amore

Io, te e la solitudine (deliri notturni in riva al mare)

E’ una di quelle serate di fine Agosto, quelle in cui i sogni lasciano il passo alla realtà, quelle in cui il gusto amaro delle aspettative e dei programmi disattesi si mescola a quello forte dell’entusiasmo e della determinazione per i nuovi progetti.
E’ la fine di un’estate dura, pesante. Pochissime uscite ritagliate tra un turno e l’altro, sprazzi di abbronzatura che vanno e vengono.
E’ passato il caldo infernale. Tornerà, dicono. Ma stasera la brezza marina che accarezza la pelle mi costringe ad indossare il mio immancabile e onnipresente giubbino di jeans.
Passeggiamo per questo lungomare affollato: la musica, la gente, i locali, le ragazze vestite in modo improponibile che fanno a gara per chi mostra più centimetri di pelle o sfoggia il trucco più vistoso. Attraversiamo un fiume umano che di umano ha ormai ben poco e, lasciandoci la confusione e l’allegria forzata dietro di noi, approdiamo a lidi più sintonici con la nostra malinconia del momento e con la nostra necessità di solitudine. Già, la solitudine. In fondo è lei che torna ciclicamente come protagonista dei nostri discorsi, delle nostre analisi, delle masochistiche esegesi delle nostre vite.
Si potrebbe parlare d’altro, su questi gradini davanti a un mare immobile, scuro e austero, nonostante le luci riflesse dalla costa?
Sarà l’effetto dell’alcool, sarà che sono stati giorni strani, sarà che la fine dell’estate è un po’ come la fine dell’anno e ti costringe a tirar fuori bilanci non richiesti.
Vuoi che dia la colpa al fattore C o alla psicodinamica? Vuoi delle risposte da scienziata o da cretina con in testa un cerchietto con le orecchie di gatto?
Di una cosa sono certa: non esistono le persone “portate”, come dici tu. Esistono persone incapaci di stare sole, questo sì. Persone che temono il letto vuoto, che non hanno mai vissuto neanche un giorno da single, che senza un uomo si sentirebbero perse. E allora, coma arma di sopravvivenza hanno solo questo: la seduzione e la conquista.
Ma esistono anche donne forti e indipendenti che non possono accontentarsi o farsi mettere i piedi in testa da chi non è in grado di apprezzarle.
Esistono coppie che sono bei pezzi da vetrina, di quelli che, quando li metti a fuoco con la luce giusta, ci trovi sopra un bel po’ di polvere.
Ci sono incontri giusti e incontri sbagliati e noi, chiaramente, ne abbiamo sbagliati troppi.
Ci sono persone che scappano e altre che inseguono.
Ci sono uomini che sanno leggerti negli occhi e altri che non sanno andare oltre le apparenze.
Ci sono rapporti che sono dipendenze e altre che sono condivisione.
E sì, ci sono persone fortunate. Molto. Perché l’amore è tutta una serie di combinazioni che, davvero, fai prima a trovare una delle tue mutazioni genetiche che incontrare un tipo mentalmente sano e senza attitudine alla fuga, che possa anche piacerti.
E la fortuna non è questione di età. E l’età non esiste, che sciocchezze dici quando blateri di certe cose, come se di anni ne avessi ottanta.
Io credo che, in fondo,  a nessuno piaccia veramente stare solo, al di là di ciò che si dice o manifesta, al di là del fatto che poi, con la solitudine, ci devi fare amicizia, perché comunque, per periodi lunghi o brevi è e sarà la tua compagna e allora tanto vale provare a conviverci in armonia.
Poi, ogni tanto, con questa solitudine ci puoi anche fare l’amore, ma non te ne innamorerai mai.
Perché nessuno è portato per stare davvero solo.
E adesso andiamocene a letto a smaltire questa sbornia che ci ha messo solo tanta tristezza, su. Domani è un altro giorno, in cui vivremo la nostra vita afferrandone il meglio. Sole, o in compagnia.

Crotone_di_notte

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Uncategorized · vita

Una risata vi seppellirà

gattocheride

 

Diciamoci la verità. Possiamo illuderci e autoconvincerci che stiamo bene e che ce la faremo, fare sforzi immani per rialzarci e trovarci invece a camminare come l’uomo Ragno, ma in realtà, finchè non arriva quel magic moment in cui si spegne l’interruttore della sofferenza e si accende quello della vita, sono solo parole. Però quando quel giorno sorge è fantastico. E sapete come ci si accorge di essere guarite? Perchè si inizia a ridere, di cuore e di pancia, di noi stesse e delle storie che abbiamo lasciato dietro di noi.

É un momento che ha qualcosa di meraviglioso, è una scintilla che riaccende negli occhi la voglia di vivere più forte di prima, è una mano che solleva un coperchio sotto cui stava nascosta la parte più bella e più viva di noi che ora può tornare nuovamente ad esprimersi, come una farfalla chiusa tra le mani del dolore che riesce a liberarsi e vola in alto sbattendo le ali, leggiadra e felice.

In Medicina c’è una condizione che si chiama fase post critica e che, appunto, è una situazione particolare che fa seguito a una crisi (epilettica, ad esempio). Questa fase post critica l’ho osservata anche nella  mia vita. Un corteo di segni e sintomi che si presenta  dopo ogni delusione, con la stessa modalità. Ogni volta che mi passa la crisi, io mi riapproprio della mia simpatia e della mia comicità, rimaste inespresse durante il periodo di “lutto”. E, come se ogni stravolgimento negativo mi lasciasse qualcosa, ritorno con una maggiore verve, un qualcosa che non so spiegare, un pizzico di genialità in più. Do il meglio di me, senza falsa modestia 🙂

Madre Natura è stata abbastanza tirchia con me in quanto a tette ed altezza, ma per compensare, mi ha fatto un dono grandissimo: l’ironia. E soprattutto l’autoironia, che è cosa ancor più fantastica. L’autoironia è un’arma  potentissima con cui è possibile sconfiggere ogni nemico e vincere ogni battaglia della vita.

Che poi, pensavo che ce l’avessero tutti. Invece, in tanti mi dicono che me la invidiano. Allora mi sento fortunatissima e felice, perchè  è diventata ormai la mia seconda pelle.

E la fortuna nella fortuna è avere un’amica con cui poter condividere questo talento e creare barzellette da situazioni che ti hanno ferito e che fino a ieri ti straziavano il cuore.

Come stamattina, a mare. Io e la mia amica Carmen abbiamo messo su una sit com pazzesca con gli ultimi protagonisti della mia vita. Io le fornisco anche molto materiale, a onor del vero, quindi bisogna riconoscermi questo merito. E poi, bongi bongi bo bo bo, spesso e volentieri ci piace vincere facile, perchè abbiamo a che fare con personaggi dalla comicità involontaria ed intrinseca, che con i loro atteggiamenti ci regalano sempre nuovi spunti. Ma spesso prendiamo di mira anche noi stesse, con le nostre debolezze, i nostri scivoloni, il nostro credere in qualcosa che in realtà non esiste.

Se ci decidessimo a scrivere un libro o girare un film, sfonderemmo, ne sono certa. Per ora ci accontentiamo di ridere a crepapelle delle cose che ci hanno fatto piangere, e di distruggere e seppellire, sotto una montagna di risate, tutto ciò che ci ha fatto male.

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Siamo etero. Purtroppo.

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Sto attraversando una fase drammatica della mia vita, sotto diversi aspetti. La mattina perdo un sacco di tempo per cercare di ricomporre i pezzi della mia faccia perennemente stanca e della mia testa frammentata in più pensieri. Consumo quintali di correttore e illuminante per mascherare le occhiaie. Lotto coi capelli che andrebbero tagliati ma non c’ho voglia. Poi arrivo a lavoro e la mia amica mi fa: “Ma sai che ultimamente ti trovo proprio bene? Ti vedo più bella!”. Che i complimenti sono sempre un toccasana, ma quando divergono fortemente con la realtà, come in questo caso, ti insospettiscono. Quindi alla terza manifestazione di entusiasmo per la mia forma fisica le ho chiesto, scherzando: “Oh, ma non è che, niente niente, ti stai innamorando di me?”. E lei, sgranando gli occhi ed esplodendo in una delle sue fragorose e contagiose risate : “Ma no! PURTROPPO mi piace l’uomo”.

Allora ho realizzato che in quel “purtroppo”  sta la chiave di volta del nostro dramma esistenziale. Cioè, siamo ormai intimamente e fermamente convinte che se non ci piacessero gli uomini staremmo molto meglio. Ce la vedremmo tra di noi senza sprecare tempo, energie e lacrime dietro allo stronzo di turno. Ma siamo così sicure? Io penso che sarebbe anche peggio. Le donne sono tremende. Molto più degli uomini. Almeno quelli ti fanno soffrire perché sono superficiali, leggeri, seguono i loro istinti più bassi. Ragionano solo con quelli, l’ossigeno non arriva al cervello e -signoreperdonali- non sanno quello che fanno. Noi invece sappiamo essere cattive se lo vogliamo, capaci di ferire consapevolmente e con lucidità da killer.

E poi, col talento che abbiamo nel selezionare con precisione chirurgica le persone sbagliate, mica ci innamoreremmo di quelle simili a noi, quelle con la nostra stessa sensibilità? No, no! troveremo di sicuro la più stronza. É ovvio. Magari pure un’indecisa etero.

Dice “Tra di noi ci capiremmo”. Non ne sarei così sicura. Noi non ci capiamo neanche sole. E poi mica siamo come gli uomini che hanno quei due tre schemi mentali, quei protocolli d’azione che ‘na volta che entri nel meccanismo sei a posto. No, noi siamo molto più complesse. Sai che tragedia musi contro musi, isterismi contro isterismi, sbalzi d’umore mescolati a mutismi.

Allora, nonostante tutto, dopo averci pensato un po’ ho deciso che quel PURTROPPO sarebbe da rivedere.

Rifiuto l’offerta e vado avanti. Anche se nella scatola troverò il solito invertebrato. O la solita checca eterosessuale.

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Love September

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Sono nata a fine Maggio, quindi, volendo forzare un po’ i conti, potrei essere stata concepita a Settembre. Non ho il coraggio di chiedere quindi lo do per buono.

Questo spiegherebbe il mio amore per questo mese. Il profumo di terra bagnata, le spiagge vuote, il desolante scenario postatomico, il lento e indolente ritorno alla routine, l’abbronzatura che sbiadisce e porta via con sè il colore e il calore di un’altra Estate.

Bisogna essere un po’ Settembrini dentro per nutrirsi di questa malinconia, per assaporare il gusto un po’ amaro delle cose finite, per apprezzare il piacere della solitudine.

Ma Settembre non è solo fine: è anche inizio, è attesa del nuovo, di quello che verrà.

É quella dimensione del “tutto può accadere”. Lo chiamano il secondo Capodanno. Io il Capodanno l’ho sempre odiato: di tutte le feste è quella che mi mette più tristezza, con quei conti alla rovescia, quei vestiti scintillanti e quell’allegria forzata che ha un retrogusto di tristezza. Allora se proprio devo scegliere un capodanno scelgo Settembre.

Settembre è la scelta del diario nuovo, sono le giornate che si accorciano, è quel giubbino di jeans che indossi la sera con pantaloncini e scarpe aperte, è il buio che ti sorprende in un bacio in spiaggia, è quello spazio temporale in cui ci siamo coccolati tra l’esame di maturità e l’inizio della vita universitaria, trascinandoci tra piazza e lungomare, tra amori finiti e nuove amicizie, tra la paura dell’incognito e l’entusiasmo per una nuova avventura, nell’ultima stagione di libertà prima di diventare grandi.

Da anni, da quando faccio questo lavoro che ti costringe ad una vita disallineata e sfalsata rispetto a quella degli altri, Settembre non ha più quel significato di connessione profonda tra fine e inizio, ma ne ha assunto uno diverso, ancora più speciale.

É quella settimana tanto attesa che mi regalo per godermi il mio mare o per fare un viaggio quando tutti sono tornati a lavoro. É ritorno a una situazione di “quasi” normalità, perché in fondo anche la routine è rassicurante: i corsi della palestra che riprendono, i turni massacranti che finiscono perché tutti abbiamo finito le ferie, i nuovi progetti che prendono forma anche se spesso resteranno solo idee.

Però è bello crederci, sentire quella spinta propulsiva verso il cambiamento, anche piccolo. E ricominciare portando negli occhi e nel cuore i colori e le luci di un tramonto mozzafiato o di una luna piena riflessa nel mare.