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Dieci motivi per cui è fighissimo avere una seconda

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Si respira un’aria troppo pesante nella mia vita e, di riflesso, anche in questo blog.

Quindi, visto che troppa serietà fa male, ho deciso di alleggerire l’atmosfera con un post “cazzone”.

L’ispirazione me l’ha data un commento su FB di una mia amica. Un’amica strafiga: alta un metro e non so quanto (io non ci arrivo da quaggiù a vederla tutta), fisico mozzafiato, bellissima. Ma piatta. Carente in protuberanze. Portatrice di quella caratteristica fisica che gli uomini considerano un difetto e che per me invece è un grande, enorme, vantaggio.

E ora vi spiego perché:

  1. Puoi metterti sempre tutto quello che vuoi. Proprio tutto. Entri in un negozio, vedi una maglia che ti piace, trovi una S e via, senza neanche bisogno di misurarla. Puoi permetterti quei deliziosi vestitini con la schiena nuda o con scollature vertiginose che le altre possono solo sognare.
  2. Puoi uscire senza reggiseno se un giorno ti scoccia di metterlo o vai di fretta.
  3. Sai che gli uomini quando parlano con te stanno parlando proprio con te. Stanno guardando te e non “loro”. Rispetto alle portatrici di quinta hai un buon 65% di possibilità in più che stiano ascoltando quello che tu stai dicendo.
  4. Puoi risparmiarti quell’antipatico e poco elegante gesto di tenere bloccati i tuoi gioielli mentre salti sullo step. Puoi allenarti con qualsiasi abbigliamento in tutta tranquillità.
  5. Come il punto 1, ma per il costume. Dal triangolo al balconcino al push-up, puoi sbizzarrire la tua fantasia.
  6. Puoi indossare qualsiasi cosa senza correre il rischio di risultare volgare e attirare maniaci.
  7. Solitamente, a meno che una donna non sia Belen, o un’ altra extraterrestre, chi è poco dotata in latteria ha un notevole lato B e viceversa. Sui glutei ci si può sempre lavorare con l’allenamento e mantenerli tonici nel tempo. Il Lato B non sfiorisce se curato bene, sulle balconate, invece, è pieno di fiori avvizziti.
  8. Motivazione antropologica. Gli uomini che preferiscono le donne con un seno prosperoso sono ancora bloccati nella fase evolutiva di attaccamento materno. L’uomo più maturo apprezza le donne dai fianchi larghi che simboleggiano, a livello ancestrale, una migliore capacità riproduttiva. Ergo, le tettone attirano immaturi (va bè, gli immaturi li attiriamo anche noi, lo ammetto)
  9.  Il seno perfetto va in una coppa di champagne. A volte anche in un bicchiere di Spritz.
  10. La migliore strategia è sempre l’attesa. Le tette piccole vincono sul lungo termine. Se da adolescenti eravate complessate perché Madre Natura era stata poco generosa con voi, ora a quarant’anni potrete guardare le amiche maggiorate con i loro air bag afflosciati come dopo un frontale, tentare inutilmente di riportarli in vita con reggiseni contenitivi.

In ogni caso, seconda, quarta o quinta, ciò che conta è l’eleganza e il saper portare in giro con classe la propria carrozzeria 😉

Ma soprattutto, piacersi sempre per come si è!!!

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Il mistero dei serial “lovers”

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C’è un mistero a cui la scienza non ha ancora trovato una risposta. Un mistero che appassiona antropologi e psicologi, un giallo che per le connotazioni esoteriche con cui si sviluppa ha la stessa portata di quello dei calzini spariti in lavatrice.

Lo sconcerto che ci assale quando eravamo sicure di aver messo a lavare quei bellissimi calzini rosa in coppia e invece ce ne troviamo solo uno, è una sensazione che ognuna di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. O almeno una volta a settimana.

Allo stesso modo, a molte di voi, sarà capitato di dover fare i conti con altre scomparse. Quelle relative ai soggetti di sesso maschile. Che, così come sono entrati nella vostra vita, dopo averle fatto fare (alla vostra vita, sempre) un giro in lavatrice e talora pure in asciugatrice, a un certo punto pensano bene di uscirne. Così, dalla sera alla mattina. Senza una spiegazione logica e plausibile. Anzi, senza una spiegazione proprio (e se no, che mistero sarebbe?).

La cosa più affascinante di tutta la faccenda è che gli stessi individui, prima di autodistruggersi e volatilizzarsi, per un certo periodo di tempo variabile, si sono prodigati in un effluvio di attenzioni e contatti, con modalità che definirei quasi compulsive,  fino a rasentare lo stalking.

Buongiorni, buonanotti, whatsapp, messenger, facebook, 2 di notte, 6 di mattina, “E tieni sempre acceso il tel che quando torno ti devo sentire” e “Come mai non hai risposto?” e “Non ti è arrivato il messaggio che ti avevo chiamato?” e “Ho detto qualcosa di sbagliato? Perché non rispondi? Ehi? Ci sei? Tutto bene?”

Nella totalità dei casi sono persone di cui tu ignoravi l’esistenza e che si sono materializzate nella tua vita col solo scopo di massacrarti le ovaie. Che poi, magari, all’inizio un po’ ti scoccia, poi ci prendi gusto, poi magari ti ci affezioni pure a sta “compagnia” e quando diventano una presenza fissa della tua vita, a un tratto ..POUFF!!! Svaniscono nel nulla!

Allora tu passi le giornate a interrogarti sui motivi della misteriosa sparizione, a passare in rassegna tutte le cose sbagliate che hai potuto dire o fare, andando a ritroso con la mente con un esercizio intellettuale che non saresti riuscita neanche a fare sui libri, a rileggerti tutte le conversazioni di whatsapp in cerca di un indizio, a cercare di ricordarti se-che ne so-magari un giorno sei uscita coi capelli gonfi per l’umidità o con lo smalto sbeccato.

Stai lì, esamini, rimugini, coinvolgi in questo delirio in cerca di risposte anche le tue amiche che devono stare a sorbirsi tutte le tue ipotesi, e che, per complicare le cose e generare altra confusione aggiungono altre teorie.

Adesso forse la scienza ci è venuta incontro, con la scoperta di Kepler 452b. Io sono sicura che lì ci siano forme di vita. Sono gli uomini che sono stati inghiottiti in un vortice spazio temporale e si sono ritrovati su un altro pianeta. Non trovo altra spiegazione. Se non quella che si siano spostati su un’altra bacheca o su un altro telefono per continuare il loro percorso di corteggiatori seriali.

(L’idea del pianeta gemello però, mi affascina di più 😉 )

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Mordere l’amore

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Ho da poco effettuato una delle grandi svolte della mia vita: sono passata ad Apple. Così, di botto, ho fatto entrare sia iPhone che MACBook, e le mie giornate sono cambiate. Ora vivo incollata al portatile come se fossi un marsupiale, passo le nottate a conversare con altri nerd apple-addicted sulle straordinarie potenzialità di iPhone 6 e di come si interfacci splendidamente col MAC, e la mia produttività è aumentata.

Eppure, quando avevo iniziato a coltivare l’idea di abbandonare Windows e passare a OS X, i detrattori di questa drastica scelta non sono mancati, adducendo a sostegno delle loro tesi le più svariate spiegazioni : “eh ma poi è incompatibile col resto” “eh ma poi si deve pagare tutto” ” eh ma per quanto costa ti prendi un…” e lì ognuno scatenava la sua fantasia.

Per non parlare del telefono. “Eh ma Android è meglio”. Android fa cagare. Diciamolo. E’ un ricettacolo di virus che manco nell’alto isolamento delle malattie infettive.

Il punto non è questo comunque. Il punto è quello che la mia amica Simo mi ha fatto notare, dopo aver letto un mio post di FB sull’argomento: adorando io le metafore (vedi post precedente), avrei potuto fare un interessante parallelismo tra relazione col PC e relazioni amorose.

E allora, partendo da questo presupposto, mi sono guardata intorno e ho trovato gente che si trascina con i suoi HP, Asus, Sony Vaio (se è stata più fortunata), su cui magari è montato Windows 7 e che continua a smadonnare quando il PC si blocca, quando l’antivirus non funziona, quando escono quei simpaticissimi messaggi di errore, quando il dispositivo sembra sia posseduto e più che un tecnico ci vorrebbe un esorcista.

Però ci riprovano. Perché è giusto riprovarci. Lo formattano, lo mandano in assistenza, lo sistemano, provano a installare un altro antivirus, ma niente, continuano a smadonnare. Perché cambiare sarebbe troppo complicato. E poi tutti i documenti e i file excel che fine farebbero?

Io vi capisco, eh. Anch’io sono stata osteggiata in famiglia nel mio passaggio a MAC. Mio padre non si rassegnava proprio. “Ma non è tanto vecchio, è peccato lasciarlo”. Peccato che desse i numeri e che ormai il livello di conflittualità fosse così elevato che, o si accendeva con l’alimentazione o si accendeva solo con la batteria. Insieme no. E a volte non si accendeva proprio. Era così dispiaciuto dal doverlo lasciare, mio padre, che addirittura si è ritirato una tastiera nuova non so da dove per sostituire quella originale, così piena di peli di gatto che poco mancava che facesse le fusa quando toccavi i tasti. Ma non ha risolto niente, ovviamente. E alla fine, il MAC, me l’ha regalato proprio lui.

Poi ci sono quelli che si accontentano. L’ho fatto anch’io in passato quindi non sto qui a giudicarvi. Volevo un tablet e ho ritirato una ciofeca da Amazon. La suddetta ciofeca, su cui girava il solito Android, ha pensato bene di prendersi non un virus, ma uno di quei batteri multiresistenti che devi trattare in ospedale con farmaci potentissimi. Dopo averlo formattato circa sessanta volte ho scoperto che il simpatico “animaletto” aveva un tropismo particolare per una app fondamentale, e automaticamente, spuntava ogni volta che mi collegavo a internet, scaricando le peggio cose. Ormai il tablet sembrava lo schermo del PC di un onanista esperto. Quindi il principio su cui si fondava la scelta “va bè basta che sia un tablet, alla fine funzionano tutti nello stesso modo” si è rivelato fallimentare. E poi, sinceramente, ho pure capito che, in realtà, non sapevo proprio che farmene di un tablet.

E poi non possiamo tralasciare quelli(e) che vogliono un iPad mini a tutti i costi. Alla fine, se non riesco ad avere il grande MAC, mi accontento di uno piccolino. Ma come, hai più di trent’anni e non ti sei fatta neanche un iPad mini? Però poi smadonnano quando la notte lo lasciano acceso e arrivano le notifiche o quando sono in giro e devono tornare presto per metterlo in carica.

Alla fine è sempre questione di scelte e di sapere cosa si vuole: da una relazione, o da un PC, e di capire se si preferisce continuare a spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere spegnere e riaccendere o decidersi a mordere la mela e abbandonarsi al “respiro” del MAC che vi cambierà la vita.

Applemente vostra,

Natalia

 

 

 

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La (bio)chimica dell’amore

 

Loredana-Manzi__L-incastro-perfetto_g“In biochimica, un recettore è una proteina, transmembrana o intracellulare, che si lega con un fattore specifico, definito ligando, causando nel recettore una variazione conformazionale in seguito alla quale si ha l’insorgenza di una risposta cellulare o un effetto biologico.”

E’ così anche per le relazioni d’amore: incastri perfetti o quasi, in cui ci si fonde per creare un’ unità indivisibile, nella quale ognuno mantiene la sua identità e perde un po’ della sua forma per dare al tutto una nuova e armoniosa conformazione che si chiama “noi”.

A volte capita di trovarsi ad essere il ligando di un recettore sbagliato, ma di volercisi legare a tutti i costi, forzando l’architettura fisiologica, cercando di farsi più piccola o più grande per riuscire a combaciare, snaturando se stessi, fissandosi su quei pochi punti di contatto dove le superfici sembrano aderire. Ma sono legami deboli, destinati a rompersi con facilità, a far staccare senza troppa fatica le due parti.

Oppure ci sono quelli che secondo te sono giusti perché, chissà perché, forse perché  qualche mattoncino di cui sono composti risplende particolarmente e ti piace così tanto che devi per forza provare a legarti. Ma invece di combaciare ci vai a sbattere contro, perché questi mattoncini sono assemblati in modo da non poter entrare in contatto in nessun punto con te, ma formano solo un muro contro cui vai a rompere  la tua testa dura. Questo muro si chiama spesso cinismo e anaffettività, e tu sei così testarda che tenti anche di scalarlo, ma niente, dall’altra parte solo il vuoto, in cui ti lanci e cadi, facendoti parecchio male (ma per fortuna madre natura ti ha dotato di ottimi ammortizzatori, anatomici e non).

E poi ci sono persone che sembrano simili a te ma alla fine scopri che siete stereoisomeri: stessa formula molecolare, ma proprietà diverse, uguali in potenza, opposti nella realtà, uno gira da un lato, l’altra percorre la strada opposta. Tu dici A e lui capisce B. Tu gli fai un complimento e lui pensa che lo sfotti. Tu ti vedi (nel senso di “immaginarti”) in un futuro con lui e lui si vede (nel senso di “vedersi”) con altre cinque almeno.

Altre volte si ha la pretesa di essere il farmaco salvavita di un’anima inquieta: si vorrebbe essere quella molecola che spiazza dal recettore i dubbi, le paure, le tensioni, i conflitti irrisolti, per poter dare una forma nuova al recettore stesso.

Ma forse quella proteina sta bene col suo ligando naturale: con le sue paranoie, che gli appartengono come gli aminoacidi di cui è composta, e non vuole o non ha bisogno di nessuna terapia, di nessun farmaco che le scalzi via.

In rarissimi casi selezionati si è così fortunati da trovare l’incastro perfetto, da incontrare quelle persone complementari con cui non hai bisogno di dare troppe spiegazioni, che sembra ti conoscano da sempre, con cui tutto è naturale e spontaneo, a cui legarsi sembra la cosa più fisiologica e ovvia del mondo. Come se dovessi solo seguire quel richiamo, quella chemiotassi, e assecondare quell’interazione e quel momento di trasformazione senza nessuno sforzo, senza pensare a cosa fare o cosa dire, a quale superficie scegliere per adagiarti. Perché quella superficie è anche la tua, quella superficie è parte anche di te e qualsiasi punto andrai a toccare la risposta sarà  sempre una meravigliosa reazione d’amore.

Forse adesso avete le idee più chiare, e non vi sentirete più tanto confuse quando qualcuno vi scaricherà con quella fantasiosa scusa evergreen del “non c’è chimica”. Prima di farvi dare il benservito, però, vi consiglio di far fare all’allegro scienziato un ripassino su anelli benzenici e isomeria, giusto così, per ricordare anche a lui cos’è sta benedetta chimica.

(natalia)

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The first date

First-Date-QuestionsUno dei lati positivi del non avere una relazione stabile è la possibilità di rivivere all’infinito l’emozione di un primo appuntamento. Ah! i primi appuntamenti! Le farfalle nello stomaco, la piacevole ansia dell’incognito, la scelta dell’outfit (che inizia almeno due settimane prima), il batticuore, i dubbi amletici “tacco sì tacco no”. Che tu abbia venti, trenta o quarant’anni poco importa: la prima uscita con qualcuno è sempre un evento magico, una piccola parentesi di vita sospesa in una dimensione onirica. Che però, talvolta, può trasformarsi anche in un incubo.
I miei primi appuntamenti sono sempre un disastro, ad esempio. Dovrebbero cristallizzarsi lì, in quel momento in cui esci dalla porta di casa tua e sei superfiga, makeup perfetto, tacco giusto, vestito intrigante ma non provocante, radiosa, abbronzata e anche glitterata. Ecco, quel momento lì dovrebbe restare sospeso per sempre, fissato in quel nano secondo prima di entrare nella macchina di lui.
Perché già da lì iniziano i primi drammi. Tra me e il lui di turno c’è una coltre di imbarazzo così spessa che si taglia con un flessibile:  il suo tentativo di spezzare il ghiaccio con un “Beh! Come va?”  normalmente ottiene come risposta un secco “Bene!” da parte mia, oppure, ancora peggio, un insulso ciancicare qualcosa a proposito della mia interessantissima giornata, che mi fa passare subito per idiota.

 

Sovente il tipo è discretamente logorroico, la qual cosa andrebbe teoricamente tutta a mio favore, essendo io affetta da una timidezza patologica che mi impedisce di sostenere una conversazione a due. In realtá, però, dopo un tempo variabile, la situazione prende sempre quella temibile piega: il logorroico, dopo ore di sproloqui, di monologhi, e di racconti narcisistici sulla sua vita e le sue imprese epiche, si accorge che esisto anche io, quindi si blocca, mi guarda e mi dice : “ Ma tu non parli?”. Che è come quando vai dal dentista: mentre te ne stai con un’impalcatura in bocca, con cui già fatichi a respirare,  lui vorrebbe che tu riuscissi pure a parlare. Di solito davanti a questa domanda piombo in un mutismo corredato da un’ espressione ebete, stampata su un viso dipinto da cinquanta sfumature di rosso e vorrei chiedergli perché non possismo continuare a scriverci e mandarci emoticons su whatsapp, invece di parlare. Poi parlare di cosa? Dovrei riagganciarmi a qualche punto del tuo racconto? Dovrei iniziare un discorso nuovo? “Parlami un po’ di te!” Ecco qua. “Parlami un po’ di te” è tipo “Mi parli di un argomento a piacere”. Io l’argomento a piacere l’ho sempre odiato. Ma chiedimi un argomento tu, scusa. Ho buttato sangue un’estate sui libri devo pure dirti cosa chiedermi? L’argomento a piacere mi mette ansia, perché se magari vai male la commissione giustamente ti dice “E menomale che te lo sei scelto tu”, quindi fatemi una domanda voi, per favore.

Anzi no, non me le fate. Perché spesso la domanda cade sull’argomento “vecchie storie”. ” E com’é andata l’ultima storia che hai avuto?” Come mia mamma, che, quando torno a pezzi da una notte di guardia, e vorrei solo rimuovere tutto con una bella doccia e andare a dormire,  mi chiede “Com’è andata? E che è successo?”.  Chè già magari prima di questa serata hai fatto un mese di meditazione,  quattro cinque sedute di psicoterapia, consumato dieci boccette di fiori di Bach, per superare i traumi della storia precedente e ora arriva uno che vuole riesumarli. C’è anche il “Come vivi la tua condizione di single?” Che mo, voglio dire, capisco che non sia il massimo della vita essere single a quarant’anni, ma non è che proprio dormo su un cartone sotto un ponte, come dovrei viverla sta “condizione”?
Poi ci sono quelli che vogliono sondare il terreno sulle tue aspettative, per capire se corrono il rischio di doversi impegnare, e allora ti chiedono cosa cerchi in una storia. E se intuiscono che magari ti piacerebbe costruire qualcosa con qualcuno, passano a uno sgradevole tono canzonatorio facendoti sentire una cosa a metà tra una Meg March rediviva e una zitella disperata smaniosa di sistemarsi.
I peggiori pero’ sono gli aspiranti intellettuali, quelli che sol perché hanno letto qualche libro in più di te, si sentono in dovere di ostentare la loro cultura, e ti interrogano facendoti scivolare nel discorso citazioni erudite, per vedere se le hai colte, oppure ti chiedono “hai visto tale film?” “hai letto tale libro?” “hai visitato tale posto?”
Ecco, se non volete rivivere il clima da esame di terza media a vita, magari questi soggetti evitateli.
Per chiudere, anche se un primo appuntamento è solo un primo appuntamento e non l’inizio di una relazione, ha comunque “in nuce” la potenzialità per poterlo diventare. Quindi se inizi a dirmi che potresti presentarmi un amico, se usi espressioni come “quando un giorno ti innamorerai di qualcuno”, se fai riferimento ai tuoi progetti futuri (che ovviamente non contemplano la presenza della sottoscritta), anche se potrebbe essere tranquillamente così, mi girano un po’ gli zebedei.
E adesso, scusate, ma vado a pensare al mio prossimo outfit 😉