Uncategorized

Gli uomini sono le nuove donne? (Il sessismo al contrario)

uomini

Sto seguendo una pagina facebook che si chiama “Gli uomini sono le nuove donne”. All’inizio mi faceva morire dal ridere e mi faceva sentire meno sola nelle mie disavventure con gli uomini, ma ultimamente la tendenza a una deriva vittimistica, oltre ad annoiarmi, mi dà lo spunto per alcune riflessioni.

Per chi non la conoscesse, in questa pagina vengono postati screenshot o stralci di conversazioni tra uomini e donne, che regalano uno spaccato non proprio confortante dell’attuale mondo maschile.
Da quello che non si sente di uscire perchè non ha il capello a posto, a quello che non vuol far dispiacere la mamma e ancora a chi conosce, meglio di noi, i segreti dell’epilazione.
Insomma ce n’è per tutti i gusti per farci sbattere la testa contro il muro e farci giungere alla rassegnata consapevolezza che ormai il sesso forte è finito e che quel cromosoma Y sta lì solo per presenza.
Spesso, però, le testimonianze delle donzelle risentite parlano più di rifiuti tra le righe, non ammessi esplicitamente e mascherati da scuse improbabili, che noi donne non riusciamo ad intercettare. E allora lì, belle mie, il problema è solo nostro. Se uno non ci vuole non ci vuole. Non è che solo perchè abbiamo un apparato riproduttivo compatibile col loro, ci debbano sistematicamente saltare addosso, pena il rischio di essere bollati come gay o “non abbastanza uomini”. In questi casi magari sarebbe bene farsi due domande.
L’altra cosa che mi ha fatto riflettere è che a volte, da queste conversazioni, o anche dai commenti, viene fuori una certa forma di linciaggio volto a ridicolizzare quegli uomini che si dimostrano indecisi, poco sicuri, o che magari hanno solo voglia di non correre troppo.
In fondo non è sessismo anche questo? Pensare che un uomo non possa avere paura di mettersi in gioco, paura di affrontare una relazione, paura di soffrire o che voglia dare al rapporto un significato più profondo, proprio come succede a noi.
No. Se non ci provano la prima sera hanno qualche problema. E magari qualche problema ce l’abbiamo noi adesso. Che non riusciamo più a stabilire un contatto con l’altra metà del cielo, che siamo troppo egocentriche, egoriferite e centrate solo sul nostro passato, sulle nostre delusioni, sulle nostre esigenze, da non pensare che anche dall’altra parte esistono gli stessi dubbi e le stesse incertezze e-perchè no?-anche le stesse paure.
Come ci siamo volute spogliare a tutti i costi da un certo modello di femminilità che la società ci ha imposto, emancipandoci dalla figura della donna buona a stare solo in cucina, allo stesso modo dovremmo permettere anche al sesso forte di poter mostrare le proprie debolezze e di spogliarsi da stereotipi altrettanto radicati, senza correre il rischio di essere derisi o ingabbiati in categorie ed etichette.
Solo in questo caso si potrà parlare di vera parità.
Il resto è solo femminismo da salotto.

 

 

Annunci
Uncategorized

Cinquanta sfumature di cross-fit

cinquanta-sfumature-di-grigio1

Mi sono sacrificata per voi e sono andata a vedere Cinquanta sfumature. Come era prevedibile, ho risolto i miei problemi di stipsi, proprio quando alla Despar hanno deciso di non portare più la tisana miracolosa.
Parto proprio da una tabula rasa, essendo vergine del cult letterario e cinematografico che ha esaltato migliaia di donne, quanto la nostra bella protagonista prima dell’incontro con il suo focoso amante.
Non ho letto i libri né visto il primo episodio della saga, quindi rischierò di ripetere quanto detto altrove, dal momento che non credo possano esserci sostanziali differenze nell’articolata struttura narrativa.
La storia è sempre la stessa: quella tra Christian Grey, miliardario che acquista società ed elicotteri come noi compriamo rossetti da Kiko, con quella piccola debolezza del sesso violento e  Anastasia Steele, sfigata ninfomane in erba con l’aria da Santa Maria Goretti e l’animo di Cicciolina.
Anastasia, perfetta per il genere soft porno, poiché possiede la vitalità di un pesce rosso a cui non cambiano l’acqua da una settimana e la sensualità di una tartaruga delle Galapagos, non avendo nessuna trastula in corso, cede alla tentazione della minestra riscaldata, e accoglie, senza troppa resistenza, nel microonde della propria vita, il bel giovanotto che – vabbè- sarà pure violento e l’avrà pure fatta soffrire ma se proprio proprio devi tornare con un ex e ti scegli uno che ti versa 24mila dollari sul conto e ha degli addominali che puoi usare come superficie per la Plank, di sicuro non sbagli.
La gatta morta all’inizio decide di seguire il consiglio della Mannoia che esorta a tenercela stretta e invece dopo neanche 24 ore balla sul letto di Grey come la scimmia di Gabbani.
Il momento più eccitante, quello in cui trattieni il respiro e urli “Oddio che meraviglia!!” si consuma direttamente all’inizio, quando lei apre una scatola che le dona lui e trova dentro prima un MAC e poi un iPhone. Un crescendo di emozioni.
Lui ci tiene subito a ribadire i confini palpatori entro cui la ragazza potrà muoversi e, a tal fine, ne disegna i bordi con un rossetto. Affinché il messaggio non vada perso, ‘sto rossetto gli rimane sulla pelle per giorni, proprio come i pazienti che tornano dopo un mese per il controllo e scopri che hanno ancora attaccati gli elettrodi del monitoraggio.
Grey, oltre a fare sfoggio di pettorali e glutei, dimostra alle donne indecise sull’utilizzo del tampone interno che alla fine se è così facile inserire un dildo figuriamoci un Tampax, sbaragliando tutti i colleghi maschi nel casting per la prossima pubblicità del noto assorbente.
Delusione per chi avrebbe voluto prendere spunto per vivacizzare la propria vita sessuale. Gli unici spunti che potete prendere sono per le vostre lezioni di allenamento funzionale.
A un certo punto la morigerata Anastasia decide che si sta annoiando e che quasi quasi le farebbe bene un ritorno alle care vecchie abitudini sadomaso, quindi il Mister Grigio subito la accontenta tirando fuori dalla sua stanza delle torture uno strumento superlativo per gli addominali obliqui, un attrezzo che in confronto il TRX a cui ci appendiamo noi è roba da ora di educazione fisica alle medie. Cinquanta sfumature di crossfit, praticamente.
I dialoghi sono imbarazzanti. E non perchè rischiate di arrossire mentre li ascoltate, ma perchè, complice un doppiaggio che il cane della vicina avrebbe fatto con più dignità, lo scambio di battute risulta avvincente e simpatico come Albano che ruba i fiori ad Ermal Meta mentre ha un gatto attaccato ai maroni.
In questo appassionante ed emozionante pathos narrativo, il momento epico è quando lei, mortificata, dice a lui che forse non è la donna giusta perchè non sa accontentare il suo “bisogno” di dominare. Si dispiace pure. Questa si dispiace perchè, poverino, lui soffre se lei non si fa picchiare. E poi le mie amiche hanno pure il coraggio di cazziarmi solo perchè scrivo a qualcuno che mi lascia e difendo gli indifendibili.
“Sei un dominatore, io non so se ce la faccio ad essere dominata”
E lui:
“Non sono un dominatore. Sono un sadico”
Ambè. Mecojoni.
Noi invece siamo un po’ masochiste, invece. Perché ti abbiamo regalato in tutta consapevolezza 6 euro, invece di stare a casa avvinghiate alla borsa dell’acqua calda.

Uncategorized

….però brindo alla resa!!!

So che questo potrebbe sembrare un pezzo disfattista e pessimista ma preferirei definirlo cinicamente realista. Che poi, beh, ognuno fa i conti con le proprie esperienze e col proprio carrello della spesa in  questo supermercato della vita e, quando è in fila alla cassa, si fa due conti. E non tutti hanno buoni o carte fedeltà.

Gira e rigira nella borsa le uniche carte che ti ritrovi sono quelle dell’accettazione e della rassegnazione.

Sì, perchè alla fine è inutile lottare contro le cose che non riuscirai mai a cambiare, meglio se le accetti e ci diventi amica.

E così tutte le guerre combattute da quando eri ragazzina, dalle più stupide alle più importanti sono finite. Tregua. Armistizio.

La pancetta, la cellulite, le sopracciglia, i capelli crespi, il passare definitivamente alla taglia più grande. Beh, sui capelli in realtà mantengo ancora l’illusione di poter combattere dignitosamente e con coraggio. Sul resto mi sono arresa.

Non è vero. Per le sopracciglia ho fatto il microblading (ve lo consiglio, è una svolta).

Però…non mi ci accanisco più come una volta. Solo spreco di energia.

Quindi, se arrivi in un’età in cui maturi la consapevolezza che madre natura non ti ha fatto perfetta e accetti le tue imperfezioni, puoi anche maturarne un’altra, di consapevolezza: che c’è un’altra cosa che comunque ti è stata preclusa e per cui non puoi farci niente.

Quella cosa si chiama Amore.

E’ un po’ strano, sì, maturare e mettere nero su bianco queste riflessioni a un anno esatto dalla pubblicazione di un bellissimo post sull’Amore, che neanche sembra scritto da me, adesso. Era solo il frutto di un ultimo rigurgito di illusione, soffocato dallo scontro con la realtà.

Non so se chiamarla disillusione, scetticismo, amaro realismo. So che niente è come sembra. So che gli atti più ignobili, le cattiverie più basse, i comportamenti più assurdi arrivano sempre da chi meno te lo aspetti.

So che tutto è diventato stramaledettamene difficile, che le persone sono strane, che c’è diffidenza, chiusura, incapacità di relazionarsi. Che è più facile trovare la tua taglia l’ultimo giorno dei saldi che trovare a quarant’anni una persona con cui entrare in sintonia e condividere sogni, emozioni, progetti. E chi, ci riesce, beh, ha la mia stima.

So che se mi sono trasformata in una zitella gattara è perchè ho avuto i miei buoni motivi.

So che di soffrire ancora, farmi e farmi fare del male non ci penso nemmeno.

So che esistono tante forme di amore e, almeno per me, quella di un compagno è la meno nobile.

E so che preferisco continuare ad accarezzare i miei gatti piuttosto che accarezzare sogni che poi si infrangeranno su scogli crudeli e appuntiti di superficialità e insensibilità.

E preferisco versare calici di vino che versare inutilissime lacrime.

 

vino

 

 

amore · Uncategorized

“Do ut des” (quei simpatici parassiti)

pesceclown

“Do ut des”.
Era l’espressione preferita del mio Preside del liceo. “Ti do affinchè tu mi dia”, o ancora meglio “Se tu mi dai io ti do”. Ricatto o scambio mutualistico?
In realtà, come tra insegnante e discente, dove il dare dell’uno si esprime in termini numerici di voto e il dare dell’altro consiste nell’impegno, e nello studio tutti i rapporti umani dovrebbero essere un po’ come una bilancia i cui piatti tendono ad equivalersi. Dove, almeno grossolanamente, il dare dell’uno corrisponde al dare dell’altro, dove il ricevere non è solo unidirezionale.
Invece, spesso e volentieri non è così che funziona: c’è sempre qualcuno che ci mette il massimo in termini di impegno, tempo e coinvolgimento emotivo e qualcun altro che resta un po’ più indietro.
Dovrebbe essere ciò che in natura si chiama simbiosi. Non nell’accezione psicologica del termine, che porta con sé una connotazione di dipendenza affettiva, bensì nel significato originale e naturalistico. Quell’altra cosa cosa che ci hanno insegnato al liceo, alle lezioni di biologia: il rapporto mutualistico instaurato tra diverse forme di vita, dove entrambe ne ricavano un reciproco vantaggio. Crescendo ed arricchendosi insieme, aggiungerei.
Ma alcuni preferiscono un altro tipo di interazione: il parassitismo. Quello in cui ci si nutre della linfa vitale di un altro organismo, detto ospite, creandogli un danno biologico e portandolo spesso a morte.
Così, in una relazione, i parassiti prendono tutto ciò che possono prendere, dando il minimo sindacale, quello che non richiede un grosso sforzo.
Si prendono tutto, sia a livello materiale che affettivo. Che sia un “Ti amo”, un gubbino firmato, una cena preparata alla fine di una giornata faticosa, l’attenzione, la disponibilità, l’aiuto, loro si prendono tutto.
Ma quanto a dare…beh, preferiscono viversi le storie come spettatori stravaccati su un divano.
Minimo impegno, massima resa.

E come in natura, creano un danno, lasciando l’ospite svuotato.

Dalle mie parti si dice anche “Vedi molle e zappi fondo”. Nel senso che se trovi un terreno facile da affondare, tendi ad insistere quanto più puoi.
In effetti come dare torto a questi parassiti zappatori?
Siamo noi che dovremmo imparare ad indurire il nostro terreno.
Perché finchè ci sarà un ospite pronto a farsi succhiare l’anima, il parassita avrà sempre la meglio.

 

 

In foto la simbiosi tra pesce pagliaccio e anemone (da http://www.abfotografia.it)

amore · Uncategorized

Non è tutta verità quella che lievita

Oggi, Domenica quasi libera, e quindi mi sono dedicata a un’attività creativa che mi rilassa tantissimo: impegnarmi tra i fornelli.
E tra pasta fatta in casa e muffins salati mi è avanzato il tempo anche per il dolce: una bella torta al cacao, in versione rigorosamente light.
Ma, come al solito, un po’ per la mia attitudine a stravolgere le ricette, un po’ per il non avere a casa tutti gli ingredienti, ho apportato qualche piccola modifica, che ha reso fallimentare il mio esperimento.
La mia bella torta si è gonfiata, assumendo un aspetto bellissimo ed invitante e diffondendo il suo profumo per tutta la casa, al termine del tempo di cottura ha superato la “prova stecchino” ma poi…puff! E’ successo il temibile flop.
Una volta spento il forno, dopo un po’, la mia creatura si è “ammusciata”.
E’ caduta rovinosamente verso il basso, lasciando solo il ricordo di quella sofficità che occhieggiava, calda e rassicurante, dal vetro del forno.
Dopo la iniziale delusione, ho iniziato a fare congetture ed elaborare teorie fisico-chimiche sul malaugurato evento, con la mia amica che avevo invitato a pranzo.
“Era troppo pesante e non è riuscita a gonfiarsi” ha sentenziato lei.
Io però ho pensato che forse, complice il lievito, prima di mostrarsi nella sua vera forma, l’illusione di gonfiarsi ce l’ha comunque data.

torta
E non ho potuto fare a meno di associare, metaforicamente, questa situazione di distorsione della realtà, ad alcune persone, alcuni incontri, alcune storie.
A quegli uomini che compaiono nella tua vita, magari in momenti difficili, in momenti di profonda disillusione e isolamento e che fanno di tutto per convincerti che mica loro sono tutti uguali, che tu hai incontrato il peggio, che loro sì’ che sono belli e bravi, non i personaggi di poco valore che li hanno preceduti. E gonfiano, gonfiano, gonfiano.
Gonfiano così tanto che tu dal vetro di quel forno da dove ormai tiri fuori solo ciambelle senza buco e crostate bruciacchiate, vedi crescere un dolce soffice e invitante.
 Wow!!! Non credevo fosse possibile!!!!

Infatti non lo è. Non è mai verità quella che gonfia. E’ solo lievito. E’ solo un’artificiale polverina chimica che serve a fare una magia che durerà pochissimo. Il tempo di far svanire l’incantesimo e farti trovare nella teglia la solita torta bassa, con i soliti ingredienti che non hanno nessuna intenzione di scollarsi dal fondo.
Sono solo parole, al solito. Inganni, furbizia, tattiche di psicologia spicciola. Imbonimenti di millantati eroi, salvatori di donzelle deluse. Maschere create ad hoc e plasmate sulle tue memorie. Bugie confezionate ad arte da sarti subdoli. Aghi crudeli che ricamano orditi di finte speranze sulle ferite che che hai permesso loro di guardare. La specie peggiore. Chi conosce la parte più fragile di te e nonostante tutto la ignora. O ancora peggio, la usa per compiacere il suo egoismo e il suo narcisismo.
Perché purtroppo, a volte, illuderci, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Sognare ad occhi aperti davanti a un film con un finale che crediamo diverso.
Guardare incantate, con gli occhi di bambina e la punta del naso incollata al vetro, un dolce che lievita e prende la sua forma.
E nessuno dovrebbe mai deludere quegli occhi di bambina.

 

foto da myTaste.it

 

Uncategorized

“Oro nero”

pettegolezzi

A volte la musica è come un gatto: viene a coccolarti quando più ne hai bisogno, bussa alla tua porta in quel preciso istante della tua vita in cui qualcosa di bello deve entrare.
E a volte ci sono testi, parole, emozioni che sembrano scritte apposta per te, che agganciano il tuo orecchio e rapiscono il tuo cuore.
“Oro nero” di Giorgia è stata un po’ così per me, l’ho ascoltata distrattamente la prima volta mentre giravo per casa e ha immediatamente calamitato la mia attenzione. Per l’eleganza innata di questa fantastica artista, per la sua voce potente, per le emozioni che vibrano dalle sue corde vocali e perchè l’ho sentita subito mia. Ma in “Oro nero” ci siamo riviste in tante (e in tanti), in quella condanna di un modo di vivere superficiale, dove si attribuiscono etichette alle persone come agli articoli di un supermercato.
Chissà come mai alla fine sembra che gli altri sappiano più cose di te, dei tuoi bisogni, della tua vita, di quante ne conosca tu.
Sanno cosa è meglio per te.
Indicano i tuoi errori.
E anche la strada per riparare.
Spesso, più sei riservata, più l’alone di mistero che ti avvolge intensifica le fantasie sul tuo conto.
Spuntano fidanzati immaginari, amori tormentati, delusioni improbabili.
Mi capita di chiedermi come mi vedono gli altri e cosa pensano di me. So che restare single nonostante tu non sia brutta o stupida, desta sempre qualche sospetto e il più delle volte equivale -nell’immaginario collettivo- a essere una che non si accontenta, che è estremamente selettiva, che “se la tira”. Non conoscono il dolore che c’è dietro quella solitudine. Non hanno idea della sofferenza che si nasconde dietro uno sguardo sfuggente. Non sanno quante cicatrici ci sono su una pelle che appare coriacea. Ma del resto, anche chi lo sa, anche chi ha accolto le tue confidenze, alla fine se ne dimentica e calpesta i tuoi sentimenti.
In quest’epoca social chi non ti conosce crede di poter capire qualcosa di te solo dalle cose che pubblichi: da qualche foto o qualche stato. Come se il virtuale non fosse di per sé una mistificazione o un’aberranza della realtà.
Credono di conoscerti anche dal messaggio che traspare tra le righe di un blog. Ma un diario non può contenere tutta la tua essenza: è solo la superficie di un diamante che ha mille sfaccettature. E’ contingenza, è appagamento temporaneo di un bisogno, è spesso un pensiero mutevole.
Beh, sì, si potrebbe adottare sempre quell’indifferenza ostentata di dantesca memoria (“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”) eppure, a chi si porta dietro il fardello di un’enorme e dolorosa sensibilità, sembra di essere schiacciato dal peso dei propri “fallimenti” e dei propri errori, sommato al peso di essere giudicato per gli stessi e di non essere compresi per ciò che si è veramente.
Sforzarsi di capire le persone è un esercizio difficile, bisogna andare a fondo nelle acque dell’anima per trovarvi qualcosa di insolito.
Galleggiare in superficie tra pregiudizi e ovvietà è molto più comodo e meno dispendioso.
Del resto ha ragione il buon vecchio Jung:
“Pensare è molto difficile, per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi”.

 

(Foto da uncuoreintelligente.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

Uncategorized

Parole parole parole

Le parole feriscono, le parole ingannano, le parole blandiscono, le parole illudono, le parole lambiscono quel pezzettino d’anima desertica, martoriata dalla siccità del dolore, che chiede solo di essere bagnata e fatta rivivere ancora.
Le parole si incuneano con prepotenza in sperduti angoli di cuore dimenticati e vuoti.
Le parole sembrano dare sollievo alle tue ferite ancora aperte ma poi nuovamente uccidono, quando capisci che restano solo parole.
Eppure di queste parole quanto bisogno abbiamo, in questa ricerca continua del buono, del bello, del “diverso”?
Ci aggrappiamo come se fossero un salvagente avvistato in lontananza mentre annaspiamo nel mare della delusione.
Ci sembrano una risposta a un SOS silenzioso lanciato dagli abissi dei nostri desideri e a queste parole ci appoggiamo, ci abbracciamo, ci aggrappiamo, ne facciamo il nostro giubbotto di salvataggio.
E proviamo a navigarci un po’, tra questi soffi  di consonanti e vocali che ci cullano dolcemente, perchè non aspettavamo di sentire altro, che questi nuovi messaggi di speranza.
Non aspettavamo altro che sorridere imbarazzate.
Non aspettavamo altro che lottare con le nostre paure, che guardare le nostre cicatrici e sperare che il balsamo di quelle parole possa funzionare.
Perché a volte ci basta davvero poco per rompere il castello di ghiaccio dove ci siamo rifugiate.
Basta solo l’avvolgente calore di qualche parola.

Uncategorized

Saudade

img_3945

A volte credo che l’unica dimensione in cui io sia in grado di vivere sia la nostalgia. Sto ancorata, come un naufrago della malinconia, e con tutte le mie forze, a una zattera di ricordi, frammenti, immagini del passato. Quella zattera dove ciò che poteva essere e non è stato sembra il mio unico modo di restare in vita. Guardo irresponsabilmente indietro invece di guardare avanti o vivere il presente. C’è sempre qualcosa che mi sfugge, in quell’attimo fuggente, mentre sono intenta a rievocare storie, sorrisi, emozioni ormai andate.
Non è un bagaglio, è un fardello.
Una zavorra che mi impedisce di volare.
Vogliamo le certezze, anche quelle che facciamo male. Ci accontentiamo di un’infelicità certa piuttosto che di una felicità sconosciuta.
Amiamo fare i conti col nostro Io più giovane e non riusciamo mai a confrontarci davanti a uno specchio.
E così, fuggire all’indietro, come un VHS in rewind, ci sembra la soluzione più facile.
Forse per questo mi trovo su questo treno, con gli occhi spalancati su un paesaggio che muta di attimo in attimo e che è metafora del tempo che non torna, mentre ci ostiniamo a volerlo fermare, afferrare, rielaborare.
Come gli alberi che si susseguono nei frame del nostro sguardo aggrappato a rotaie arrugginite e fiori d’agave stagliati sullo sfondo di un orizzonte che unisce i colori di cielo e mare.
Resti di una memoria immutata eppure mutevole.
E neanche il blu del mare, neanche quello è sempre lo stesso. E cambia, ora più dolce nelle delicate sfumature dell’azzurro ora più forte mentre urla da un blu intenso.
Niente rimane come prima, in uno scorrere di spazio e tempo di eraclitiana memoria.
Eppure la mente non riesce a rassegnarsi, distratta da quell’indietro perenne, soggiogata dalla dolcezza del passato, richiamata dal canto della nostalgia, come un Ulisse sperduto tra le spiagge dell’incertezza, che anela ad un approdo sicuro.
Mentre il suono stridente dei freni risveglia i miei pensieri riportandomi nel presente, nel qui e ora.
In una stazione che è arrivo per alcuni, partenza per altri, passaggio per molti.
E proseguo, silenziosamente, il mio viaggio nella vita.

Uncategorized · vita

Tic Tac Tic Tac. Fate figli (se potete).

clessidra

É successo giusto qualche giorno fa. Il mio baby spasimante mi chiede: “Vorresti un figlio tuo?”. Oddio, non me lo chiedo da sola da tempo immemore e ora devo rispondere a sto quesito da un milione di dollari su due piedi? Posso chiedere l’aiuto del pubblico? La chiamata a casa la eviterei. Come al solito, mi affido alle mie forme dubitative: “Credo di no” rispondo. Che magari in quel momento, alle ore 22 del 30.8.2016, con la figlia dei miei vicini che mi balla per casa mentre io vorrei andare a letto, potrebbe essere una risposta plausibile. La sua reazione è impietosa. “Hai perso punti”, risponde. Che già, va bè, questa cosa di considerare le persone come suture dove può allentarsi un punto, mi garba molto poco, ma sono giovani, lasciamoli esprimersi.
Però molto di più mi ha colpito il contrasto col punto di vista diametralmente opposto e una mancanza di savoir faire forse peggiore, di un tizio molto più maturo, che mi etichettò, non senza conferire una connotazione canzonatoria alla cosa, come “una da progetto passeggino”. Una, cioè, il cui fine ultimo nella vita era quello di trovare un marito, accasarsi e fare figli, una i cui solidi valori la limitavano nel godersi la vita, una che non sapeva concedersi un’avventura senza inibizioni e freni morali. In sintesi, una che non si sarebbe potuto portare a letto senza dare garanzie di continuità al rapporto. Simpatico.
Quell’espressione “progetto passeggino” mi dà ancora l’orticaria quando ci penso. E non perchè io, il passeggino, già ho grosse difficoltà a maneggiarlo, rischiando un incidente ad ogni angolo, ma perchè la trovo davvero un’affermazione degradante e mortificante. In primis, perchè in ogni caso, non ci sarebbe niente di male a sognare una famiglia e dei figli. Una donna che ha aspettative e “progetti” , diciamo così, standard, normali, usuali, nella media, sicuramente non è mediocre. E – soprattutto – perchè di sicuro non mi ritengo una con la smania della “sistemazione” a tutti costi: se così fosse, mi sarei accontentata del primo inseminatore libero sul mercato e starei portando a spasso coppie di marmocchi, sorridendo stanca e lamentosa ma allo stesso tempo felice ed orgogliosa per le vie del paese.
E poi, mentre penso a questi paradossi della natura maschile, ieri sul web vedo esplodere la polemica relativa al #fertilityday. Un’iniziativa assolutamente disgustosa e surreale sulla quale non mi soffermerò più di tanto perchè molto è stato scritto da altre donne con grande intelligenza e sensibilità.
Ma la cosa mi ha fatto ripiombare in testa il quesito di cui sopra. Insomma, un po’ come quei gattini randagi, a cui ogni tanto dai da mangiare e che piano piano ti si infilano in casa. Ecco, mi è entrata in casa questa cosa di chiedermi se voglio un figlio. Allora ho preso il gattino, gli ho dato due croccantini, un po’ d’acqua, gli ho fatto due carezze e l’ho fatto di nuovo accomodare fuori. Perché questo rimane un quesito a cui non so rispondere. Forse è più un no che sì.
Certo è che, nella polemica che ha infervorato tutte le donne, che giustamente si sono sentite mercificate e che hanno visto andare in fumo anni e anni di lotte femministe, con un tristissimo e nostalgico salto all’indietro, ci si è soffermati sulle coppie giovani che non possono permettersi di mettere al mondo dei figli per mancanza di stabilità economica, su quelle con problemi di infertilità, sui genitori adottivi, sulle donne che preferiscono prima fare carriera e affermarsi, tra mille difficoltà, nel mondo del lavoro.
Nessuno, o solo qualcuno, ha posto l’accento su quelle coppie che scelgono consapevolmente di non avere dei figli o su quelle donne che, come me, non hanno mai trovato una relazione stabile e il partner giusto con cui costruire una famiglia.
Non lo so cosa sarebbe successo nella mia vita se avessi trovato la famosa “persona giusta” a 30 anni. Ci avrei fatto un figlio? Forse sì. Magari sicuramente sì. Adesso non lo so più.
Ogni tanto me lo chiedo in prospettiva diversa “Farei un figlio se quella persona la incontrassi da qui a un anno?” E sinceramente ancora non saprei cosa rispondere.
Forse l’istinto materno è una cosa che va, viene e poi passa, un po’ come l’acne, e a me è passato. E magari, come scrive una mia amica, dovremmo smetterla di chiamarlo “istinto”.

Vedo le mie amiche distrutte, bramose di sonno, limitate nelle attività più banali, sento l’indemoniato del piano di sopra che piange H24. Dicono “É una cosa che si DEVE fare” “Se non lo fai ti pentirai” “La gioia che ti danno compensa tutto”
Ma non riescono a convincermi fino in fondo. Resto scettica. Perché ho il terrore che potrei farlo solo per dare ragione a quel “si DEVE fare” che suona come un lavaggio del cervello sociologico e culturale. Come se poi potessi sentirmi davvero indietro.
Ma vedo anche chi l’ha fatto, per “dovere”, in età come la mia,  che quel senso materno non l’ha sviluppato neanche dopo.
É che un figlio non va solo “sfornato”, accudito o coccolato. Va anche e soprattutto educato. E per farlo ci vuole impegno. Dedizione. Pazienza. Cose che ormai io non credo più di poter avere.
C’è anche che a me, nonostante tutto, questa mia vita sgangherata e solitaria che mi sono costruita o che il destino ha costruito per me, non dispiace. Mi ci trovo comoda. E pensare che debba entrarci qualcuno a sconvolgermela mi mette una certa angoscia.
In ogni caso, questi sono ancora discorsi aleatori e campati in aria, fondati sul nulla, che così resteranno per molto tempo ancora.
Con buona pace degli attivisti della fertilità.

Uncategorized

Tramonti dell’anima

Ci sono serate un po’ così, momenti strani, fissati come pixel di una cartolina di un paesaggio marittimo, di quelle che mandavamo alle nostre amiche che passavano l’estate qui e poi tornavano alla loro vita a fine Agosto.
Quei momenti in cui stai seduta sulla panchina a chiacchierare con un’amica e mentre la ascolti ti incanti a fissare il mare, a concentrarti sui colori del tramonto, su quel rosa che va a raggiungere un celeste così bello come non l’hai mai visto. Lo osservi sfumarsi lentamente, attimo dopo attimo, cambiare aspetto, come una tela che prende forma piano piano.
E aspetti, con lo sguardo fisso, che quello spettacolo sia compiuto e raggiunga il suo momento più bello, e vorresti che i tuoi occhi socchiusi fossero una reflex per catturare per sempre quella magia, per impressionare la lentezza delle barche che dondolano assonnate, cullate da un morbido abbraccio e magari portare dentro anche quelle ferme, immobili, affascinanti con le loro crepe e la loro ruggine e anche le erbacce, anche i legnetti che il mare ha regalato alla spiaggia, anche la luna dipinta in un cielo limpidissimo.
Guardo e ascolto. Ascolto e guardo. E ovviamente si parla di amore, di storie, di rapporti, di paure, di speranze, di fiducia. Di tutto ciò per cui non ho più risposte.
Ma continuo ad ascoltare ed annuire.
Mentre il rosa diventa sempre più indecente nella sua bellezza, nella sua voglia di rubare il palcoscenico al blu del mare.
Mentre l’armonia di una meraviglia che si ripete ogni giorno stride con la malinconia che mi avvolge l’anima.
I tramonti sempre più anticipati, le giornate sempre più corte, la partenze che ti lasciano “orfana”, i giorni di folle allegria passati troppo in fretta, l’ormai vicino e inesorabile ritorno alla normalità. Una normalità che è ancora dura da accettare come tale. Una normalità che è ancora novità a cui corpo e mente si devono abituare.
Un retrogusto agrodolce che mescola ricordi e nostalgia, una sorda tristezza che disturba in silenzio, che si confonde con l’amaro di nuove consapevolezze, una felicità nuovamente effimera che svanirà quando torneremo ai posti di combattimento.
Me ne rendo conto mentre ascolto e guardo. Che questa malinconia passeggera fa solo da sfondo a un senso di vuoto che invece è molto meno fugace e molto più assordante. Ascolto e guardo. Vorrei dare delle risposte ma non le ho. Una parte di me è morta per sempre. Non si può dare un abbraccio se non hai più le braccia. Non si può più infondere speranza se tu stessa non ne hai più. Non si può parlare d’amore se per te è ancora e soltanto, l’ombra di una grande illusione.
Su quella panchina mi sono accorta di non essere più io. Nessun incoraggiamento, nessun entusiasmo.
Solo silenzi. E cinismo. E un cielo che perde pian piano i colori del rosa per sprofondare nell’oscurità.