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Tic Tac Tic Tac. Fate figli (se potete).

clessidra

É successo giusto qualche giorno fa. Il mio baby spasimante mi chiede: “Vorresti un figlio tuo?”. Oddio, non me lo chiedo da sola da tempo immemore e ora devo rispondere a sto quesito da un milione di dollari su due piedi? Posso chiedere l’aiuto del pubblico? La chiamata a casa la eviterei. Come al solito, mi affido alle mie forme dubitative: “Credo di no” rispondo. Che magari in quel momento, alle ore 22 del 30.8.2016, con la figlia dei miei vicini che mi balla per casa mentre io vorrei andare a letto, potrebbe essere una risposta plausibile. La sua reazione è impietosa. “Hai perso punti”, risponde. Che già, va bè, questa cosa di considerare le persone come suture dove può allentarsi un punto, mi garba molto poco, ma sono giovani, lasciamoli esprimersi.
Però molto di più mi ha colpito il contrasto col punto di vista diametralmente opposto e una mancanza di savoir faire forse peggiore, di un tizio molto più maturo, che mi etichettò, non senza conferire una connotazione canzonatoria alla cosa, come “una da progetto passeggino”. Una, cioè, il cui fine ultimo nella vita era quello di trovare un marito, accasarsi e fare figli, una i cui solidi valori la limitavano nel godersi la vita, una che non sapeva concedersi un’avventura senza inibizioni e freni morali. In sintesi, una che non si sarebbe potuto portare a letto senza dare garanzie di continuità al rapporto. Simpatico.
Quell’espressione “progetto passeggino” mi dà ancora l’orticaria quando ci penso. E non perchè io, il passeggino, già ho grosse difficoltà a maneggiarlo, rischiando un incidente ad ogni angolo, ma perchè la trovo davvero un’affermazione degradante e mortificante. In primis, perchè in ogni caso, non ci sarebbe niente di male a sognare una famiglia e dei figli. Una donna che ha aspettative e “progetti” , diciamo così, standard, normali, usuali, nella media, sicuramente non è mediocre. E – soprattutto – perchè di sicuro non mi ritengo una con la smania della “sistemazione” a tutti costi: se così fosse, mi sarei accontentata del primo inseminatore libero sul mercato e starei portando a spasso coppie di marmocchi, sorridendo stanca e lamentosa ma allo stesso tempo felice ed orgogliosa per le vie del paese.
E poi, mentre penso a questi paradossi della natura maschile, ieri sul web vedo esplodere la polemica relativa al #fertilityday. Un’iniziativa assolutamente disgustosa e surreale sulla quale non mi soffermerò più di tanto perchè molto è stato scritto da altre donne con grande intelligenza e sensibilità.
Ma la cosa mi ha fatto ripiombare in testa il quesito di cui sopra. Insomma, un po’ come quei gattini randagi, a cui ogni tanto dai da mangiare e che piano piano ti si infilano in casa. Ecco, mi è entrata in casa questa cosa di chiedermi se voglio un figlio. Allora ho preso il gattino, gli ho dato due croccantini, un po’ d’acqua, gli ho fatto due carezze e l’ho fatto di nuovo accomodare fuori. Perché questo rimane un quesito a cui non so rispondere. Forse è più un no che sì.
Certo è che, nella polemica che ha infervorato tutte le donne, che giustamente si sono sentite mercificate e che hanno visto andare in fumo anni e anni di lotte femministe, con un tristissimo e nostalgico salto all’indietro, ci si è soffermati sulle coppie giovani che non possono permettersi di mettere al mondo dei figli per mancanza di stabilità economica, su quelle con problemi di infertilità, sui genitori adottivi, sulle donne che preferiscono prima fare carriera e affermarsi, tra mille difficoltà, nel mondo del lavoro.
Nessuno, o solo qualcuno, ha posto l’accento su quelle coppie che scelgono consapevolmente di non avere dei figli o su quelle donne che, come me, non hanno mai trovato una relazione stabile e il partner giusto con cui costruire una famiglia.
Non lo so cosa sarebbe successo nella mia vita se avessi trovato la famosa “persona giusta” a 30 anni. Ci avrei fatto un figlio? Forse sì. Magari sicuramente sì. Adesso non lo so più.
Ogni tanto me lo chiedo in prospettiva diversa “Farei un figlio se quella persona la incontrassi da qui a un anno?” E sinceramente ancora non saprei cosa rispondere.
Forse l’istinto materno è una cosa che va, viene e poi passa, un po’ come l’acne, e a me è passato. E magari, come scrive una mia amica, dovremmo smetterla di chiamarlo “istinto”.

Vedo le mie amiche distrutte, bramose di sonno, limitate nelle attività più banali, sento l’indemoniato del piano di sopra che piange H24. Dicono “É una cosa che si DEVE fare” “Se non lo fai ti pentirai” “La gioia che ti danno compensa tutto”
Ma non riescono a convincermi fino in fondo. Resto scettica. Perché ho il terrore che potrei farlo solo per dare ragione a quel “si DEVE fare” che suona come un lavaggio del cervello sociologico e culturale. Come se poi potessi sentirmi davvero indietro.
Ma vedo anche chi l’ha fatto, per “dovere”, in età come la mia,  che quel senso materno non l’ha sviluppato neanche dopo.
É che un figlio non va solo “sfornato”, accudito o coccolato. Va anche e soprattutto educato. E per farlo ci vuole impegno. Dedizione. Pazienza. Cose che ormai io non credo più di poter avere.
C’è anche che a me, nonostante tutto, questa mia vita sgangherata e solitaria che mi sono costruita o che il destino ha costruito per me, non dispiace. Mi ci trovo comoda. E pensare che debba entrarci qualcuno a sconvolgermela mi mette una certa angoscia.
In ogni caso, questi sono ancora discorsi aleatori e campati in aria, fondati sul nulla, che così resteranno per molto tempo ancora.
Con buona pace degli attivisti della fertilità.

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Una risata vi seppellirà

gattocheride

 

Diciamoci la verità. Possiamo illuderci e autoconvincerci che stiamo bene e che ce la faremo, fare sforzi immani per rialzarci e trovarci invece a camminare come l’uomo Ragno, ma in realtà, finchè non arriva quel magic moment in cui si spegne l’interruttore della sofferenza e si accende quello della vita, sono solo parole. Però quando quel giorno sorge è fantastico. E sapete come ci si accorge di essere guarite? Perchè si inizia a ridere, di cuore e di pancia, di noi stesse e delle storie che abbiamo lasciato dietro di noi.

É un momento che ha qualcosa di meraviglioso, è una scintilla che riaccende negli occhi la voglia di vivere più forte di prima, è una mano che solleva un coperchio sotto cui stava nascosta la parte più bella e più viva di noi che ora può tornare nuovamente ad esprimersi, come una farfalla chiusa tra le mani del dolore che riesce a liberarsi e vola in alto sbattendo le ali, leggiadra e felice.

In Medicina c’è una condizione che si chiama fase post critica e che, appunto, è una situazione particolare che fa seguito a una crisi (epilettica, ad esempio). Questa fase post critica l’ho osservata anche nella  mia vita. Un corteo di segni e sintomi che si presenta  dopo ogni delusione, con la stessa modalità. Ogni volta che mi passa la crisi, io mi riapproprio della mia simpatia e della mia comicità, rimaste inespresse durante il periodo di “lutto”. E, come se ogni stravolgimento negativo mi lasciasse qualcosa, ritorno con una maggiore verve, un qualcosa che non so spiegare, un pizzico di genialità in più. Do il meglio di me, senza falsa modestia 🙂

Madre Natura è stata abbastanza tirchia con me in quanto a tette ed altezza, ma per compensare, mi ha fatto un dono grandissimo: l’ironia. E soprattutto l’autoironia, che è cosa ancor più fantastica. L’autoironia è un’arma  potentissima con cui è possibile sconfiggere ogni nemico e vincere ogni battaglia della vita.

Che poi, pensavo che ce l’avessero tutti. Invece, in tanti mi dicono che me la invidiano. Allora mi sento fortunatissima e felice, perchè  è diventata ormai la mia seconda pelle.

E la fortuna nella fortuna è avere un’amica con cui poter condividere questo talento e creare barzellette da situazioni che ti hanno ferito e che fino a ieri ti straziavano il cuore.

Come stamattina, a mare. Io e la mia amica Carmen abbiamo messo su una sit com pazzesca con gli ultimi protagonisti della mia vita. Io le fornisco anche molto materiale, a onor del vero, quindi bisogna riconoscermi questo merito. E poi, bongi bongi bo bo bo, spesso e volentieri ci piace vincere facile, perchè abbiamo a che fare con personaggi dalla comicità involontaria ed intrinseca, che con i loro atteggiamenti ci regalano sempre nuovi spunti. Ma spesso prendiamo di mira anche noi stesse, con le nostre debolezze, i nostri scivoloni, il nostro credere in qualcosa che in realtà non esiste.

Se ci decidessimo a scrivere un libro o girare un film, sfonderemmo, ne sono certa. Per ora ci accontentiamo di ridere a crepapelle delle cose che ci hanno fatto piangere, e di distruggere e seppellire, sotto una montagna di risate, tutto ciò che ci ha fatto male.

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Stropicciata

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crumpled paper Texture. illustration

Le notti di guardia sono una roulette russa, un’incognita adrenalinica. Non sai mai quello che può succedere. Come lo sono anche i risvegli, dopo i brevi intervalli sparsi random qua e là, in quelle 12 ore, in cui riesci a riposare. Ti avvicini allo specchio e aspetti di vedere l’immagine che ti regala l’amico impietoso. Nel migliore dei casi hai bisogno di dosi massicce di correttore, chè se no esci dalla stanza ed entri direttamente allo zoo di Tokyo nella gabbia del panda, nel peggiore dei casi non ti si può proprio guardare e sei pronta per i casting del sequel di Nightmare.

Stamattina il termine che potrei usare per definire la mia condizione era: stropicciata.

Capelli arruffati chè dopo il mare non avevo voglia di farmi la piega, occhio da pesce stazionante sulle cassette del mercato dal giorno prima, lineamenti non proprio distesi.

Pure il vestito era stropicciato, non me n’ero accorta in quel prepararmi in fretta afferrando la cosa più comoda e a portata di mano. Che certe volte, di essere impeccabile e perfetta, proprio non ne hai voglia e non ce la fai. A volte, vorresti abbandonarti alle tue imperfezioni.

Ho guardato a fondo in quello specchio e ho visto che di stropicciato ho anche l’anima. Stropicciatissima come quegli abiti fatti di quella stoffa increspata che chiudi in un pugno. La mia anima è da tempo così, in cerca di un qualcosa che possa renderla più morbida e liscia. Io non sono brava a stirare, anzi sono proprio negata: sistemo una piega e ne viene fuori un’altra. Ma le pieghe dell’anima non si possono appianare con un colpo di vapore. Per quelle c’è bisogno di amore, comprensione, di qualcuno che ti faccia continuare a credere che nel mondo non esistono solo inganni e falsità, che quell’anima stropicciata sappia accarezzarla e stirarla con tantissima pazienza, maneggiandola con la stessa delicatezza con cui si stira un vestito di seta. Con la rotellina impostata su “Delicati” e anche con un po’ di spray di sincerità ed empatia.

Sono solo speranze impossibili, forse. Magari è il caso di riporre il mio asse da stiro e farmene una ragione, anche perchè un’anima stropicciata e arruffata non è poi così male, se alla fine riesci anche a conviverci.

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21 giorni

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Siamo al giorno 21.

21 è il numero di giorni necessari per cambiare un’abitudine, attraverso la costruzione di nuove reti neurali, indicato da Melz nel suo “Psicocibernetica” e ripreso da altri autori. E’ un concetto un po’ approssimativo e contestato da studi seguenti che hanno dato altri numeri, ma, tutto sommato, per quanto mi riguarda, i 21 giorni hanno sempre funzionato.

E ora sono al ventunesimo giorno della mia nuova vita e la vecchia mi sembra già così distante, un capitolo chiuso per tante cose, una sorta di dimensione onirica durata otto anni.

Distante da ciò che mi ha fatto male, dalle cose che non hanno avuto compimento, da un vecchio modello di comportamento.

Nel cuore sempre la vicinanza e l’amicizia dei momenti belli e delle persone speciali, ma adesso inizio a sentire mia anche questa dimora un po’ arrangiata, questo panorama, questi colori.

A non sentirmi spaesata e disorientata.

Sento quel frizzante piacere di guardare alla vita con occhi nuovi, di perdermi in strade sconosciute, di costruire, giorno per giorno, nuovi punti di riferimento.

In fondo il cambiamento è come una noce a fine serata davanti a un camino acceso: è un po’ una seccatura rompere il guscio ma quando inizi a deliziarti col suo contenuto non smetteresti mai…

 

 

vita

Quando si diventa grandi

famiglia

Vi siete mai chiesti quand’è che si diventa davvero “grandi”? La prima mestruazione, la prima volta che si fa l’amore, i diciottanni, la patente, il primo stipendio? Io l’ho scoperto solo in questi giorni, qual è il momento esatto in cui si diventa grandi: è quando si smette di essere figli. É quando arriva quell’inversione di rotta nella nostra vita per cui siamo noi a doverci prendere cura dei nostri genitori, quell’attimo in cui tutto si rovescia e le ansie, le apprensioni, le preoccupazioni, le attenzioni che loro avevano verso di noi adesso vengono traslate in senso opposto.

É una sensazione terribile, difficile da accettare. É la triste presa di coscienza che chi ti ha dato la vita non è invincibile, che non potrà essere per sempre al tuo fianco.

Per chi, come me, non ha un compagno o una famiglia sua, per chi si è sempre appoggiata solo e soltanto a suo padre, riconoscendolo, forse, come unica e insostituibile figura maschile, questo momento assume una connotazione ancora più forte.

Perché sai che da adesso niente sarà più come prima. Anche se tutto è andato bene, anche se il peggio è passato, niente, dentro di te, potrà essere uguale a prima.

Prendi coscienza che tutto ciò con cui hai a che fare quotidianamente può capitare anche a te. Sei lì, che parli coi parenti, di angioplastiche e infarti, di enzimi e coronarografie, ed è come se tutto ciò che è relativo alla malattia, alla sofferenza, alle difficoltà familiari, lo vedessi attraverso uno schermo, come se fosse un film che finisce quando esci da quel posto.

Ma poi un giorno può accadere che quel film diventi realtà e allora dall’altra parte dello schermo si recita diversamente, con più pathos e con più angoscia. E tutto ciò che di solito si dà per scontato o sembra banale all’improvviso non lo è più.

Prendo atto, anche in questa circostanza non bella, che sono stata una persona fortunata e sto continuando ad esserlo, ma adesso sento che tutto è un po’  più difficile.

(Scusatemi per la tristezza di questo post, ma in qualche modo dovevo sfogarmi)

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A volte ritornano

cuore

Se si parla di sparizioni non si può fare a meno di aprire un capitolo strettamente collegato: quello dei ritorni!

La mia amica E (sempre lei, la solita) ormai non ne può più dei suoi fantasmi del passato che ritornano ciclicamente sulla sua cronologia whatsapp.

Perchè, diciamolo, alla fine, in un modo o nell’altro, e con tempistica variabile da caso a caso, tornano sempre tutti. Ex fidanzati, ex amanti, ex trombamici, ex “frequentatori”, ex qualsiasi-cosa-che-sia-ex. Con una scusa, per uno scherzo del destino, con un “like” che funge da amo. Raramente con un’intenzione seria e concreta.

Questa credo sia una differenza fondamentale tra uomini e donne.

Noi magari ci distruggiamo, consumiamo pacchi interi di fazzoletti, sfracelliamo le ovaie alle nostre amiche fino allo sfinimento, disattiviamo l’account di Facebook, ingurgitiamo boccette intere di fiori di Bach, diamo fondo a barattoli di Nutella, ma poi ci passa.

Poi arriva il giorno fatidico. The “Sticazzi” day. Quello in cui il tornado è passato e al massimo ha sradicato due alberi. E noi siamo di nuovo pronte e pimpanti. E del tizio, a malapena ricordiamo il nome.

Loro no. Loro non si sa perché (cioè, in effetti si sa) devono tenere in piedi questa rete fitta di rapporti, questa ragnatela del “non si sa mai” dove tu potresti essere la prossima mosca, o una delle prossime.

Il problema è che quando uno di questi personaggi si ripropone ci fa lo stesso effetto di una peperonata fritta nell’olio vecchio di una settimana. Pesante. Indigesto Pro-emetico.

Non è il “No guarda, ho sofferto troppo non voglio darti un’altra possibilità”, è che proprio quando per noi una cosa è chiusa è chiusa.

E magari, di quella persona per cui ci siamo straziate, ora ci infastidisce persino la voce. Perché noi, quando le cose le facciamo, le facciamo bene.

Anche dimenticare.

 

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Chi trova un amico, trova un ostaggio

Viaggio nel controverso mondo delle delusioni d’amore femminili

(Preambolo. Questo è un post scritto da un uomo: nonostante siano di poche parole, ogni tanto la parola bisogna darla anche a loro, specie se la sanno usare in modo magistrale, con eleganza ed ironia, come in questo caso)

La scienza ha così sentenziato: l’amicizia tra uomo e donna non può esistere. Nel corso dei secoli, il genere umano si è sempre interrogato sulla natura del rapporto amicale che lega maschio e femmina. La “Cassazione” delle relazioni interpersonali, dopo un lungo percorso che ha attraversato guerre, carestie, morti da social network, in ultima istanza, con sentenza passata in giudicato, ha fatto luce su una questione che teneva col fiato sospeso milioni di persone nel mondo. Il giudizio è chiaro, inappellabile: l’uomo pensa solo al sesso. La violazione dell’articolo 69, comma 1, lett.b, del codice dell’amicizia getta ombre inquietanti sulle relazioni fiduciarie tra uomini e gentil sesso intercorse in più di duemila anni di storia. L’Associazione “Donne contro maschio alfa”, una volta appresa la notizia, ha accolto con viva soddisfazione questa prestigiosa vittoria del genere femminile: “Noi ve l’avevamo detto”.
Ci sono casi, però, in cui il rapporto empatico che si crea tra soggetti di sesso diverso esula dalla sfera prettamente sessuale. L’alchimia tra individui pensanti, basata sulla condivisione di idee, stati d’animo, interessi, mette in atto un circuito di emozioni che sfidano le certezze incrollabili della scienza. Il retaggio storico dell’uomo “sessocentrico” sembra sgretolarsi e ridursi in piccoli frammenti. Da questo momento inizia il cammino di fede, il viaggio di speranza nel controverso universo dell’amicizia femminile. Un vero amico che si rispetti, infatti, dev’esser sempre pronto ad intervenire in caso di emergenza, di codice rosso da “bastardo di turno”. L’uomo è prigioniero del sesso. L’amico è ostaggio della femminista vessata. E non c’è studio scientifico che tenga.
“Sai, Tizio si è comportato da stronzo”. Tu ascolti le paturnie, rifletti sula strategia da utilizzare, provi ad elaborare un comportamento consono alla situazione. L’imprevisto però, quando ci sono di mezzo le farfalle nello stomaco, è sempre dietro l’angolo. E la domanda fatidica non tarda ad arrivare: “Tu che avresti fatto al posto mio?”. Dopo i due secondi di riflessione concessi dall’amica, ti si illumina la lampadina nel cervello, trovi la luce in fondo al tunnel, ti compare la figura di Woody Allen. Lui, genio del cinema, avrebbe risposto così: “Ringrazio Dio di non avermi fatto nascere donna. Avrei passato tutto il giorno a toccarmi le tette”. La risposta, ovviamente, paleserebbe un limitato tasso di sensibilità. L’ostaggio, però, avrebbe sbagliato in ogni caso. Prima opzione: in presenza di scollature abbondanti sarebbe stato impossibile smentire empiricamente la scienza. L’uomo pensa ai piaceri della carne, l’uomo pensa solo al sesso. Seconda opzione: i seni da coppa di champagne, per ovvi motivi, complicano ineluttabilmente la situazione. Bisognerebbe fare leva esclusivamente sul curriculum accademico. Titoli di coda per la risposta “woodyana”. La soluzione, dunque, è una sola: mi comporterei come la Salerno Reggio Calabria. Nella risoluzione ‘ndranghetistica della vicenda, il tizio in questione dovrebbe sciogliersi in bitume, in maniera tale da rendersi utile al rifacimento del manto stradale. L’approccio meno invasivo, invece, porterebbe “maschio x” al glorioso ruolo di segnaletica nel tratto autostradale di cui sopra. La soluzione soft non è contemplata. La realtà riporta coi piedi per terra. Le storie d’amore sono un sentiero tortuoso, un viaggio pieno di ostacoli nel tragitto. L’amore è la Salerno-Reggio Calabria.
L’avvento della tecnologia, purtroppo, ha trasformato, quasi rivoluzionato, la natura dei rapporti umani. Facebook è diventata la piazza di riferimento di aspiranti coppiette da bastone da selfie; whatsapp è la moderna Gestapo che controlla ogni movimento del soggetto verso cui si prova interesse; Skype è la stanza delle perversioni, dell’amore senza sfumature, dell’uscita Usb come filo conduttore del rapporto di coppia. In tempi moderni, la preoccupazione massima dell’amica è la seguente: “Ha visualizzato, ma non ha risposto”. La domanda sorge spontanea: ha visualizzato la zona giorno o la zona notte? Il silenzio sulla zona giorno cela un disinteresse verso la figura, l’estetica della persona. Risponderà, amica mia. Con calma, ma risponderà: ti dirà che sei di una simpatia travolgente. La questione zona notte è molto più semplice: il tizio ha visualizzato la mercanzia, ma non ha risposto. L’ansia da prestazione, la condivisione pubblica del voto delle attività goderecce, il possibile autoscatto in bagno, certificano la nascita di un amore platonico. L’ostaggio è finalmente libero. Il prezzo del riscatto è il tesoro che si trova nella fortezza dell’amicizia.

Elmo Cretino(a)

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Posso dare un’occhiata (nella tua vita) ?

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Riguardo ad alcune questioni spinose e di difficile risoluzione ho deciso di cambiare prospettiva.

Ad esempio, se una persona sparisce, non mi chiedo più perché l’abbia fatto, piuttosto mi interrogo sul perché abbia deciso di entrare nella mia vita.

Una sottile, ma fondamentale, differenza.

C’è un negozio di oggettistica e articoli di arredamento shabby che adoro. Ogni volta ci entro, guardo tutto e poi, puntualmente, esco a mani vuote salutando con un “Grazie, arrivederci”.

Più o meno la stessa dinamica delle persone che entrano a fare un giro nelle stanze della tua esistenza, toccando, guardando, chiedendo i prezzi e alla fine ti salutano con un arrivederci e grazie, senza neanche darti il tempo di mostrare loro quel vaso antico, rifinito a mano, conservato in un angolo nascosto, perché troppo delicato.

Il più delle volte, neanche salutano. Nè arrivederci, né grazie. Escono alla spicciolata come se si vergognassero di quel giro infruttuoso.

Lo so: comprare non è obbligatorio, guardare e farsi un’idea della merce è un diritto di tutti gli acquirenti. Ma a volte già si sa che non acquisteremo niente e che che quell’aggirarsi tra tazzine e teiere è solo un modo per passare una mezzora diversa in una mattinata libera.

A volte ci si potrebbe limitare a scrutare le vetrine, senza creare false aspettative nei commercianti. Ma le vetrine stesse sono allestite per fungere da richiamo.

Forse è questo il punto. Forse, chissà, magari ciò che esponiamo in vetrina alla fine non corrisponde con quello che abbiamo dentro?

Forse dobbiamo ammettere che qualcuno voglia entrare solo per “dare uno sguardo”, accettando implicitamente che poi possa pure uscire senza aver comprato niente?

Non lo so. Certo è che ormai sono diventata una maestra Zen dell’accettazione, chè tanto, stare a scervellarsi sulle motivazioni degli altri non porta a niente, se non a perdere tempo ed energie, ma, a volte, mi piacerebbe fare un giro nella testa di questa gente.

Per poi uscirmene, a mani vuote, con un “Arrivederci e grazie”.

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L’amore non è un punchball

Ho preso consapevolezza che uno dei motivi per cui sono come sono,  una delle origini del mio essere disfunzionale nelle relazioni, è il modo in cui mi hanno insegnato a rapportarmi con gli altri.

Okay, non bisogna essere allievi di Freud per capirlo, ma tra SAPERE con la testa e CAPIRE col cuore passa una bella differenza.

Quando sei, non solo la primogenita, ma anche la prima dei nipoti, quando cresci in una famiglia dove la priorità è comportarsi bene e fare bella figura con gli altri e il tuo desiderio di essere “vista” e “ascoltata” passa in secondo piano, finisci per vivere una vita che non è la tua. Finisci per non vederti e non ascoltarti neanche tu.

Vivi seguendo le regole del “Devi capire, sei la più grande”. I più piccoli vanno capiti. A loro è concesso tutto, i più grandi invece non possono permettersi di manifestare rabbia o emotività. Devono solo capire e comportarsi da grandi. Ma, loro, chi li capisce?

Ti carichi di un’eccessiva responsabilizzazione che a quell’età è un peso forse troppo grande da portare.

E così, diventi eccellente in alcune aree, che ti permettono di accontentare le aspettative altrui e sentirti accettata, mentre altri aspetti della tua vita piano piano perdono vitalità e muoiono senza che neanche tu te ne accorga.

Passi una vita cercando di capire i bisogni degli altri e a un certo punto dimentichi quali siano i tuoi.

Giustifichi, accetti, passi sopra, metti in secondo piano tutte quelle che possono essere le tue richieste emotive, metti da parte te stessa.

Diventi bravissima. Riesci anche a prenderti colpe che non hai pur di difendere e giustificare chi ti ha ferito, ingannato, umiliato, chi si è preso il tuo cuore e l’ha messo in un tritacarne.

Fin quando non ce la fai più. Fin quando non ti accorgi che amare (e non intendo solo il partner) non corrisponde necessariamente ad essere accondiscendente. A capire tutti, perché così ti hanno insegnato, perché  “dai- sei la più grande-non puoi metterti a fare i capricci pure tu”. Perché hai paura che, se non lo fai,  potresti perdere chi ami.

Ma così facendo perdi solo te stessa.

Non è questo l’amore. L’amore è bidirezionale. Non è un punchball su cui gli altri possono sfogare la loro aggressività, perché tanto tu sei sempre lì, pronta a parare il colpo e ad assorbire tutta quell’energia negativa.

No, non va così.

E adesso, forse, l’ho imparato.

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Il destino: che simpatico umorista!

destino

“Il destino ha la sua puntualità” cantava Liga, nella sua meravigliosa “Lettera a G”.

Evidentemente il mio deve avere qualche problema con gli orologi, oppure, come me, si confonde sempre quando deve puntare la sveglia.

Fatto sta che la mia vita, ultimamente, sta mostrando un esagerato e forzato senso dell’ironia. Come quei comici che non suscitano una particolare ilarità nella platea e ridono da soli alle loro battute. Che tristezza.

Il mio destino è un po’ così. Mi fa incontrare le persone giuste nel momento sbagliato, le persone sbagliate nel momento giusto, le persone sbagliate nel momento sbagliato. Ma mai le persone giuste nel momento giusto.

Ed è così simpatico che, a volte, per dare prova della sua brillantezza e genialità, tira fuori dal cilindro un coniglio di razza (veramente non so se esistono i conigli di razza) : uno di quegli amori impossibili per cui ti sei straziata il cuore, per cui hai versato così tante lacrime chè neanche sapevi potesse esistere tutte quel mare di lacrime, che ti faceva battere il cuore fortissimo, che ti chiudeva lo stomaco, o che lo trasformava in una gabbia per farfalle agitate. Proprio uno di quegli amori lì. O ex-amori. Perché quando il cameriere della tua vita te lo serve come dessert su un piatto d’argento, tu sei già all’ammazzacaffè. E i dolci neanche ti piacciono.

“Nessun dolore” cantava il grande Lucio. Io aggiungerei pure “Nessun piacere”. Nessun interesse. Nessuna emozione. Niente di niente.

Dopo anni in cui avevi sognato e atteso quel momento.

Destino, questa cosa che vuoi essere simpatico sempre e comunque ti sta sfuggendo di mano. Sei stato forse taggato per il Comic Awards Destiny? Se no non me lo spiego. Non potresti comportarti normalmente come tutti gli altri?

No perché, sinceramente, mi hai un po’ sfracellato i maroni.

Con affetto,

tua Nata