sposerò la sua idea e la prossima volta dirò di essere, che so, un’estetista, così almeno sarò sicura di non trovarmi un’ameba spalmata sul divano a cui fare da infermiera. Spero soltanto che poi non mi chieda di fargli le sopracciglia.

single · vita

I miei primi quarant’anni

dalimontremolle

Una setttimana fa ho festeggiato i miei primi quarant’anni. Quaranta??? Che numero strano per un’età che mi sembrava non dovesse arrivare mai, per me che ragiono ancora con la testa dei vent’anni. Oddio, dieci anni fa mi frequentavo con un tizio di quarant’anni e lo vedevo “grande”. E ora? Sono grande anch’io? Quando ho compiuto trent’anni, mio fratello, col tatto che contraddistingue i fratelli minori, ha voluto salutarmi, mentre salivo sul treno di una nuova decade, con un “auguri! ora vai per i quaranta!”. E alla fine ci sono arrivata sul serio a sti benedetti quaranta. E il passaggio da quel “vai per” al “ci sei dentro” , se mi guardo indietro, è stato cortissimo. Dieci anni che sono volati, dieci anni in cui avrei dovuto accumulare un po’ di saggezza e in cui ho fatto le meglio stronzate della mia vita, che in fondo è iniziata proprio a trent’anni. Sono un po’ ritardataria sulla tabella di marcia della vita stessa, ho sacrificato tante cose prima e dopo è venuta fuori la voglia di esplorare e conoscere, ma ben venga. Forse per questo non mi sentivo ancora pronta per l’arrivo di questi anta. Come anta? Adesso, proprio adesso, che devo ancora divertirmi e comportarmi da adolescente cresciuta? Avevo proprio l’ansia del loro arrivo, anche se erano solo un numero su una torta, in fondo che differenza vuoi che ci sia tra 39 e 364 giorni e 40 meno un giorno? Beh per me ce l’aveva…ma poi sono arrivati, ed è stato come quando prendi il morbillo e allora non hai più paura di andare a casa degli amichetti che ce l’hanno,  è  stato come quando ormai hai rotto la dieta e chissenefrega mi mangio pure il dolce. Niente da perdere insomma, giro di boa, senso di libertà. Un nuovo, meraviglioso, inizio. Ormai chi doveva aspettarsi qualcosa da te non se lo aspetta più, e il bello è che neanche tu te lo aspetti. Il ticchettio dell’orologio biologico non l’ho mai sentito, in realtà. Io sono quella che quando andavo a studiare da mia nonna nascondevo orologi e sveglie nei cassetti perché non sopportavo quel tic tac, figuriamoci quanto fastidio mi avrebbe dato sentirlo nella testa, nel cuore, o nelle ovaie. Se per caso era rimasto nascosto in qualche cassetto della mia vita ora si è scaricato e ha finalmente smesso di importunarmi col suo ticchettio molesto, seppur sordo.
E poi, in questi quattro decenni non siamo mica stati a smacchiare i giaguari o a pettinare le bambole: qualcosa, e forse più di qualcosa, di buono, l’abbiamo costruito.

Ho letto che in questi giorni ha compiuto quarant’anni anche la Jolie. Angelina cara, arrivarci a quarant’anni come noi. I tuoi segreti non li conosco, ma conosco il mio. Essere, oltre che una talebana salutista, un brutto anatroccolo. Se metto a confronto le foto del miei diciott’anni con quelle di adesso sceglierei la me di adesso tutta la vita. O tornerei indietro solo per dire a quella ragazzina goffa e coi brufoli che le pelli grasse non fanno rughe e che le seconde di reggiseno resteranno sempre al loro posto.

Che nella vita ognuno ha la sua strada ed è quello che è proprio grazie a quello che è stato, anche grazie a un apparecchio per i denti. Che è fondamentale e necessario cambiare ma che non bisogna mai sacrificare la propria natura per niente e nessuno. Che la timidezza è un dono, ma che un po’ di fiducia in più in se stessi non guasta mai.

Ma sono certa che non mi ascolterebbe, testarda com’è, oppure mi guarderebbe con ammirazione, e chissà, vorrebbe diventare un giorno questa quarantenne, che quella diciottenne goffa la porta sempre dentro, e con cui adesso sta iniziando questo nuovo, straordinario cammino.