VIETNAM E THAILANDIA (Settembre 2014)

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Quando si sceglie di partire insieme a persone conosciute da poco verso una meta così “particolare” è sempre un rischio, ma se non si corre il rischio di avventurarsi nei sentieri del confronto con ciò che è diverso da sè si resta sempre immobili e impantanati nelle paludi delle proprie paure e dei propri limiti senza mai scoprire il gusto di superarli e la gioia di vivere nuove esperienze.
Questo è il racconto di un viaggio doppio: il viaggio tra i paesaggi le usanze e le contraddizioni di questo affascinante Paese e un viaggio alla scoperta di una nuova amicizia, tra risate, condivisione e accese discussioni.
1 Settembre. Inizia la nostra avventura. Partiamo da Fiumicino, dopo una notte passata in una bettola romana, carichi di entusiasmo, Autan tropical e Amuchina e giá dal volo iniziano a delinearsi le nostre personalità e i nostri ruoli: Mauro è la mente organizzativa, io la parte previdente e ansiogena ed Emanuela la parte creativa (leggi casinista). Sull’aereo della Qatar le hostess, con la loro imbarazzante bellezza esotica, ci propiaano cibo senza tregua e l’idea illusoria che avremmo perso qualche kilo facendo la fame si dissolve all’istante. Breve scalo a Doha e poi si riparte per Bangkok.

2 settembre Arriviamo nella capitale della Thailandia con addosso un’ora di sonno totale tra i due voli, e dopo aver ottenuto il visto prendiamo un taxi per l’albergo. La scena a cui assistiamo nelle 2 ore seguenti è la prima di tante scene comiche che vivremo e sicuramente la più inverosimile. Il simpatico tassista non ci rivolge mai la parola, durante tutto il viaggio usa una mano per guidare mentre con l’altra è costantemente impegnato a wazzappare, controllare facebook, rispondere a chiamate annunciate da improbabili suonerie. Dopo un po’ inizia anche ad avere accessi di espettorazione e al quinto lancio di escreato dal finestrino Mauro ha diagnosticato una TBC, Emanuela un disturbo da conversione e io una faringite da reflusso (che è sempre di moda). Mentre il tizio ci guarda con sguardo truce dallo specchietto retrovisore trattenere le risate diventa un’ardua impresa e quando arriviamo ci sembra un miracolo che non ci abbia sgozzati, buttati dal taxi o fatti arrestare.
Appena scesi dall’auto veniamo investiti dal caratteristico nauseabondo odore di Bangkok che mi perseguiterá per due giorni. Visto che “ti fai 12 ore di volo e vieni a dormire?” decidiamo di fare una doccia e uscire subito per visitare un po’ la cittá. Prendiamo il caratteristico tuc tuc e tra un giro e l’altro inaliamo gas tossici, visitiamo luoghi di culto buddhista, facciamo una sosta “forzata” in una gioielleria “convenzionata” con i conducenti del tuc tuc. Lá trascorriamo una interminabile imbarazzantissima mezzora in cui dobbiamo fingere di interessarci alla loro mercanzia mentre le commesse non ci mollano un attimo. In serata cena e passeggiata a Kaho San Road, la strada delle bancarelle, dei locali e della movida. E della puzza.
Andiamo a dormire presto cavalcando egregiamente il jet lag ma la nostra notte è allietata da qualcuno che cavalca con ben altri ritmi. E più del crescendo della focosa coppia mi tiene sveglia il crescendo dei commenti di Emanuela.
“Ma questi veramente fanno?”
“No non ci credo stanno fuori dalla stanza”
“No ma poi lei sta fingendo non è possibile, manco un film porno”
…..(pausa)….
“Va be che ti aspetti nella patria del kamasutra?”
“Secondo me si sono conosciuti stasera, si capisce dalla risatina scema di lei”
(altra pausa)
“Comunque sicuro è una prostituta.”
(Amen. Va bene Manu ora dormiamo che tra due ore abbiamo la sveglia.)

3 settembre. Avevamo la sveglia. In realtá questo è il primo giorno di una lunga serie di sveglie mancate. Inizio col puntare la sveglia sul cellulare con l’orario italiano. Sveglia puntata alle 6.00 per partire alle 7, sveglia fortunosa alle 6.40. Concitati preparativi conditi da imprecazioni e riusciamo anche a fare colazione al volo e a prendere la navetta che ci porterá a fare un mini tour tra floating market e tiger temple. Io sono emozionatissima all’idea di vedere le tigri ma una volta arrivata lì capisco che la riserva naturale è un po’ diversa da quella che Mauro aveva visitato nel nord della Thailandia: qui le tigri sono legate e i volontari ci permettono di avvicinarci uno per volta per accarezzarle velocemente e fare una foto. È comunque un’esperienza magnifica vedere da vicino questi felini maestosi e bellissimi.
Durante i diversi e lunghissimi spostamenti sul minibus ci addormentiamo come se non avessimo mai dormito in vita nostra. Eppure siamo abituati alle notti in piedi e alle ore di sonno perse ma rimaniamo vittime di uno stranissimo fenomeno “on-off” per cui nello stesso istante in cui poggiamo la testa sullo schienale cadiamo in catalessi.
La nausea continua ad attanagliarmi e mi fa stare di malumore, mi sento come all’Isola dei Famosi e Mauro , che vuole mandarmi in nomination, per consolarmi mi dice che anche in Vietnam sará pieno di quegli odiosi e fetidi bancarielli.
In serata continua la disquisizione sulle relazioni tra uomo e donna e sull’amore ai tempi di whatsapp iniziata giá la sera prima del volo. Emanuela, forte dell’evidenza che ormai la parola chiave dei rapporti moderni sia i-n-c-o-m-u-n-i-c-a-b-i-l-i-t-á, decreta con convinzione che la soluzione è l’uomo straniero. In fondo ha ragione: incomunicabilitá per incomunicabilitá se riesci a spiegare alla cameriera dell’albergo che ti deve svuotare “the cestin”, puoi pure fare un minimo sindacale di interazione con uno spagnolo o un australiano.

4 Settembre. Finalmente si parte per il Vietnam. Inizia il “vero” viaggio. Oggi riesco a puntare la sveglia precisa ma la spengo e mi riaddormento (per fortuna Mauro che non si fida di me ci sveglia al telefono). Il primo impatto con questo Paese è un po’ duro. Nell’aeroporto di Hanoi il personale addetto al controllo dei passaporti e al rilascio del visto ha una inquietante divisa militaresca ed appare un po’ incazzoso. Mentre siamo in fila iniziamo a temere che non ci faranno entrare per qualche strano paranoico motivo (“mo vedono il visto della Cina e si incazzano, quelli non si possono cecare che sai, “va bè dai se hanno fatto entrare quei due rasta fanno entrare pure noi”, “scordatevi che io torno a Bangkok”). Ovviamente le nostre paranoie sono inutili come tutte le paranoie e dopo un po’ siamo a bordo del taxi che ci porterá nel nostro albergo, dove ad attenderci c’è un personale gentilissimo e delizioso. C’è anche Bruce, addetto alla reception “brutto come la morte magro come un chiodo e pure rincoglionito” che però mi fa tenerezza perchè “lo sapete che ho un debole per gli sfigati e per i marfanoidi”
Hanoi, capitale del Vietnam, racchiude perfettamente in sè i contrasti di questo paese: da un lato ci sono gli alberghi a quattro stelle, i grandi centri commerciali, le migliaia di motorini che si riversano nelle strade come cavallette, e dall’altra la povertá estrema e le condizioni igieniche pessime. Penso che il vero “street food” sia qui e non nei cartocci venduti sulle bancarelle fighe delle nostre cittá. Qui la gente mangia e cucina per strada, per terra, a qualsiasi ora e in qualsiasi angolo, da tazze con brodaglie in cui galleggiano noodles cotti e scaldati su pentoloni di fortuna e carne di dubbia provenienza cucinata su piastre e fornelli ambulanti.
Il caldo è soffocante e insopportabile, e il momento della doccia serale diventerá uno dei più attesi. Siamo sconvolti dalla quantitá di motorini: tantissimi, la guida ci dice 2.5 milioni per 6 milioni di abitanti, che vengono preferiti alle auto per il traffico intenso e la mancanza di mezzi pubblici efficienti. Sono tanti e sfrecciano senza criterio (almeno secondo i nostri) e senza regole. Più volte ci troviamo a piedi impanicati in ingorghi rischiando di essere messi sotto senza capire come fare ad attraversare un incrocio. Emanuela le chiama le “formiche” e infatti quello sembrano viste da lontano. Tenta anche di scacciarle a colpi di ventaglio mentre tentiamo di trovare un varco per passare. E poi ci fanno una certa impressione le donne su due ruote coperte con giubbini tipo “Diabolik” , mascherine e guanti per non essere colpite nemmeno da un raggio di sole. Noi che al sole ci stendiamo come lucertole e noi che con short e canotta siamo fradici di sudore.
Ci troviamo anche nel pieno di una festa caratteristica, la festa di mezzo autunno, tra luci colorate, bancarelle e la solita confusione. Io ed Emanuela per entrare nel clima festaiolo compriamo quei cerchietti lampeggianti all’insegna della sobrietá: lei un grazioso cappellino e io le orecchie da coniglietta (va bè, io poi le cambio con una corona perchè Mauro dice che è più elegante). Emanuela, a cui nei giorni precedenti ho raccontato le drammatiche scene di mutismo dei miei primi appuntamenti e le mie disavventure sentimentali (e per questo sono stata ribattezzata Bridget Jones da Mauro) non si capacita del fatto che io possa avere la disinvoltura per camminare con un paio di orecchie da Playboy in testa ed essere così introversa in altre circostanze. Mi associo ai suoi dubbi senza stare a troppo a scomodare Freud per trovare una risposta.

5 Settembre. La sveglia oggi è puntata sull’orario giusto e sul giorno sbagliato ma riusciamo ad alzarci lo stesso. Facciamo un po’ i turisti in giro per la cittá per visitare i luoghi segnalati dalla nostra guida cartacea. Cerchiamo di sopravvivere al caldo e a pranzo ci buttiamo in un “all you can eat” giapponese. Ci sfondiamo di sushi con gioia. Dopo giorni di spezie, brodaglie e fritture le ciotoline che scorrono sul nastro ci sembrano italiane come un piatto di maccheroni.
Iniziamo a impazzire coi soldi. Tra euro, bath, dollari e dong non ci capiamo più niente. Inoltre il dong, la moneta locale, è una singolare valuta a quattro e cinque zeri e 100000 dong corrispondono a 3 euro circa, cosa che ci fa sentire dei Rockfeller o dei giocatori di Monopoli pronti per l’acquisto di Parco della Vittoria.
Sviluppiamo anche una forma di tirchieria estrema perchè un conto è cacciare dal portafogli una moneta da 2 euro un’altra storia è dare via un pezzo da 100000 soldi

6 Settembre. Gita alla Pagoda dei profumi. (Per la cronaca stavolta indovino ora e giorno della sveglia ma dimentico di attivarla) Così chiamata dalla gente che la costruì per il piacevole odore che avvertiva durante i lavori, rappresenta uno dei luoghi di culto buddista più suggestivi e magici. È collocata all’interno di una grotta, secondo i dettami del feng shui, e immersa in una spettacolare vegetazione. Per raggiungerla abbiamo dovuto attraversare il fiume Yen in canoa con i nostri “cappelli della vergogna” in testa per ripararci dal sole cocente. Durante il viaggio la nostra imbarcazione perde un pezzo ma la Carontessa prontamente si ferma sulla riva e va “boschi boschi” a cercare un legno adatto per ripristinare il pezzo mancante. Ci sembra una scena surreale, ma poi penso a quante volte durante i miei viaggi da pendolare sulla ferrovia jonica ho assistito a scene non troppo dissimili da questa.
Arrivati sulla riva opposta ci aspetta una bella camminata in salita che per fortuna viene alleggerita da un tratto in funivia. Lungo la salita tra le solite bancarelle di souvenir, talismani e vettovaglie per i turisti tocchiamo con mano il degrado e l’arretratezza che si manifestano nel modo in cui questa gente tratta gli animali. Vediamo cani stretti in gabbie piccolissime, una scimmietta legata ammaestrata a pregare, scoiattoli chiusi in una rete (la guida purtroppo ci conferma i nostri dubbio riguardo alla destinazione di questi piccoli animaletti) e noi, che adoriamo gli animali, ne rimaniamo profondamente turbati.
Una volta entrati nella grotta ci sorprende un giovane autoctono che vuole farsi scattare una foto con noi. La guida ci spiega che probabilmente siamo i primi occidentali che vede. Ci sembra una motivazione plausibile: accaldati e conciati come stiamo, il ragazzo non ci avrà voluto immortalare per la nostra particolare avvenenza o per il nostro fashion style.
Al ritorno siamo così stanchi che pensiamo che quel cammino è l’ espiazione del nostro karma e che quando torneremo anche essere chiamati alle tre di notte per cazzate ci sembrerá più sopportabile.

7 Settembre. Partenza per Halong Bay. Per raggiungere una tra le 7 meraviglie naturali del mondo facciamo 3 ore a bordo del solito minibus. Ci imbarchiamo verso l’una e a bordo ci aspetta il pranzo di benvenuto. Sulla barca siamo in 12: noi, una coppia australiana (il coglione con la barba e la zita), una coppia di inglesi (il chiattone e la chiattona), una famiglia di russi carinissima (il padre sosia di Japino, la madre fan dei Ricchi e Poveri e di Celentano, e i due figli teen agers) e un francese che ha la sventura di capitare al tavolo con noi e che (per fortuna) non capisce niente di quello che diciamo, soprattutto del nostro inglese (dove per nostro intendo ovviamente mio e di Emanuela). Sul suo vissuto scateniamo la nostra fantasia. Secondo me è vedovo e sta facendo un viaggio per riprendersi, Emanuela concorda ma tiene anche l’opzione separato, Mauro sbirciando il telefono col suo occhio bionico vede la foto di un bambino e postula l’ipotesi poco credibile che abbia una moglie a terra che magari soffre il mal di mare. Il tutto davanti al pover’uomo ignaro delle nostre congetture sulla sua persona.
Dopo pranzo visita a una meravigliosa grotta fatta di rocce carsiche che si estende per un lungo tratto, dove con l’immaginazione si possono intravedere i simboli più importanti della tradizione buddhista. Dopo questa passeggiata sotterranea si riparte alla volta di una spiaggetta per fare il bagno. Il nostro entusiasmo viene peró immediatamente sedato alla vista della spazzatura galleggiante sulla superficie del mare. Mauro si lamenta con la guida e gli mostra le foto del Salento per fargli capire i nostri standard, concordiamo tutti sul “no, ma chi se lo fa il bagno qua? Guarda questi” e poi coerentemente con la nostra incoerenza, stretti tra il caldo e l’alternativa rappresentata da un’altra salita, troviamo un posticino più pulito (o meno zozzoso) e facciamo il bagno anche noi.

Il tramonto ad Halong Bay è una esperienza magica e irripetibile: a bordo dell’ imbarcazione che si muove lentamente tra gli isolotti vediamo il sole nascondersi e poi rispuntare tra le rocce mentre il cielo ed il mare si colorano di meravigliose sfumature di giallo e di rosa…amazing and unforgetable!
Dopo cena relax sul ponte a leggere, scrivere, contare le birre della chiattona britannica, raccontarci un po’ di noi. Nonostante il wi-fi sia uno strumento fantastico che ti permette di restare in contatto con amici e famiglia alla fine ti dà la sensazione di non staccare mai e ti toglie il piacere di sentirti isolato e lontano dalle solite abitudini. Per questo le 24 ore sulla nave rappresentano un’occasione unica di relax a contatto con la bellezza della natura. Natura che qui, per quanto è bella e potente esprime la sua forza e manifesta la sua presenza non solo con meravigliosi tramonti ma anche con inaspettate intemperie. Verso le 2 di notte veniamo infatti svegliate da alcune luci e quando a queste fanno seguito gli inconfondibili rumori dei tuoni e della pioggia scrosciante ci rendiamo conto di essere nel pieno di un uragano, e in mezzo al mare. Sbirciando tra le tendine mi trovo davanti ad una scena da film: il buio illuminato dai lampi e da qualche luce delle altre navi e la pioggia che cade a dirotto sulla oscura distesa del mare. Per quanto cerchiamo di rassicurarci dicendoci che il personale di bordo è abituato e che in fondo siamo poco lontane dal porto siamo morte di paure e aspettiamo la fine del temporale tra le preghiere di Emanuela e la mia sensazione che il giorno dopo mia madre avrebbe ricevuto mie notizie direttamente dalla Farnesina.

8 Settembre. Piove ancora su Halong Bay. Sebbene il temporale sia cessato continua una fitta pioggerellina che ci impedisce di godere dello spettacolo dell’ alba. Io mi sono prontamente alzata appena la luce del nuovo giorno ha fatto capolino tra le tende quasi a voler mettere fine definitivamente a quella notte di paura. Quando ci incontriamo sul ponte ci guardiamo e scoppiamo a ridere raccontandoci le reciproche impressioni e sensazioni. A colazione la guida ci spiega che c’è stato un tifone e che è passato ma che comunque rientreremo prima del previsto sulla terraferma.
Abbiamo smesso di fare selfie. Abbiamo due occhiaie che a confronto il panda sembra il testimonial di Estée Lauder, la pelle che grida vendetta per la frittura onnipresente, i capelli che ormai si sono fatti una vita propria e pure l’Herpes che non mi faceva visita da anni ha pensato di farmi un salutino. Mauro ha deciso di farmi una foto da affiggere sulla bacheca dell’ospedale per fare vedere come sono realmente dal vivo senza make up. Io consolo Emanuela spiegandole che questa è l’occasione per mostrare la nostra bellezza interiore.
Dopo colazione la fantastica esperienza del Kajak (la faccio solo io, loro restano a bordo, ormai posseduti dall’accidia). Fantastica perchè tra grotte, calette e vegetazione ti sembra di stare nell’Eden e perchè rappresenta per me un’ulteriore momento di crescita e superamento delle mie paranoie claustrofobiche.
Ci fanno pranzare praticamente alle 10 e vediamo i nostri commensali russi, inglesi e australiani ingurgitare senza ritegno tutte le pietanze fritte come se non mangiassero da giorni. La smilza inglese per tenersi leggera ordina una coca diet. “Eh certo” dice con il suo solito sarcasmo Mauro, impressionato dall’attitudine all’alcoolismo delle due coppie, “ieri sera si è menata in corpo più alcool di una distilleria e oggi si prende la coca D-I-E-T!”

Durante il viaggio di ritorno verso Hanoi chiediamo alla guida di fare una sosta aggiuntiva per assecondare le nostre necessità fisiologiche. In quella rudimentale e lurida toilette in mezzo al nulla progettata da ingegneri del paleolitico tocchiamo il fondo ed Emanuela inizia ad accusare i primi segni di crollo psicologico.
All’arrivo in albergo si accorge pure di non trovare il suo asciugacapelli.
“Mauro ho perso il phon, l’ho detto a questi -I lost the phon-”
“Phon è ‘o telefon”
“Ah per questo non lo trovavano” (Il nuovo tentativo con hair dryer produce invece un riscontro positivo)
Ore 20 pronti per andare a vedere lo spettacolo delle marionette sull’acqua. Usciamo dall’albergo col passo e lo spirito di “va be dai facciamolo contento andiamo a vedere sta cagata” e ci troviamo invece spettatori di una rappresentazione incantevole. I colori, le scenografie e le musiche orientali possiedono un fascino davvero unico. Queste marionette colorate (water puppets) volteggiano sull’acqua e sono manovrate con maestria attraverso un bastone (che rimane sott’acqua) da burattinai nascosti dietro le quinte. Davvero bravi.
Durante la cena e il dopocena mi fermo ad osservarci e a studiare gli equilibri su cui si fonda il rapporto che lega tre persone così diverse. Io e Mauro, pur trovandoci in disaccordo su parecchie cose, siamo per certi versi complementari: lui con l’attitudine a fare il principe e io con quella della geisha. Emanuela invece si ribella al ruolo di dama di compagnia per poi trovarsi in sintonia con lui quando si tratta di farsi un giro nel girone dei golosi.

9 settembre Mattinata libera e ci concediamo un rilassantissimo massaggio vietnamita prima di prendere il volo per Danang. All’arrivo ci aspetta la nostra guida che ci fa qualche domanda di cortesia e ci chiede come ci siamo trovati ad Hanoi, descrivendo la cittá da cui proveniamo come “noizy, crazy and dirty” (quindi non era un’impressione solo nostra)
A bordo dell’auto che ci porterá ad Hoian (cittadina turistica verso cui siamo diretti), iniziamo a prendere contezza del concetto di velocitá di queste zone. I kilometri che dobbiamo percorrere sono 30 (quelli che noi facciamo quotidianamente a 130 km/h per arrivare in orario a lavoro) con un tempo previsto di percorrenza di circa un’ora!
Arriviamo ad Hoian giusto in tempo per una doccia e per procacciarci del cibo (scoprendo che alle dieci di sera quasi tutti i ristoranti sono chiusi)

10 settembre. Sveglia early morning per non perdere l’abitudine. Oggi ci aspetta la visita guidata al sito archeologico di My Son. La guida ci dice che il sito dista 45 km che percorreremo in 90 minuti e considerata la velocitá di crociera tenuta dal nostro autista i conti ci tornano. Ci viene spiegato che dobbiamo mantenere questa velocitá (o questa lentezza) perchè sulla strada sono presenti diversi posti di blocco e che le multe rappresentano un modo per rimpolpare le casse delle amministrazioni locali (non succede lo stesso sulla nostra 106?)
My Son in vienamita significa “bella montagna”, appellativo pienamente meritato e la bellezza incantevole di questo luogo non lo smentisce.
Immersi in una fittissima vegetazione e circondati da montagne si trovano i resti dei templi induisti. Purtroppo è sopravvissuta solo una parte ai bombardamenti americani che hanno distrutto il Paese ma quelli che abbiamo la fortuna di vedere ci parlano di una antica civiltá il cui culto era dedicato principalmente alla divinitá Shiva, dea della procreazione, e infatti in tutti i tempi sono presenti le rapppresentazione di langh e yoni, il maschile e il femminile.
Fa caldissimo anche oggi sebbene sia molto meno umido. Io, che forse in una incarnazione precedente vivevo ai Tropici, ho una percezione e una sopportazione molto personale del caldo e ogni tanto me ne esco con affermazioni tipo “Ah qua fa fresco!” suscitando lo sgomento dei miei compagni di viaggio che si sventagliano a più non posso.
Tornati dalla gita ci facciamo accompagnare in una delle tante sartorie express per cui è famosa Hoi an e ci facciamo confezionare un Ao dài, il tipico abito vietnamita. Le sarte sono carinissime e in un attimo ci aiutano a scegliere le stoffe e a disegnare l’abito interpretando i nostri gusti e conciliandoli col nostro fisico. La “mia” sartina, che mi chiama Náá-t-lyy obietta a ogni mia proposta ricordandomi che sono “so small”.
È ancora presto e quindi abbiamo tutto il tempo per fare un salto in spiaggia e vedere finalmente il mare. Non ne rimaniamo particolarmente affascinate, odiamo entrambe la sabbia e l’acqua è caldissima, ma possiamo dire di aver fatto un bagno tropicale e poi finalmente abbiamo un momento di relax senza sveglie, senza corse e senza il nostro “imperatore”. Io faccio anche conquiste. Mi si avvicina un americano che mi chiede di controllare la sua roba mentre fa il bagno. Lo faccio con diligenza per tutto il tempo che lui resta in acqua a socializzare con una tipa (ecco poi vedi che sei “Bridget Jones”)
In serata la passeggiata nel centro storico di Hoi an, tra negozietti carinissimi ad ogni passo, templi dai colori sgargianti ed abitazioni tipiche mi fa innamorare di questa cittadina.
11 Settembre. Abbiamo una mattinata libera prima di partire alla volta di Hue. La passiamo girando in bici potendo ammirare ancora meglio con la luce del giorno la sorridente bellezza di Hoi An, prima di essere sorpresi per strada da un violento acquazzone. Al momento del check out in albergo sullo schermo della nostra vita insieme passa un’altra scena memorabile. La receptionist ci fa presente che dalla nostra stanza manca il sacchetto per la cartigienica. Ci guardiamo tutti per dire “Boh forse non c’era”, ma all’incalzante insistenza della gentile vietnamita vediamo le labbra di Emanuela incresparsi in una risatina soffocata, ci guardiamo increduli e capiamo. Mentre la signorina insiste nella ricerca di questo prezioso e indispensabile accessorio, comunicando con la cameriera al piano di sopra, Mauro prende in mano la situazione e con un abile stratagemma manda Emanuela in camera a far finta di trovare il sacchetto tra le asciugamani. La signorina ha il suo trofeo e noi ce ne andiamo a testa bassa prima di scoppiare a ridere.
In auto Emanuela spiega le ragioni del suo furto.
“Va bè si era rotta la pochette dei trucchi. Mi serviva. Ora sono tutti sfusi in borsa. Certo che sono proprio poveri”.

“Che c’entra la povertà! Quella era roba loro!”

Mauro l’intransigente non accetta la sua giustificazione e le sue tesi difensive esprimendo tutta la sua disapprovazione.
Per strada, nelle quasi quattro che impiegheremo per percorrere i 120 km che separano Hoi An da Hue rischiamo più volte di trovarci vis à vis con camion che dalla corsia opposta azzardano sorpassi senza curarsi delle auto che arrivano nell’altro senso di marcia. Dopo la prima mezzora di continui sussulti ed esclamazioni a ogni macchina che ci vediamo arrivare addosso Mauro ci proibisce i vari “Oh Gesù-mammamia-focumeu” .
Arrivati ad Hue impieghiamo mezzo minuto per mettere a soqquadro la nostra bellissima e confortevole stanza e decidiamo.subito di fare un bagno in piscina.
Va bè, piscina. Le buone intenzioni ci sono tutte ma è praticamente una vasca da bagno un po’ più grande con due lettini di conto sul bordo ma l’aspetto più atipico è che dal tetto dell’hotel, dove è collocata la piscina, la vista si affaccia su case fatiscenti e povere, in uno stridentissimo contrasto col lusso degli alberghi della zona.
Vediamo la cittá per la prima volta quando è avvolta dalle coloratissime luci lampeggianti e cangianti che illuminano alberghi, bar, ristoranti, ponti. Sul Parfum’s River, fiume che divide la cittá, spicca anche un curioso ristorante con la forma di fiore di loto illuminato da una luce viola. È il regno del kitch e Mauro è entusiasta come un bambino. Camminiamo per 3 km seguendo il nostro capo attraversando ponti colorati e strade poco illuminate della cittá vecchia tra grossi negozi di telefonia e noti franchising e spazzatura ammucchiata in vicoli frequentati da topi, per raggiungere un ristorante bramato da Mauro giá dall’Italia. In effetti il posto è molto carino ed elegante, si mangia bene e i piatti sono serviti con particolari decorazioni.
A questo punto occorre fare una digressione sul nostro rapporto col cibo. Incuranti dei “ma che mangerete?” e forti della nostra apertura per le sperimentazioni culinarie l’alimentazione non ha mai rappresentato un ostacolo durante questo viaggio. Ci siamo dati al giapponese, al thailandese, al cinese, al coreano, al vietnamita e all’ indiano (quest’ultimo so spicy per la veritá!) e a parte il primo impatto ad Hanoi con la gastronomia locale abbiamo imparato ad apprezzare la cucina vietnamita, soprattutto gli springrolls, ( involtini fritti di pasta di riso con all’interno vari ripieni), i pancakes (una specie di crêpes salate, naturalmente fritte), le zuppe di verdura e la frutta fresca.
Ci siamo adattati anche allo steamed rice, il “riso e niente” servito come contorno ma verso alcune cose abbiamo mantenuto una certa idiosincrasia (io per le salsine all’aglio, Emanuela per il lemon grass, erbetta aromatica al limone che i vietnamiti usano dovunque).

13 Settembre. Visita guidata tra le meraviglie della cittá imperiale dove, catapultati indietro nel tempo, ci troviamo immersi nello splendore di un’antica dinastia, tra gli appartamenti di re, mogli di re, concubine ed eunuchi. Lo sfarzo e la magnificenza ostentati in questa architettura sono qualcosa che, pur camminando sulla linea dell’eccesso, non smettono mai di incantare. Emanuela rimane sconvolta dalla grandezza di una costruzione monumentale eretta per accogliere le spoglie di un re. Una tomba insomma. Ma lo spazio occupato dalla tomba in sè rappresenta una minima parte di quello esterno ad esso, attraversato da una lunga scalinata e disseminato di statue, nicchie, splendidi affreschi e mosaici.
Al ritorno dalla visita, mentre chiacchieriamo in macchina con la nostra guida, sento lo squillo familiare di una suoneria.
“È come la mia sveglia”
“Vedi se è il tuo che suona”
“No no sará il suo uguale alla mia sveglia….. Non risponde…forse non è il suo…Va bè fammi guardare….”
Sono le 12.45 e il display del cellulare su cui lampeggia una sveglia puntata alle 7.45 (ovviamente ora italiana) non concede repliche.
Mauro mi guarda con un misto di disapprovazione e rassegnazione.
Il mio timido tentativo di difesa con un “Va bè è successo solo una volta” peggiora la mia situazione.
13 Settembre. In partenza per Ho chi min city (Saigon). Stamattina la sveglia è libera per la prima volta. Ormai stremate dal caldo e colte da attacchi di panico da shock termico durante l’attraversamento della porta dell’albergo, decidiamo di passare la mattinata in camera a rilassarci e a fare lezioni di make up.

“Mauro hai visto come mi ha truccato Natalia?”

“Sembri una drag queen pronta per lo spettacolo”

E poi rivolto a me: “Tu invece hai sempre la stessa faccia disperata ”

“Non mi sto truccando”

“Ah pensa che miracoli fa il trucco!”
Alle 13 siamo giá all’aeroporto di Hue. Chiamare aeroporto “chesta pista ciclabile” vuol dire conferirgli una dignitá che non gli appartiene. Piccolissimo, sporco, sprovvisto di aria condizionata con la gente buttata a terra tra gli scatoloni come bagagli. Per non farci mancare niente il nostro volo è pure in ritardo e durante le ore di attesa nel forno crematorio iniziamo a essere vittime di fenomeni dispercettivi ( “Vieni vieni qua mi pare di aver sentito una ventata di aria fresca”)
E’ l’ennesima giornata buttata sui sedili della sala d’attesa di un aeroporto.
Altro ritardo si accumula al ritardo e quando saliamo sul vecchissimo e malmesso transfer si materializzano le mie paure prepartenza riguardo agli spostamenti interni.
Il maltempo e le moltissime e forti turbolenze durante il volo sono la ciliegina sulla torta.

Arrivati ad Hoi Chi Min City abbiamo subito l’idea della megalopoli: molto diversa da tutte le città viste fino ad ora, molto occidentale e moderna con lussuosi alberghi e locali ad ogni angolo. Lasciamo i bagagli e ci incamminiamo alla ricerca di un posto dove mangiare (che è sempre il nostro primo pensiero) e lo troviamo in un carino ed economico ristorante giapponese. Praticamente il conto per tre è comunque più esiguo del conto a persona che ci avrebbero presentato in Italia. Iniziamo seriamente a prendere in considerazione, nell’ambito delle varie alternative alla vita in ospedale, un corso di cucina giapponese per aprirci un’attività. Dopo cena facciamo una breve passeggiata nei dintorni e ci troviamo in una specie di festival interculturale con stand gastronomici provenienti da diverse parti del mondo. Peccato aver già cenato!
> 14 Settembre. Stamattina scatta in me ed Emanuela la molla dell’indipendenza e dell’autonomia: decidiamo di fare un giro da sole per vedere un museo mentre Mauro vuole visitare l’ennesima pagoda. Per strada troviamo anche un mercatino e ovviamente ci infiliamo dentro e acquistiamo polveri cosmetiche sperando nel loro miracoloso effetto. Per strada, neanche se ci fossimo dati appuntamento incontriamo Mauro che, vittima della sua sfiducia nelle nostre capacità, subito insinua che abbiamo sbagliato strada. Lo sorprendiamo mostrandogli la mappa e dopo riprendiamo le nostre strade. Nel pomeriggio ci ritroviamo per andare a visitare un quartiere cinese dove pare sia possibile trovare spezie e prodotti della medicina tradizionale orientale. Forse sbagliamo strada o forse la nostra guida cartacea non è attendibile, ma dopo tanto camminare ci troviamo in una zona periferica “poco raccomandabile” e mentre la attraversiamo tra gente buttata sui marciapiedi e galline che svolazzano ci sentiamo addosso gli sguardi della gente che ci scruta come se fossimo marziani. Emanuela inizia ad avere percezioni negative, e al di là di quelle non è comunque prudente addentrarsi oltre, per cui decidiamo di tornare in albergo.
E’ la nostra ultima sera in Vietnam, siamo abbastanza stanchi ma il pensiero di tornare a lavorare ci farebbe fare altri km di camminata a piedi. Siamo anche più rilassati e affrontiamo questo mondo diverso con più leggerezza. Abbiamo smesso di vaporizzare complulsivamente Autan Tropical, non ci laviamo più i denti con l’acqua minerale, abbiamo superato il panico da cubetto di ghiaccio nelle bevande e non ci è venuta nessuna gastroenterite o malaria (con buona pace dei relativi periodi finestra). E proprio nel momento in cui sembra che tutto sia andato nel verso giusto accade l’imprevisto: mentre stiamo camminando per raggiungere il ristorante, vediamo Emanuela che, sbalordita e un po’ shockata, ci dice che qualcuno a bordo di un motorino è salito sul marciapiede e le ha strappato la borsetta che teneva al collo. Succede tutto in un attimo e lei se ne rende conto solo dopo. Per fortuna ha lasciato a casa il portafoglio con documenti e carte di credito (seguendo una sua sensazione negativa) e ha con sé solo il telefono e qualche spicciolo ,ma l’accaduto ci turba e ci rovina la serata. Ammiriamo ed apprezziamo comunque lo spirito positivo con cui la nostra compagna di viaggio affronta questa spiacevole esperienza, pensando che noi avremmo fatto sicuramente una tragedia. Dopo cena torniamo dritti dritti in albergo e per risollevare gli animi ci rilassiamo a bordo piscina mangiando biscotti, bevendo cocktail e ascoltando musica, immortalando gli ultimi attimi della nostra presenza vietnamita.

> 15 Settembre. Altra sveglia all’alba, altre valigie, altra partenza. Si ritorna a Bangkok. Arriviamo in hotel praticamente stremate e anche se vorremmo buttarci sul letto a dormire il programma per questa breve sosta prevede la visita al Palazzo Reale e al Tempio del Buddha di Smeraldo (ma perchè ce lo siamo scansato all’andata? Il destino è come un boomerang). Il sacrificio vale la pena: i mosaici dai colori staordinari, l’imponenza e quello stile che ad alcuni appare trash ma che non smette mai di incantarci. È una delle giornate più calde da quando siamo arrivati e stare alle tre di pomeriggio sotto il sole, coperte dalle caldissime camicie che ci fanno indossare per mantenere il decoro, è piuttosto pesante. Nel pomeriggio facciamo una visita a un grossissimo centro commerciale dove Emanuela può ricomprare il telefono e connettersi di nuovo col mondo. Io e Mauro invece dopo cena investiamo i nostri averi regalandoci un indelebile ricordo della vacanza. L’idea del tatuaggio era già in embrione da qualche mese, da quando mi ero innamorata del suo thailandese che ha sul braccio, e la gravidanza, scandita da un costante e periodico “allora hai scelto dove lo vuoi e che ti fai?”, stava per dare il suo frutto tra varie indecisioni e tentennamenti. Così, mentre Mauro mi assiste mentre alla veneranda età di 39 anni mi faccio stampare sulla pelle il mio primo tattoo (un portafortuna thai), lo nomino compare di tatuaggio.

16 Settembre. È ora di fare le valigie di nuovo. Stavolta per tornare a casa. È la nostra ultima colazione della vacanza e la consumiamo nella deliziosa cornice anni ’30 di questo piccolo albergo di Bangkok, modesto e spartano ma con un’atmosfera e un fascino che danno alla parola “accoglienza” la sua connotazione più autentica . La proprietaria, con le sue caratteristiche tuniche e il girello con cui si aiuta per camminare, è una presenza discreta e gentile, con un’innata eleganza. La piccola hall coi divanetti, un modesto bar, e una piccola libreria è l’angolo dove ritrovarsi per rigenerarci e tornare in sintonia con noi stessi. In uno di questi momenti-sosta troviamo anche una delle signore che stira, in una scena domestica che fa molto “casa” .

Per chiudere il cerchio della vacanza che era iniziata con l’incontro con lo strano tassista di Bangkok, lasciamo la città per andare in aeroporto a bordo di un taxi guidato anch’esso da uno strano personaggio (o forse sono proprio tutti così, se sono normali non danno loro la licenza). Questo ha dei violenti tic che lo portano ad annuire e negare compulsivamente con la testa (ci mettiamo un quarto d’ora per capire se vuole usare il tassametro, Si o NO?), e per non farsi mancare niente parla pure da solo. All’arrivo tenta anche di tenersi i soldi del resto del pedaggio ignaro del fatto che in furbizia il napoletano batte il thailandese.

Aeroporto di Bangkok. Momento di panico quando guardando il tabellone, senza accertarci prima del numero di volo, leggiamo che il nostro presunto volo è stato cancellato. Per fortuna è tutto regolare e possiamo procedere con le operazioni d’imbarco per riprendere il cammino verso casa e verso la nostra routine occidentale.

Il resto sono le altre 12 ore di volo fino a Fiumicino, il primo caffè vero e l’interminabile ed estenuante attesa per gli altri mezzi che ci riporteranno a casa.

Non possiamo neanche fare scene melodrammatiche al momento dei saluti perché tanto il giorno dopo ci vedremo in ospedale, catapultati nella vita di prima interrotta solo da una breve parentesi.

Quando disferemo i bagagli oltre alla biancheria da mettere nel Napisan e a bracciali e souvenir, troveremo ciò che abbiamo conservato col cuore e che abbiamo deciso di portare con noi. Saremo sempre noi, all’apparenza uguali con qualche bracciale in più al polso, ma un po’ più diversi perché tutti cambiamo attimo per attimo e perché esperienze come questa, di forte condivisione e pesanti da affrontare per molti versi, ti lasciano dentro qualcosa in più.

Mi mancheranno i frullati e i succhi, mi mancherà quella gentilezza e dedizione delle donne asiatiche, mi mancheranno

I menu da cui provare cose nuove, a volte sbagliando, mi mancherà quel senso di condivisione, confidenza e libertà.

E’ stata una vacanza ma anche una sfida per me e ne torno soddisfatta e vincitrice. Ringrazio col cuore Emanuela, compagna di stanza (o di stanze) che ha sopportato il mio disordine, e Mauro, la nostra guida, il nostro interprete, il nostro “capo” perché senza di lui questo racconto non sarebbe stato possibile!

Alla prossima!!!

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5 risposte a "VIETNAM E THAILANDIA (Settembre 2014)"

  1. Bellissima! Davvero un resoconto divertente e avvincente. La scena delle orecchie di Playboy però andava documentata con adeguata foto… ahaha Bravissima, mi è piaciuto dall’inizio alla fine. Ciao, Piero

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