Corea del Sud e Giappone (Ottobre 2015)

DIARIO DI BORDO: SEOUL e TOKYO
Prefazione. Anche quest’anno si torna in Asia. Formazione un po’ rimaneggiata, stessa formula “turista fai da te” che spesso distrugge, ma rimane la migliore per vivere da vicino e in pieno realtà sconosciute. Quest’anno la partenza è stata un parto distocico. Prima è arrivata la MERS, la nuova influenza di cui si temeva la diffusione pandemica, poi è venuto il momento delle bombe lanciate dalla Corea del Nord, la guerra in Turchia e i conti che non tornavano con turni e ferie.
Ma alla fine siamo riusciti a partire e a goderci questa nuova avventura.

5 Ottobre. La partenza. Si parte da Napoli. La scelta della città partenopea, che raggiungiamo il giorno prima, ci regala un aperitivo prevacanza tra le sue meravigliose viuzze e la sublime esperienza sensoriale della frittatina di pasta. La prima tratta è Napoli Istanbul, volo disturbato da troppe turbolenze, ma allietato da una simpatica cena: nel vassoio troviamo anche un qualcosa che ricorda molto la nostra caponata, accompagnata a una salsina di yogurt. Devo proporre l’opzione e zia Teresa, da cui comunque i turchi hanno solo da imparare in quanto a caponata. Scalo di circa tre ore durante le quali aspettiamo l’altro compagno di viaggio: Rizzo, che arriva da Fiumicino.
Rizzo, prima della partenza, aveva tenuto a comunicarci, sul nostro gruppo whatsapp, di essersi fatto una polizza vita in previsione di questo volo intercontinentale, elicitando sgomento e gesti scaramantici a profusione. Ma, del resto, c’è chi si porta un rosario, chi si affida a nostro Signore, chi si mette un santino di padre Pio in valigia. E chi si fa la polizza vita. É giusto.
A mezzanotte imbarchiamo tutti insieme su un altro airbus della Turkish con destinazione Seoul. E qui devo fare una breve recensione sulla compagnia. Ho ancora negli occhi la bellezza ipnotica e l’eleganza raffinata delle hostess Qatar per non cadere in un pietoso paragone. Le turche non sono delle grandi bellezze e non spiccano per gentilezza dei modi, ma soprattutto sono conciate come non si sa come. Una specie di grembiule blu tipo suora laica, che arriva a coprire in parte una gonna sotto al ginocchio e, ai piedi, delle cose a metà tra una pantofola Donna Serena e la scarpa delle damine dell’unitasi.
Il cibo invece non è malaccio. Certo, non so in base a quale orario abbiano distribuito il vitto, perché ci passano subito un primo vassoio di salato (all’una di notte quindi) e poi, a un orario tipo le 7 ore italiane (e le 14 ora coreana), un vassoio misto dolce e salato e il caffè, della serie: scegli tu se pensi che sia colazione o pranzo. I miei amici risintonizzano già l’asse ipotalamo-ipofisi e si adeguano ai nuovi ritmi e alle nuove usanze ma io, almeno per la colazione, rimango abitudinaria.

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6 Ottobre. L’arrivo. Tra disbrigo delle pratiche burocratiche e studio dei mezzi per raggiungere l’albergo prendiamo possesso delle nostre stanze che è già ora di cena e, dopo una rapida doccia, usciamo. Per scoprire che i locali, almeno quelli in zona, chiudono abbastanza presto, quindi, dopo un po’ di giri, ne scegliamo uno in cui, tra la difficoltà nelle ordinazioni e la fretta di scegliere, mangiamo abbastanza male. Tra l’altro è tutto piccantissimo e solo io riesco a finire il piatto. Gli altri si consoleranno in una delle solite catene di schifezze varie.
L’impressione che mi fa Seoul, vedendola per la prima volta di sera, è quella di trovarmi in un grandissimo videogioco: luoci coloratissime, insegne luminose, le scritte con i caratteri coreani sugli alti grattacieli.

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7 Ottobre. In esplorazione. Avevo dimenticato, anzi la mia tendinite aveva dimenticato, cosa volesse dire andare in vacanza con Mauro. Stamattina, dopo colazione al buffet, prendiamo la metro per andare a vedere la zona storica di Seul. Io ero rimasta alla linea lilla di Milano, qui non so quante linee ci sono (ne ho contate almeno dieci) che si intersecano in un dedalo fittissimo di fermate dai nomi impronunciabili, in cui solo Mauro riesce a destreggiarsi. Non so come faccia. Io guardo ottomila volte Laurentina-Rebibbia, Laurentina-Rebibbia, Laurentina_Rebibbia, per essere sicura della direzione, qua non so neanche se esista una direzione. Le fermate, poi, sono annunciate da un simpatico jingle che ci diventerà familiare, che ricorda la fanfara. Arrivati a destinazione visitiamo un complesso di templi e poi il villaggio di Bonkon-ro, con le abitazioni caratteristiche.
Per strada incontriamo tante ragazze, giovanissime, con l’abito tradizionale coreano, l’Hanbok, un completo formato da una giacchetta e da una gonna ampia con vita ascellare, confezionato con stoffe dai colori vivaci. Ne vedremo tantissime in giro e nei vari tempi: abbiamo capito che vanno a fotografarsi e si fanno fotografare coi turisti. Faccio un pensierino sull’abito ma decido che per quest’anno passo. Già l’ Ao dai che era più sobrio è rimasto nell’armadio, figuriamoci una gonna a campana. Per carità, utilissima nei giorni di gonfiore addominale ma obiettivamente poco pratica.
A proposito di abbigliamento, più che i templi, le riproduzioni in pietra degli animali dell’oroscopo cinese, i vari altarini, ciò che ha catturato la mia attenzione è stato il gusto osceno nel vestire delle donne coreane. Oddio, neanche gli uomini scherzano, con le loro cravatte brillantinate, ma sulle donne c’è più materiale con cui sbizzarrirsi.
Questa cosa mi ha monopolizzato così tanto che ho passato la mattinata a studiarle e fotografarle.
Abbinamenti improponibili, camicie cerimonia tamarro-style mixate con gonne lunghe o scarpe da ginnastica, accostamenti di colori che un daltonico per la disperazione guarirebbe. Ma, sarà che ho l’ossessione per le scarpe, il meglio (o il peggio) l’ho trovato nella scelta delle calzature. Cose che voi umani non potreste neanche immaginare. Che se uno pensasse “Mo quasi quasi voglio creare una scarpa mostruosa” non gli verrebbe mai così. Dal mocassino glitterato allo stivale di pelliccia indossato senza calze, al sandalo di plastica per lo scoglio con tanto di zeppa. Ma sopra tutte trionfa, schiva ma fiera, la TAPPINA. Anche sotto un pantalone elegante, o con le calze dentro, che importa? La tappinella è il vero must. (Ciabatta per i non calabresi)
In serata, dopo una cena più tranquilla e meno spicy (questi coreani sono peggio dei calabresi), tra i negozi sotterranei della fermata Gamgnam (sì, proprio quella della canzone), mi lascio catturare dal richiamo di una profumeria ed entro con lo stesso spirito di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Ho sempre amato le bugie che rendono felici e seguendo questo assunto ho pensato che se le coreane hanno una pelle così splendida sarà sicuramente perché usano prodotti miracolosi, mica per la genetica o perché non stanno sotto il sole a mezzogiorno da Aprile a Ottobre. Entusiasta di poter carpire i loro segreti mi lancio nell’acquisto dell’ennesimo contorno occhi e altre fesserie. Alla cassa la commessa mi riempie la busta con altri prodotti (non campioncini, attenzione!) e, trovandosi davanti la mia espressione perplessa mi rassicura : “Present! Present!”. Cioè, questa per due cose che ho comprato mi ha riempito di presents, tra cui un siero formato standard, un pacco di salviette struccanti e dei patch per le occhiaie (chissà come mai).
Commesse italiane, prendete nota. Voi e i vostri campioncini spuri.

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8 Ottobre. Della colazione e di altri fantasmi. Chi mi conosce sa che io non posso uscire di casa senza aver mangiato quindi la tragica notizia che la colazione non era inclusa nella tariffa mi ha creato grossi scompensi. Ieri avevamo comunque deciso di andare a provare il buffet. Per una distrazione dei camerieri nessuno ci ha chiesto niente e quindi abbiamo mangiato a sbafo. Che poi, obiettivamente, 10 euro sarebbero state sprecate per uno pseudocaffè e un po’ di pane e marmellata, visto che il resto erano brodaglie, zuppe, riso, uova, salsiccia e altri improponibili piatti.
Quindi stamattina io e Rizzo pensiamo di andare al bar della Hall (una bakery in cui fanno cappuccini e propongono un’interessante selezione di pane), ma – delusione e sgomento! -il bar apre alle 10, quindi tentiamo di sfidare di nuovo la fortuna al buffet. A sto giro ci viene male: il cameriere ci intercetta subito per chiederci il numero della stanza e addebitarci il conto.
Con questa delusione andiamo a prendere la metro e partiamo alla volta di nuove camminate per visitare altri, originalissimi, templi.
Tra questi anche un complesso monumentale di tombe (un cimitero, ecco) che conserva tra le sue mura una storia affascinante: mentre alcune strutture accoglievano le spoglie mortali di re, regine e imperatori, altre erano destinate a custodirne lo spirito, chiuso in delle tavolette sacre.
A me sinceramente un po’ dispiace che uno spirito stia chiuso in una tavoletta: lo immagino tipo il fantasmino Casper e mi verrebbe voglia di liberarlo.
A proposito di spiriti, arrivati nel luogo adibito alla purificazione del Re e della Regina, Mauro (che è l’unico che riesce a seguire la guida inglese) mi dice:
“Qui si può passare nel mezzo chè non ci sono gli spiriti”
“Perchè? Prima dove stavano?”
“All’ingresso, ci hanno fatto passare dai bordi per non dar loro fastidio”
“Oh Madonna, speriamo che non li ho calpestati, poverini”
“Non è che li hai calpestati ma se magari sei passata dove non dovevi si possono vendicare”

Ecco, pure lo spirito vendicativo mi mancava. Mainagioia, eh!

Menomale che c’è Rizzo che è il mio mito ufficiale. Estenuato da tetti spioventi e costruzioni tutte identiche, al terzo tempio inizia a dare segni di insofferenza (“M’aggiu rutti li cujuni”). Lo stesso dicasi per il cibo verso cui ha un atteggiamento perennemente conflittuale (“Ma cce cazzu se mangiano a quai, mangiatile tie”), che lo porta a fare mix improponibili tipo versare la salsa di accompagnamento della carne nel riso bianco, davanti allo sguardo attonito e inorridito della cameriera.
Mentre siamo in giro assistiamo a un massiccio dispiegamento di forze (ambulanze e vigili del fuoco) che si concentrano tutte in un punto in cui non riusciamo a capire cosa stia succedendo. Forse sono solo molto solerti ed efficienti, non so, e se chiami i vigili ti mandano direttamente dieci camion, ma la paranoica che è in me ha già un’altra risposta: “Sicuramente sta succedendo qualcosa, ci stanno attaccando!”. La situazione si complica mentre siamo in visita al giardino segreto del Palazzo Reale, un posto incantevole, in cui il contatto con la natura meravigliosa infonde serenità e pace. Qualcuno ha detto pace? E allora cosa sono quelle sirene che continuano a suonare e si sentono fin qua? “Mauro, te l’ho detto, sta succedendo qualcosa!”
Ma nessuno mi dà retta. E questi tamburi che si sentono in lontananza? “Rizzo, vedi, ci stanno attaccando!” “Ma dici che se ci stessero attaccando ci farebbero stare tranquilli qua?” “Mah, che ne so io”.
Al suono dei tamburi si aggiungono altri suoni, altre voci. É….è…..è….UN CONCERTO!!! Rizzo mi guarda sornione e sarcastico e mi fa: “Però, carini ‘sti coreani del Nord che prima di attaccare fanno i concerti”. Simpaticone. Ricordati che sei quello della polizza vita.
Stasera cena al ristorante indiano. Adoro, adoro, adoro. Ci mangerei ogni sera, solo per quel fantastico plain naan (una sorta di panpizza) ma gli altri non condividono il mio stesso entusiasmo. Anche stasera, hanno fatto l’after dinner da Burger King. Tristezza. Fossero stati figli miei li avrei mandati a letto senza cena.

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9 Ottobre. Torri e lavanderie. Un altro tempio anche oggi no! La mia tendinite grida vendetta, nonostante Synflex e unguenti magici e il mio fisico chiede riposo. Però, pur mandando loro in giro e restando in albergo, mi rendo utile al prossimo. Preparo la colazione a Rizzo (alla fine abbiamo deciso di comprare le cose fuori e prepararla da noi), aggiorno il diario, faccio la lavatrice per tutti alla lavanderia a gettoni e addirittura stiro! Io che non stiro a casa mia, ma vabbè, quando una c’ha un karma demmerda le capita di pure di trovarsi a stirare sulla scrivania di una camera d’albergo di Seoul (e, tra l’altro, di bruciarla col ferro).
Ma parliamo un attimo dell’esperienza nella lavanderia. Io in tutta la mia vita non mi sono mai neanche avvicinata a una lavanderia a gettoni, non sapevo neanche come fosse fatta, ma il destino ha voluto che la mia prima volta fosse con una lavatrice coreana, con le scritte in coreano proprio.
Mauro mi aveva dato due tre indicazioni su come trovarla e su quanti gettoni servissero ma, una volta entrata in quella piccola stanzetta con due lavatrici e due asciugatrici, chiamata laundry, sono iniziati i problemi. Uno: qual è la lavatrice e qual è l’asciugatrice? Oh, non fate gli esperti, mica sono come le nostre. La lavatrice, per esempio, è una cosa a metà tra la macchina per fare lo zucchero filato e il gelataio magico: un pozzo con al centro una specie di cono. Solo con le illustrazioni stampate al muro che riproducono un tizio mentre versa il detersivo, capisco che trattasi di lavatrice. Passiamo quindi al detersivo. Qua vado tranquilla, mi ricordo che Mauro mi ha detto che costa 500 won: li inserisco, ho un attimo di panico per capire come far scendere la bustina ma ce la faccio. Ormai sono così brava a prendere detersivi che ne prendo una seconda busta. Infilo tutto dentro e chiudo la lavatrice. Bene. E mo come parte? C’è un piccolo supporto dove ci sono 4 fessure per inserire 4 monete da 500 won (che poi sarebbe il gettone). C’è scritto a caratteri cubitali 4 x 500, cioè 4 monete da 500. Ma a me non interessa cosa sta scritto, secondo me 4 x 500 potrebbe essere anche 10 x 200 o (2 x 500) + (10 x 100). La gettoneria creativa, insomma. E quindi, posiziono i primi due gettoni da 500 (che sono gli ultimi rimasti) e insisto più e più volte a riempire gli altri due spazi con gettoni da 100. Niente, non va, non succede nulla. Come mai? Ma vuoi vedere che 4 gettoni da 500 sono proprio 4 gettoni da 500? Oh no! E adesso? Ho già cambiato tutti i pezzi da 1000 che avevo. Ho due opzioni: salire 16 piani per andare a prendere altri 1000 won, o farmi cambiare le monetine al bar del piano di sopra, tentando di farmi capire nel mio inglese drammatico. Esco con questo tormento interiore dalla lavanderia e mi trovo sulla destra il ristorante, che prima non avevo visto. Decido di avventurarmi e vado dritta verso la cassa. La ragazza mi capisce, evviva! Ho i miei gettoni e posso far partire la lavatrice. Usare l’asciugatrice, a questo punto, diventa un gioco da ragazzi. Sono diventata lavanderina a gettoni esperta.
A pranzo mangio in un locale vicino all’albergo. Anche qui ci metto un po’ a capire che l’ordinazione me la devo fare sola su un computer touch screen e pagare direttamente nella cassa automatica e – non so come – miracolosamente ci riesco e mi trovo davanti i miei fantastici roll (al prezzo irrisorio di circa 3 euro per dieci pezzi).
Nel pomeriggio il gruppo si ricompatta e ci spostiamo per andare a vedere la Seoul Tower.
C’è una fila chilometrica per prendere la cabinovia quindi decidiamo di farcela a piedi. In fondo cosa sarà mai 1 chilometro e mezzo? peccato sia tutto in salita e quasi tutto di gradinata. A un certo punto mi devo fermare. Sto per morire. Sono abbastanza allenata ma tutte quelle scale ripide a passo sostenuto mi hanno fatto schizzare la frequenza cardiaca oltre i limiti consentiti. Ho l’affanno e sto in debito d’ossigeno. Se non mi fermo schiatto e in Italia il mio amico Melo potrà farmi il coccodrillo.
Arriviamo finalmente alla torre, che poi da lontano, illuminata, sembra figa ma vista da vicino è un enorme pilastro della luce ricoperto di led. Attesa anche qui per prendere l’ascensore che ci porterà in cima, da cui potremo ammirare lo spettacolo di una meravigliosa Seoul con le sue luci colorate, divisa in due dal fiume Han e collegata da tutti i suoi ponti che, illuminati, creano un’immagine straordinariamente suggestiva.
Si è fatto tardi e tra la discesa e la cena è quasi mezzanotte. Prendiamo la metro al volo felici per essere riusciti a salire sull’ultima corsa, ma dopo due fermate sentiamo, non la solita voce femminile – che solitamente annuncia le stazioni – ma una voce maschile che fa uno strano annuncio, rigorosamente in coreano. Mi viene un dubbio, confermato quando vedo la gente scendere. Praticamente ci stanno cacciando. Qui la metro a mezzanotte chiude proprio. Chi c’è c’è chi non c’è non c’è. Fine delle corsa e tutti fuori. Siamo le novelle Cenerentole della zucca suburbana.

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10 Ottobre. Sabato mercato. Stamattina visita al mercato. Una delusione. Avete presente i negozi dei cinesi? Ecco, tutto un mercato di negozi di cinesi. Strosciolame, pezzecaglie e i soliti pupazzetti. Però c’è una cosa interessantissima che dà un senso alla mattinata: lo street food. Assaggio una specie di panino cotto al vapore ripieno di marmellata di azuki (buonissimo), una focaccia dolce con mela e cannella (strabuona), dei particolari dolcetti che poi acquisteremo per portarli in Italia, preparati lavorando il miele fino a farlo diventare filamentoso, come una specie di fibra di seta, che avvolge un trito di mandorle e sesamo: una cosa che a vederlo fa un po’ impressione ma che ha un sapore delizioso.
In più, tra calze (quante calze!) e chincaglierie varie troviamo dei negozietti che vendono tisane di ogni tipo (la nostra passione!), soprattutto al ginseng. Dopo il mercato nel pomeriggio è la volta del Museo delle Illusioni. Io pensavo fosse un cosa tipo gioco degli specchi o casa degli orrori invece è un posto dove sono dipinte alcune scene, costruite in modo tale da creare un’illusione ottica quando ci si posiziona in determinati punti e si scatta la foto da una precisa angolatura.
Per stare dietro alle inquadrature di ‘sti quattro giochini mi guadagno la fama di pessima fotografa, che mi porterò dietro per tutto il viaggio. Pare che tutte le foto scattate da me siano state cestinate perché inguardabili. E vabbè, non è che una può essere brava in tutto. Accontentatevi.
Il biglietto comprende anche la visita a un piccolo spazio chiamato Carnival Party, dove ti fanno giocare al tiro al bersaglio coi pupazzetti (come alle feste di paese). Mauro ruba i pallini del fucile perché si ostina a voler colpire il pupazzetto di Doraemon per portarselo a casa. Al tentativo numero 21347 ce la fa. Inutilmente. La ragazza spiega che il pupazzo resta lì perché i tiri erano in omaggio. Delusione. Il tour termina con l’ingresso al Museo del Ghiaccio. Non so dirvi cosa ci fosse dentro perchè entro ed esco immediatamente. Non so voi, ma io in un’ibernazione a – 7 gradi non ci trovo niente di divertente.
Menomale che dopo tutto questo da fare almeno stasera abbiamo la cena pagata. Offre un’amica speciale: la rana. Anche quest’anno abbiamo una cassa comune. Teniamo i soldi che ci servono per le varie esigenze in un portamonete a forma di ranocchia. Io la chiamo la “Rana di Equitalia”, perché è una richiesta continua: “Bisogna rimpinguare la rana, bisogna rimpinguare la rana”. Per onestà intellettuale, devo ammettere che la rana non incassa solamente: ogni tanto ha qualche sprazzo di generosità. “Stasera paga la rana”. Quando la rana ci offre la cena siamo sempre felici.

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11 Ottobre Suwon. Si sono abbassate le temperature. E mentre dal Salento ci arrivano foto e notizie di disastri climatici, anche qui si inizia a sentire freddo. Io rimpiango quei bei 40 gradi col 90% di umidità del Vietnam e li baratterei volentieri con questa temperatura che mi fa battere i denti. Stamattina la nostra destinazione è Suwon, una cittadina poco fuori da Seoul, di cui andremo a visitare la parte antica posta all’interno delle mura, chiamata “ La Fortezza”. Ci arriviamo con la nostra solita metro, ma facciamo, durante il tragitto, un cambio di treno annunciato, in coreano, dalla solita voce maschile (ormai abbiamo capito che quando parla la voce maschile dobbiamo scendere). Arrivati a Suwon ci assale un freddo ancora più intenso che mi costringe a comprare un gubbino di pile di dubbio gusto e soprattutto di dubbia provenienza. Grigio e col cappuccio. Sembro l’orso Yoghi e non ho niente da invidiare alle donne coreane che fotografo e che derido per il modo di abbigliarsi, ma mi tiene caldissima e mi sembra di rinascere. Arriva pure il diluvio e io ovviamente ho portato il k-way per lasciarlo in valigia. Mentre ci ripariamo sotto la tettoia di un tempio, una simpatica signora di incerta nazionalità (a me sembrano tutti uguali) mi scatta una foto. Poi un’altra, poi un’altra ancora. Praticamente mi fa un servizio e ad ogni scatto mi sorride e mi ringrazia contentissima. Dice pure a Rizzo di spostarsi, perché vuole fotografare proprio me. Sono un bel soggetto, come darle torto. Secondo me anche lei caricherà queste foto su Facebook e le metterà in un album dal titolo “Ma come ti vesti Occidente edition”. Non trovo altra spiegazione a questo suo entusiasmo, se non quella che le piacciono le donne occidentali vestite con una pelle d’orso e un ombrello in mano. Per fortuna l’acquazzone, che ci prende in pieno, dura poco e ci lascia liberi di visitare questo posto incantevole dall’aria purissima e dal verde rigoglioso che, ovviamente, bisogna raggiungere con le solite scale e le rampe con pendenza 80%. Col fiatone e l’anima di fuori, mi consolo pensando che tutte queste salite, oltre a garantirmi l’ascesa a un livello spirituale superiore, mi garantiranno pure un’ azione anticellulite e rassodante sui glutei. Il tempo di mangiare qualcosa in una specie di “sagra” con tantissimi stand di vari paesi e si riparte. Tra i vari “bancarielli”, anche quello vietnamita col latte di cocco, da cui mi faccio tentare. Vestita da yeti e con in mano un frutto esotico, sotto un cielo grigio e minaccioso, dipingo un buffo ed esilarante quadretto.
Torniamo in albergo stanchi e infreddoliti, ma qualcuno vuole di nuovo prendere la metro per andare a cenare in un quartiere dove è pieno di locali che servono la specialità coreana: carne grigliata. La particolarità è che i fornelli sono sui tavoli e ognuno può cuocersi direttamente da sè la sua pietanza. Ora, sebbene abbia fallito nel mio tentativo di passaggio a un’alimentazione vegetariana, la carne continua ad allettarmi poco, specie in un posto dove ti potresti trovare nel piatto un pezzo di Fido, ecco. Ma a parte questo, sono troppo stanca per riprendere la metro coi soliti cambi, quindi io e Gab restiamo in zona e mandiamo Mauro e Rizzo a grigliare carne. Usciamo alle 20, visto che abbiamo capito che alle 21 tutti i locali (che fanno orario continuato) sono già chiusi, ma scopriamo che invece la Domenica vige il coprifuoco: sono chiusi o chiudono prima. Ci resta solo il fast food! Stasera è Lotteria, catena asiatica, dove per fortuna trovo un burger di riso con cotoletta di soia. Dopo cena facciamo un giro al solito centro commerciale della fermata, dove finisco di nuovo nella profumeria della generosità. Non si smentiscono neanche stavolta: compro un rossetto e un cushion e me ne esco con la busta piena. Vi adoro!
Nell’attraversare questo posto con la fretta mattutina, non mi ero mai accorta che c’è una profumeria a ogni angolo. Realizzo che ho letto da qualche parte che la cosmetica coreana è abbastanza rinomata e all’avanguardia (mi ricordo che Sephora vende una meravigliosa B&B made in Korea). Insomma devo trattenermi con uno sforzo immane per non entrare in ogni negozio e riempirmi la valigia di creme, cremine, fondotinta e rossetti. Una vera tortura cinese, anzi, coreana.

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12 Ottobre Shopping. Rompete le righe, giornata libera. Ma posso mai stare nel Regno della cosmetica e non approfittarne? Stamattina ho fatto una ricerca on line sui migliori brand. Il più quotato, anche per il rapporto qualità prezzo è Etude House, un altro molto venduto è TonyMoly. Di TonyMoly ho praticamente già tutto quindi stamattina mi tocca Etude. Il punto vendita è il paradiso delle make up addicted, una gioia per gli occhi di chi starebbe tutta la vita a perdersi tra mascara e gloss. Il rosa shocking, dalle sfumature leziose, la fa da padrone ed è presente ovunque a colorare e rendere maliziosamente accattivanti scaffali, confezioni, divise delle commesse. Impossibile resistere. Tra l’altro sono sola e, come ogni donna sa, certe esperienze mistiche vanno fatte in solitaria e con un adeguato livello di concentrazione. Compro qualcosa per me e per la felicità delle mie amiche e ricevo in cambio, al solito, una quantità enorme di “presents”. Con tutti si omaggi potrei praticamente aprirmi un negozio in Italia.
Pranzo da Paris Baguette, franchising presente ad ogni angolo dove, oltre ai vari tipi di pane da portare via o mangiare sul posto, è possibile consumare torte per tutti i gusti e panini dolci ripieni di creme diverse, ma anche caffè o the. Un punto di non ritorno per i golosi. In questo luogo di perdizione io mi butto su un’insalata. C’è una punizione per questo affronto? Sì: in realtà l’insalata non è proprio un’insalata ma nasconde i soliti udon, una specie di fettuccine bollite, ma il castigo più grande è la presenza, nella salsina, del solito, maledettissimo aglio che agli asiatici piace così tanto. Mi perseguiterà come un ex in versione stalker, lo so. Meglio correre ai ripari prima e cancellare ogni traccia con la mia nuova droga: una deliziosissima ciambellina mela e cannella da Donkin’ Donuts, altro franchising presente ovunque all’Estero, che vende le famose ciambelle americane, i Donuts appunto, quelle di Homer Simpson. Ce n’é di ogni tipo e per ogni gusto.
Tornando verso l’albergo assaporo quella incredibile sensazione che ti dà passeggiare per una città sconosciuta, dove nessuno ti conosce e soprattutto ti capisce, col telefono spento, per sentirsi piacevolmente lontana da tutto e da tutti.
Il piacere di quei pochi attimi di reale e intensa solitudine ma anche la nostalgia di casa. Che quale sia la mia casa non mi è ancora chiaro, ma per adesso, è dove ci sono i miei cuccioli ad aspettarmi e io, ogni notte alle 2, aspetto, con ansia, il messaggio della ragazza che si sta prendendo cura di loro.

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13 Ottobre. Tokyo. Stamattina sveglia all’alba per prendere il volo con destinazione Tokyo. Inizia la parte più bella e interessante del viaggio. Arrivati in aeroporto prendiamo subito la metro. É apparentemente più complessa rispetto a quella di Seoul: diverse linee appartenenti a differenti compagnie si intersecano con una rete ferroviaria chiamata JR (Japan Rail) .
Quando si aprono le portiere del treno si spalanca, davanti ai nostri occhi, un mondo del tutto unico, dove il carico di storia e simbolismo si mescola con una civiltà ipertecnologica in cui spesso è difficile definire il confine tra genialità e demenza.
Il tutto sottolineato da comportamenti e abitudini bizzarre che possono essere racchiusi nel leit motiv di Rizzo, recitato ad ogni passo come un mantra: “No vabbè ma questi sono pazzi! Sono veramente pazzi!”
Solo per studiarli e soffermarsi sulle loro stranezze non basterebbe un mese intero. La loro gentilezza, per cui sono noti in tutto il mondo, a volte assume aspetti iperbolici o surreali. Roba che se entri in un negozio e butti una cosa ti chiedono scusa. Me ne ero accorta già sull’aereo: appena ho infilato il corridoio per raggiungere la toilette, il giapponese che stava per venire in direzione opposta mi ha intercettato e si è messo da parte per farmi passare. Avrebbe potuto fare il corridoio tre volte finchè fossi arrivata io. E la signora che camminava per strada davanti a noi con una ragazza incinta? Per non rallentarci ed esserci d’intralcio, ha praticamente sbattuto contro il muro la povera gravida.
La compostezza, poi. Forse alcune cose osservate con l’occhio incivile di un italiano possono sembrare strane ma vedere code precisissime dovunque (alla metro, ai treni, addirittura al semaforo) ci fa sembrare alieno questo popolo da cui, invece, avremmo tanto da imparare.
Su tanto altro invece hanno da imparare loro. Per esempio, qualcuno dica agli uomini che questa cosa di andare in giro con borse femminili non si può guardare: è inquietante.
Lo stesso stranissimo effetto fa vedere cani portati a spasso su un passeggino (pensato apposta per gli animali, ovviamente).

Sulla metro ho il primo incontro con le studentesse che finora ho visto solo nei cartoni: vestite con le loro gonnelline blu, la giacca e la cravattina o il fiocco, le calze al ginocchio e le scarpe basse. Ce le ho vicine e mi sento subito in “Piccoli problemi di cuore”.
Asakusa. Quartiere storico di Tokyo, tra i più caratteristici. É qui che abbiamo l’albergo, a due passi dalla metro Asakusa line e da uno dei siti di interesse turistico più visitati: il Tempio Senso ji. Lo visitiamo appena arrivati, passando da una stradina fitta fitta di bancarelle di souvenir.
A pranzo lascio i ragazzi al loro ramen (bollito di carne praticamente) e prendo al supermercato un onikiri, timballino di riso avvolto da un involucro di alga, per cui impazzisco.
In serata ci spostiamo a Shinjuku, quartiere commerciale di Tokyo, con grattacieli dalle insegne illuminate e negozi della portata di Louis Vuitton o Tiffany.
Abbiamo un appuntamento con Maria Chiara, amica napoletana di Mauro che vive e lavora a Tokyo. Ragazza coraggiosa e intraprendente. Ci porta in un locale a mangiare una specialità giapponese: l’ Okonomiya-ki, una specie di frittata fatta con uova sbattute insieme a verdure e a scelta carne o pesce, condita con una particolare salsa e adagiata sulle piastre incandescenti inserite nei tavoli.
Accanto a noi c’è gente che fuma. Siamo infastiditi e disabituati al flagello della puzza di sigaretta in pub e ristoranti. Maria Chiara ci spiega che qui, all’interno si può fumare, mentre è proibilto all’esterno. Il razionale è che in un locale scegli di entrarci tu, gli spazi aperti invece sono di tutti. Infatti, anche a Seoul, per strada, troveremo una specie di gabbiotto chiuso dove si concentrano i fumatori. Un’immagine davvero curiosa e ridicola.
Dopo cena ci attardiamo tra passeggiata e crepes, distrazione che ci costerà la corsa disperata per prendere la metro, memori dell’esperienza di Seoul. Fortunatamente a Tokyo ci sono corse anche dopo la mezzanotte e riusciamo a rientrare in albergo.

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14 Ottobre. Lovely Panda. Stamattina abbiamo scoperto che in fondo non è così complicato girare in metro. Dopo essere arrivati tutti ad Akihabara, quartiere ipertecnologico e luogo di culto per nerd e amanti di manga e generi affini, dall’effetto epilettogeno, io e Rizzo scappiamo per dedicarci alla scoperta di altri siti più interessanti. La prima tappa è il mercato del pesce. Teoricamente bisognerebbe andarci alle 4 di mattina, all’orario in cui vengono fatte le aste per gli acquisti Praticamente noi ci arriviamo invece all’una del pomeriggio quando sono rimasti ad aspettarci solo i pesci morti che galleggiano nel ghiaccio che si è sciolto. Per fortuna il mercato continua con una parte caratteristica di vicoli occupati da bancarelle che vendono pesce essiccato, alghe, spezie, in barattoli e bustine dal contenuto a noi ignoto (i cartelli sono tutti in giapponese), il che mi fa vacillare nel mio desiderio di comprare qualcosa, non sapendo cosa mi sto portando a casa. Alla fine mi infilo in un market dove c’è da perdersi e riempire il carrello: dagli spaghetti al the verde, alle varie alghe alle salse più esotiche, ma mi limito a due tre cose da mettere in valigia.
Tra l’altro non mi sono bene adattata allo yen e oscillo tra la tirchieria e lo scialacquo delle finanze. 1000 yen equivalgono a poco più di 50 centesimi. Il richiamo del vecchio conio è irresistibile: inizio a ragionare in lire.
Pranziamo in uno dei posti tipici infrattati tra i vicoli, dove possiamo consumare il sashimi sul bancone, guardando il cuoco che lo prepara (speriamo di non portarci dietro pure l’Anisakis) e poi ci dirigiamo verso Ueno, senza un’idea precisa. Guardiamo la mappa e i vari punti di interesse e decidiamo di fare una visita a un parco che è segnalato. Il parco è immenso e davvero incantevole, tantissimo verde, tenuto in modo impeccabile con la solita deliziosa distribuzione di piccole pagode e ponticelli. La mia vista indugia su una sorta di bacheca su cui sono appese delle tavolette di legno dove ognuno può lasciare un pensiero o un desiderio. Mi fermo a osservarle: leggere tutte e “sentire” i desideri più profondi di gente sconosciuta mi trasmette una grande emozione.
Ovviamente lascio anch’io il mio contributo (potrei mai non farlo?). Continuiamo a passeggiare tra viali e fontane ma c’è una cosa che cattura la mia attenzione: l’immagine di un panda in lontananza. Controlliamo la mappa e capiamo che si tratta di uno zoo. Ma non uno zoo normale. Uno zoo dove sono presenti due dei rarissimi esemplari di panda gigante: Ri Ri e Shin Shin. Diventiamo pazzi appena li vediamo e la regressione infantile è totale. Anche se è sempre un po’ triste vedere animali in cattività, osservare da vicino questo enorme peluche che sgranocchia le sue canne di bambù è un’ esperienza fantastica. Non riusciamo a smettere di fotografarlo, filmarlo, guardarlo estasiati e fatichiamo a staccarci da lui. Uno dei momenti più belli della mia vita!
Torniamo in albergo felici come bambini e dopo la cena al ristorante cinese (fa molto italiano, ma non abbiamo trovato di meglio nelle vicinanze) facciamo una passeggiata al tempio di Senso-Ji in versione by night. Non c’è paragone con lo stesso posto visto di giorno. Ora, con il vialetto deserto illuminato solo dalle lampadine che pendono sulle bancarelle chiuse e la luce emanata dai tempi che si stagliano sul cielo, assume una connotazione quasi magica.

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15 Ottobre. Zerinol. Questi sbalzi di temperatura mi hanno fatto raffreddare. Non raffreddatevi mai se venite a Tokyo. Quelli che chiamano Kleenex sono minuscole veline che durano il tempo di una soffiata di naso. Appena usciamo mi metto in cerca di uno spray nasale. Mauro dice che in farmacia senza ricetta non ti danno niente, ma io, sulla scorta dell’ormai chiara commistione di generi commerciali che ti fa trovare le pillole dimagranti in profumeria, il cappuccino in farmacia e il repertorio da sexy shop in un negozio che espone kimono, sono certa di trovarli in uno dei tanti minimarket. E così è. Il tizio è pure abbastanza fornito. Ovviamente tutto è scritto in giapponese quindi vado -è il caso di dirlo- a naso. Oltre allo spray decongestionante, mi faccio pure “incollare” un medicinale di dubbia composizione che dovrebbe essere un sintomatico per l’influenza. Mi guardo intorno per vedere se c’è Mauro, che conosce un po’ di giapponese, ma lui è già uscito. Non mi resta che comprarlo lo stesso. Non posso farmi sfuggire questa medaglia per il mio palma res degli acquisti improbabili. Quando esco gli chiedo di leggermi la composizione.
Inizia:
“Efedrina”
“OK. Decongestionante”
“Caffeina”
“Ok. Così sto sveglia”
“Belladonna”
“Atropina?????”
Va bè che sarà mai un po’ di atropina, al massimo divento tachicardica. E butto giù subito la compressa che mi aiuterà ad affrontare al meglio una giornata davvero intensa.
Si parte col giro al mercato di Ueno, che potrei definire “un tripudio di indispensabili puttanate”. Un luogo in cui potresti perdere giornate intere e tornare carico di cose di palese inutilità ma che allo stesso tempo devi assolutamente avere, come un aggeggio a forma di zampa di gatto che fa i massaggi, ad esempio. Il top per me sono i negozi di alimentari: i kit kat al wasabi o alla zucca,i biscotti leopardati, i pancake a forma di Doraemon, insomma generi di prima necessità che non possono mancare in ogni dispensa che si rispetti.
A Ueno prendiamo la metro e scendiamo ad Arajuku. Visitiamo un tempio situato all’interno di un enorme parco naturalistico e ci troviamo nel bel mezzo di una tradizionale cerimonia nuziale. Io adoro i matrimoni (quelli degli altri, ovviamente). Mi piace guardare (e criticare) gli outfit delle invitate, l’abito della sposa, la bruttezza dello sposo. Insomma, dopo essermi trovata, un anno fa, nel mezzo di un trashissimo matrimonio vitnamita, quest’anno ho il clamoroso colpo di fortuna di assistere a uno giapponese. Eleganza e compostezza traspaiono da ogni gesto: nel rito di svestizione e vestizione della sposa, nelle messe in posa per la foto di gruppo, nelle damigelle vestite tutte con lo stesso, raffinato, kimono. Like it!
Rinunciamo a imbucarci al banchetto e mangiamo fuori per proseguire il giro in Takeshita street, stradina molto giovane, turistica e fitta di negozi e negozietti. Una sorta di Otranto ad Agosto ma in versione kitch. Anche qui si spreca l’abbigliamento”originale” e l’oggettistica più strana. Entro in un negozio per animali e chiedo quella parrucca per trasformare il gatto in leone, vista sul web. La minchiata delle minchiate. Ma la commessa capisce all’istante e si scusa perché non ce l’ha. Se al mondo esiste una cosa stupidissima, loro ce l’hanno o l’hanno inventata.
Riprendiamo la metro, solo una fermata e mi aspetta una sorpresa, anzi due. A Shibuya, davanti alla stazione, c’è la statua dedicata al cane Hachiko, la cui commovente e dolcissima storia ha ispirato il film con Richard Gere, con cui milioni di persone (me compresa) si sono distrutte di pianti. Un monumento eretto a memoria di un amore incondizionato ed eterno. Una grande emozione vederlo dal vivo.
Mentre facciamo un giro per le strade del quartiere, abbastanza commerciale, mi viene in mente che forse ci potrei trovare un neko cafè, uno dei famosi bar di Tokyo in cui degustare the o tisane, circondati da gatti che ti gironzolano tra i piedi. Rizzo si collega subito col suo wi fi e ne trova uno vicinissimo. Non mi sembra vero. Un sogno che si realizza, a soli 3 minuti di cammino. Il posto è diversissimo da come lo avevo immaginato, forse elaborando il ricordo di qualche foto vista in rete. È un posto accogliente, delizioso e pulitissimo, con regole abbastanza rigide per non stressare i pelosetti (niente di strano, per me che dormo in posizione assurde pur di non disturbare i miei). Sui divanetti color pastello mi riscaldo con un confortante the alla cannella e intanto faccio qualche foto e tante carezze ai meravigliosi mici che un po’ dormono e un po’ si avvicinano, sempre con quel meraviglioso atteggiamento regale di superiorità, proprio dei piccoli felini, che non smetterà mai di incantarmi.
È già sera ma ci aspetta un’altra tappa ancora: la Sky Tree, che con i suoi 634 metri è l’edificio più alto della città. Prima della sua costruzione, era in funzione la Tokyo Tower, una torre di trasmissione di poco più di 300 metri di altezza, il cui segnale era ostacolato dalla presenza degli altri grattacieli. Sono stanchissima ma il panorama mozzafiato vale quest’ultimo sforzo. Dall’altezza di 350 metri, che raggiungiamo con un ascensore supersonico, il nostro sguardo abbraccia la vista spettacolare di una città viva e illuminata, che riusciamo a percepire in ogni dettaglio.

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16 ottobre. Nikko. Stamattina risveglio con un inquietante whatsapp di Rizzo. “A Tokyo piove oggi e domani, a Nikko solo domani”. Bollettino meteo degno di mia madre. Vorrei rispondergli “Stica” ma lui incalza con un “Andiamo oggi a Nikko invece che domani?” Panico. Stavo già dando un’occhiata agli onsen in zona in previsione di una rilassante mattinata al centro termale che mi facesse riprendere dalla stanchezza e dal mal di testa del giorno prima, ma niente, il tempo di fare colazione e informarci alla reception sui mezzi, alle 11 siamo già seduti sul treno che in due ore ci porterà a Nikko.
Il treno è la mia passione. Evoca in me memorie perdute del mio periodo di pendolare sulla tratta Catanzaro-Reggio Calabria, mi riserva il privilegio di un osservatorio in movimento su paesaggi che si susseguono come metafora eraclitea del panta rei e, soprattutto, mi permette di dedicarmi a uno dei miei hobby preferiti: ascoltare i discorsi degli altri. Peccato che, in questa precisa circostanza, la comprensione mi risulti un tantino difficoltosa. Mi limito quindi all’osservazione dal finestrino che, nonostante un cielo grigio, mi offre lo spettacolo di basse casette dai tetti spioventi e sconfinate distese di verde.
Troviamo una giornata abbastanza fredda e uggiosa (per fortuna mi sono portata il mio gubbino di pile ribattezzato “la pecora” e il mio k-way), che comunque non ci impedisce di godere della bellezza e del fascino della parte antica di questa cittadina. Tra santuari, dragoni, templi e il verde una natura incontaminata e magnificente è custodita l’anima più profonda e misteriosa del Giappone, quella che incuriosisce ed affascina per restare nel cuore.
Purtroppo non riusciamo a visitare tutti i templi perché alcuni sono in ristrutturazione ma ci troviamo ad assistere alla rappresentazione di una sorta di palio con gli arcieri a cavallo vestiti con costumi tipici. Dopo il giro nel percorso indicato raggiungiamo a piedi un altro posto tutto da ammirare: il ponte sacro (sacre bridge): un ponticello rosso incastonato tra il verde delle montagne e il blu di un acqua limpidissima che si infrange su una superficie rocciosa. Una delle istantanee più belle.
Durante il viaggio di ritorno, Rizzo si esibisce nel suo consueto repertorio di “chithammorto” e altri, irripetibili, epiteti rivolti a una signora, rea di avere occupato il posto vicino al suo. Peccato non si sia accorto che i posti di fronte a noi sono occupati due ragazze italiane, per giunta nordiche, di cui capto i commenti poco lusinghieri. Sto per sprofondare dalla vergogna. Almeno la presenza a bordo delle due connazionali mi dà la possibilità di dedicarmi alla mia attività di “ascolto passivo”, scoprendo interessanti dettagli della loro vacanza.
Arrivati a Tokyo troviamo ad accoglierci una fitta pioggia, che ci costringe a cenare al ristorante adiacente l’albergo. Indiano, per la mia gioia.

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17 ottobre La magia del Giappone. Tempo incerto anche stamattina. Nel dubbio, mi equipaggio bene. “Addirittura pecora piú k-way? Senza nessuna pietà! ” é il caloroso saluto mattutino di Mauro, quando mi incontra nella hall. “Sono stata male, non voglio rischiare di prendere freddo”
Mentre cammino mi rendo conto che la mia scelta è stata un po’ esagerata. Mi sa che devo dargli ragione. Fa caldissimo e devo spogliarmi della pecora e caricarmela in braccio. Per portarla in giro vorrei proprio uno di quei passeggini per i cani.
La mattina è dedicata alla botanica. Andiamo a visitare i giardini di Furukawa e Rikugi en. Uno spettacolo. Tra ponti, piccole cascate, laghetti, ruscelli e una vegetazione rigogliosa, tenuta alla perfezione si ha il desiderio di perdersi e non attraversare più il cancello che riporta alla realtà. Una sorta di dimensione parallela in cui ogni tormento è immediatamente alleviato, dove il contatto con l’immensità e la potenza della natura fa sembrare insignificante qualsiasi altra cosa.
Faccio tante foto ma nessuna rende giustizia a questo incanto. Sí, é vero, non sono proprio Helmut Newton ma neanche la camera di un iphone potrá mai catturare l’intensità che arriva agli occhi e l’armonia che questo posto rimanda fino a pervaderti l’animo l’anima.
É pomeriggio inoltrato, ma Rizzo vuole fare la solita visita dell’ultima ora: il palazzo dell’Imperatore. Lo seguo, come sempre senza troppa convinzione e con molta stanchezza, ma anche stavolta devo dargli atto che queste scelte in zona Cesarini si rivelano sempre sorprendenti e giuste. Il palazzo è chiuso, già lo sapevamo, apre in giorni prestabiliti, ma l’esterno è meraviglioso e al tramonto si anima di un suggestivo gioco di luci, con i grattacieli di fronte che si specchiano nell’acqua che lo circonda e lo protegge.
La tappa finale di questa giornata la decido io: onsen. Con la solita ricerca su internet ne trovo uno a pochi isolati dall’albergo, che accetta anche i tatuaggi.
Sono pronta a immergermi nelle vasche di acqua termale ma soprattutto in uno dei riti più consolidati della cultura giapponese.
In realtà questo più che un onsen è un sento. Gli onsen sono l’equivalente delle nostre terme: il Giappone è un paese con un’alta attività sismica e vulcanica, ciò ha fatto si che si formassero moltissime fonti di acqua termale (calda) che vengono utilizzate. Gli onsen più caratteristici hanno un’ambientazione raffinata e spettacolare, spesso con piscine all’aperto. I sento sono praticamente dei bagni pubblici, che utilizzano acqua normale riscaldata. Hanno avuto la loro massima diffusione quando non tutti potevano permettersi di avere il bagno a casa. Adesso, credo sia rimasto il significato di momento di aggregazione e intimità, o di relax.
Uomini e donne sono separati e non è ammesso indossare un costume per coprirsi. Trovo molte donne, anche anziane. Nessuna è a disagio nel mostrare il proprio corpo senza veli. Si lavano una con l’altra con spugna e sapone e le operazioni durano tantissimo. Io mi metto col mio sgabello e la mia bacinella vicino a una signora e inizio a lavarmi prima di entrare in vasca. In realtà ho già fatto la doccia prima di uscire, ma guardando la mia vicina strofinarsi come se non vedesse acqua e sapone dalla seconda guerra mondiale, indugio anch’io. Non vorrei pensassero che agli occidentali non piace l’acqua. Poi passo all’immersione nella vasca dell’acqua calda, in quella più tipieda e infine ai 15 gradi rigeneranti dell’acqua fredda. Sedute ai bordi della vasca, alcune ragazze chiacchierano, con disinvoltura e senza imbarazzo alcuno, come potremmo fare noi davanti a un caffè. Ovviamente le osservo: neanche un filo di cellulite. La genetica è stata molto generosa con le asiatiche: non solo i capelli lisci e la pelle perfetta, pure la magrezza, nonostante carboidrati e fritture che ingurgitano a qualsiasi ora del giorno e della notte con tanti saluti al ritmo circadiano del metabolismo.
Trovarmi tra tutte quelle donne di età diversa, in uno spicchio di mondo tutto loro, nel contesto di un’attività che per me è solo un’attrazione turistica ma per loro è una consuetudine mi ha fatto un certo effetto: come se attraversando quella porta a vetri, fossi entrata per due ore dentro al loro mondo.
Esco rigenerata e e carica di entusiasmo e trovo Rizzo che invece mi sta per svenire! Mentre facciamo ritorno in albergo troviamo una signora riversa a terra. É caduta mentre camminava e ha riportato un trauma cranico. A terra c’è del sangue.
Nonostante il mio aiuto sia relativo, improvviso un’anamnesi con una passante che parla inglese e formulo una mezza diagnosi nell’attesa dell’ambulanza. Quando arrivano i soccorsi, che credo siano solo paramedici, la caricano sulla barella direttamente da terra e la portano via. Spero che la portino in un ospedale dove funziona la TC e ci sia la Neurochirurgia. Ah già, siamo a Tokyo, non a Galatina.

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18 Ottobre. Seoul, il ritorno. In due settimane non ho mai sbagliato a mettere una sveglia. Statisticamente l’errore era previsto. E ovviamente avviene il giorno in cui alle 6 abbiamo il taxi per l’aeroporto. Mentre sto beatamente tra le braccia di Morfeo sento bussare alla mia porta. É Rizzo che è venuto a vedere che fine abbia fatto. “Ma che ore sono?” “Le 6 meno 10” “Cosaaaaa???” Panico, imprecazioni, lavaggio di faccia e di denti (dovesse cascare il mondo), chiusura valigia, ansia di aver lasciato qualcosa e sono pronta.
Sull’areo Rizzo fa una scoperta: i finestrini non hanno la tendina che si abbassa ma sono dotati di un pulsante che li rende oscuranti, con una gradazione a scelta. É definitivamente impazzito. Dal “Questi sono pazzi” è passato direttamente al “Ma questi sono avanti! Sono avantissimo!” e non smette di smanettare col pulsante del mio finestrino che a me non fa lo stesso effetto, anzi, mi inquieta un po’.
Scendo il mio megazaino dal bagagliaio e Mauro rincara la sua dose di odio verso l’ovino: “Ma la pecora non potevi lasciarla là?” “Ma scherzi? Mi sono affezionata. E poi la pecora la sera ci vuole”.
In realtà sono tempi duri per la pecora. In un paio di giorni il clima è drasticamente cambiato e la mattina si sta tranquillamente a maniche corte. Stavolta abbiamo l’albergo dall’altro lato del fiume, nella parte di Seoul più viva. A piedi possiamo comodamente raggiungere un posto che ormai chiamiamo “i Navigli”. Un canale che si estende per cinque chilometri, deputato al convoglio e allo scolo delle acque piovane, sulle cui “sponde” si può passeggiare tra le installazioni e i murales, col sottofondo di una piacevole musica in filodiffusione. Mentre la parte iniziale è molto ben curata e somiglia alla “Darsena” milanese, man mano che andiamo avanti, la vegetazione è più incolta, lo spazio per camminare si restringe, le case intorno diventano più fatiscenti e iniziamo a vedere compagni di passeggio non proprio graditi. Sorci. Prendiamo le prime scale per scappare via.
Cena nel quartiere universitario Hangjuk, in un all you can eat, dove siamo capaci pure di mangiare uno spicchio di pizza (pizza?) ovviamente surgelata.

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19 Ottobre. Si torna a casa. Giornata lunghissima. Abbiamo l’aereo a mezzanotte quindi approfittiamo di quest’ultima giornata in terra coreana per fare un giro nelle vicinanze. Proprio dietro l’albergo c’è il Namdaemun Market, il mercato che avevamo visto la scorsa volta e che oggi mi fa un’impressione migliore e più interessante. Notiamo anche dei singolari broker che ci erano sfuggiti nella nostra prima visita. Sono donne anziane che svolgono l’attività di cambio valuta. Il loro ufficio è un banchetto con uno sgabellino, una calcolatrice e una cassettina. “Sono cattivissime” dice Mauro “se no non potrebbero stare in mezzo al mercato con tutto quel contante”. In effetti non hanno un’aspetto rassicurante, da “gnura” della porta accanto, ecco. Ma sono la nostra unica possibilità per liberarci di tutte quelle monetine in yen che gli uffici di cambio “convenzionali” non accettano. La signora a cui ci rivolgiamo noi ha pure una specie di segretaria, più giovane, che per sbaglio mi dà più banconote in cambio delle mie monetine. Poco manca che la “vecchia” meni lei e pure me che le sto intascando.
Dopo un po’ siamo un po’ stanchi di girare a vuoto, quindi alle sette lasciamo la hall dell’albergo dove ci siamo accampati e prendiamo la metro per l’aeroporto. Accanto a me è seduto uno studente, credo studi finanza o roba del genere, fa esercizi sul suo quaderno con la calcolatrice a fianco. Penso che anche in Italia un altro ragazzo sta studiando le stesse cose, in una lingua diversa, che anche lui prenderà la sua laurea, lavorerà in una banca (forse) e che magari non si incontreranno mai. E ho la sensazione di aver fatto un salto in una dimensione parallela. Lo osservo per tutto il tempo persa in queste mie considerazioni. Quando si alza per scendere dico a Mauro: “No, mi dispiace che se ne va, mi stavo affezionando!” e lui, che ormai conosce il mio inguaribile e irrazionale lato romantico: “Già immaginavi di trasferirti a Seoul per lui!” “Ah ah! Sì!”
Il volo di ritorno è pessimo. Tante, troppe turbolenze con relativo annuncio ogni due minuti e quando, finalmente, riesco a prendere sonno il mio vicino di posto caccia un urlo di terrore che sveglia e inquieta tutto l’aereo. Forse un incubo. Poverino, sì, ma uno dei “Chithammorto” di Rizzo ci sarebbe stato benissimo. La scena da Final Destination mi lascia un’angoscia assurda.
Le ansie non sono finite qui però. Uno dei tormentoni di questo viaggio è stato il “Ti stai avvolgendo”. Abbiamo scoperto che nel vocabolario di Mauro il termine “avvolgersi” equivale a “farsi prendere dall’ansia”, “entrare in panico”, “andare in sbattimento”. Come mi avvolgo io, nessuno. Specialmente se all’aeroporto di Istanbul scopro che nei sedili dove siamo seduti c’è uno zaino incustodito. C’è anche un tizio che ha, evidentemente, il mio stesso grado di avvolgimento, anche se non lo fa notare. Si avvolge con nonchalance, e avvolgendosi avvolgendosi va ad avvisare il personale dello strano fatto. Io, che ho capito le sue intenzioni, mi avvicino e gli chiedo. Lui, con sorriso complice (tra noi paranoici ci capiamo al volo), mi dice che hanno avvisato la polizia. Bene. Si sbrigassero ad arrivare, ora.
Finchè non salgo sull’aereo la mia mente immagina scenari apocalittici.
“Stai avvolta peggio di una cassetta in modalità rewind”
“Scusa se siamo in Turchia e sono seduta vicino a un possibile ordigno”.

Non sapremo mai cosa c’era in quello zaino, se una bomba o i souvenir di un deficiente distratto (chilhammorto anche a lui, se lo merita tutto). So però cosa c’è nel mio. La pecora, e non solo. Il ricordo di un posto affascinante, strano e lontano nella sua diversità, una nuova amicizia, un’idea di vita amplificata e dilatata, l’inesauribile voglia di scoperta.
Perché, in ogni caso, la vita rimane sempre il viaggio più bello e, un po’ come nella metro di Seoul, confonde sempre le fermate.

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2 risposte a "Corea del Sud e Giappone (Ottobre 2015)"

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