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Parole parole parole

Le parole feriscono, le parole ingannano, le parole blandiscono, le parole illudono, le parole lambiscono quel pezzettino d’anima desertica, martoriata dalla siccità del dolore, che chiede solo di essere bagnata e fatta rivivere ancora.
Le parole si incuneano con prepotenza in sperduti angoli di cuore dimenticati e vuoti.
Le parole sembrano dare sollievo alle tue ferite ancora aperte ma poi nuovamente uccidono, quando capisci che restano solo parole.
Eppure di queste parole quanto bisogno abbiamo, in questa ricerca continua del buono, del bello, del “diverso”?
Ci aggrappiamo come se fossero un salvagente avvistato in lontananza mentre annaspiamo nel mare della delusione.
Ci sembrano una risposta a un SOS silenzioso lanciato dagli abissi dei nostri desideri e a queste parole ci appoggiamo, ci abbracciamo, ci aggrappiamo, ne facciamo il nostro giubbotto di salvataggio.
E proviamo a navigarci un po’, tra questi soffi  di consonanti e vocali che ci cullano dolcemente, perchè non aspettavamo di sentire altro, che questi nuovi messaggi di speranza.
Non aspettavamo altro che sorridere imbarazzate.
Non aspettavamo altro che lottare con le nostre paure, che guardare le nostre cicatrici e sperare che il balsamo di quelle parole possa funzionare.
Perché a volte ci basta davvero poco per rompere il castello di ghiaccio dove ci siamo rifugiate.
Basta solo l’avvolgente calore di qualche parola.

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Tramonti dell’anima

Ci sono serate un po’ così, momenti strani, fissati come pixel di una cartolina di un paesaggio marittimo, di quelle che mandavamo alle nostre amiche che passavano l’estate qui e poi tornavano alla loro vita a fine Agosto.
Quei momenti in cui stai seduta sulla panchina a chiacchierare con un’amica e mentre la ascolti ti incanti a fissare il mare, a concentrarti sui colori del tramonto, su quel rosa che va a raggiungere un celeste così bello come non l’hai mai visto. Lo osservi sfumarsi lentamente, attimo dopo attimo, cambiare aspetto, come una tela che prende forma piano piano.
E aspetti, con lo sguardo fisso, che quello spettacolo sia compiuto e raggiunga il suo momento più bello, e vorresti che i tuoi occhi socchiusi fossero una reflex per catturare per sempre quella magia, per impressionare la lentezza delle barche che dondolano assonnate, cullate da un morbido abbraccio e magari portare dentro anche quelle ferme, immobili, affascinanti con le loro crepe e la loro ruggine e anche le erbacce, anche i legnetti che il mare ha regalato alla spiaggia, anche la luna dipinta in un cielo limpidissimo.
Guardo e ascolto. Ascolto e guardo. E ovviamente si parla di amore, di storie, di rapporti, di paure, di speranze, di fiducia. Di tutto ciò per cui non ho più risposte.
Ma continuo ad ascoltare ed annuire.
Mentre il rosa diventa sempre più indecente nella sua bellezza, nella sua voglia di rubare il palcoscenico al blu del mare.
Mentre l’armonia di una meraviglia che si ripete ogni giorno stride con la malinconia che mi avvolge l’anima.
I tramonti sempre più anticipati, le giornate sempre più corte, la partenze che ti lasciano “orfana”, i giorni di folle allegria passati troppo in fretta, l’ormai vicino e inesorabile ritorno alla normalità. Una normalità che è ancora dura da accettare come tale. Una normalità che è ancora novità a cui corpo e mente si devono abituare.
Un retrogusto agrodolce che mescola ricordi e nostalgia, una sorda tristezza che disturba in silenzio, che si confonde con l’amaro di nuove consapevolezze, una felicità nuovamente effimera che svanirà quando torneremo ai posti di combattimento.
Me ne rendo conto mentre ascolto e guardo. Che questa malinconia passeggera fa solo da sfondo a un senso di vuoto che invece è molto meno fugace e molto più assordante. Ascolto e guardo. Vorrei dare delle risposte ma non le ho. Una parte di me è morta per sempre. Non si può dare un abbraccio se non hai più le braccia. Non si può più infondere speranza se tu stessa non ne hai più. Non si può parlare d’amore se per te è ancora e soltanto, l’ombra di una grande illusione.
Su quella panchina mi sono accorta di non essere più io. Nessun incoraggiamento, nessun entusiasmo.
Solo silenzi. E cinismo. E un cielo che perde pian piano i colori del rosa per sprofondare nell’oscurità.


 

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Sostanziale (in)differenza

Credo che una delle cose che in assoluto faccia più male, quando una storia finisce, è pensare che l’altro possa tranquillamente andare avanti senza di te. Che la sua vita continui senza mutamenti e che anzi, forse, sia addirittura migliore. Che lui o lei stiano meglio senza di te. Lapalissiano. Perché se lui o lei fossero stati meglio con te non ti avrebbero lasciato.
Magari c’è anche una forte componente narcisistica nel fissarsi con questo dettaglio, nel torturarsi e a pensare che mentre tu te ne stai in lacrime sul divano tra Kleenex e Nutella, lui (o lei), a te, a voi e a quello che è stato neanche ci pensa più.
La sua vita riparte con serenità dal punto in cui si era interrotta quando ti ha incontrato. Tutto resettato adesso. Tutto dimenticato. Archiviato come un errore o come un incidente di percorso.
Mentre tu lo vedi nelle cose più insignificanti lui ha già dimenticato la data del tuo compleanno.
Mentre tu guardi i suoi regali e ti si spezza il cuore, lui esibisce i tuoi con nonchalance.
E tu pensi che tutto questo sia tremendamente ingiusto perchè non è giusto che solo tu debba soffrire e l’unica cosa che vorresti adesso è solo conquistare la sua meravigliosa e superficiale indifferenza.

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Per noi

per noi

Per tutte le volte che ci siamo dette “Che stupida che sono”, anche se stupide non lo siamo.
Perché abbiamo seguito una passione, cavalcato un’emozione, regalato il nostro cuore a chi non ha saputo prendersene cura.
Non siamo noi le stupide, no.
Per tutte le volte in cui i nostri occhi hanno voluto vedere ciò che volevano vedere e ignorato ciò che sembrava inaccettabile.
Non eravamo cieche, no.
Per tutti i “mi dispiace, non ti amo” arrivati dritti come un pugno nello stomaco, che ci hanno messo a terra, come pugili massacrati in un incontro tra categorie differenti.
E per le notti passate a chiedersi dove abbiamo sbagliato e perché siamo quelle sbagliate.
Non siamo noi quelle sbagliate, no.
Per tutti i NO che non siamo riuscite a dire, per i momenti di debolezza, per il nostro scioglierci come ghiaccio al sole davanti a una carezza, invece di essere roccia granitica.
Non siamo deboli, no.
Per tutte le nostre contraddizioni, i voglio-non voglio, le speranze, le illusioni.
Per le lacrime che bruciano come fuoco su una pelle già ustionata.
Per il nostro voler crederci sempre e comunque.
Per la nostra ostinazione.
Per tutto questo dolore che cerca una via d’uscita e a volte non la trova, resta dentro ad agitarsi e a sbattere sulle finestre dell’anima.
Per quando non riusciamo più a seguire il cuore, perché delusioni e amarezze ci hanno paralizzato.
Perché possiamo imparare a perdonarci e a perdonare.
Perché dire di sì all’amore non è mai sbagliato.
Perché da qualche parte, in qualche angolo di tempo e di spazio, ci sarà un briciolo di felicità anche per noi.

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Dimentica

Succede ogni volta. Ogni volta pensi che sia la fine. Che morirai annegata nelle tue stesse lacrine. Che stavolta no, non ce la farai. Che la forza per rialzarti, a sto giro, è proprio impossibile che riuscirai a trovarla. Chè l’hai consumata in tutte le interminabili notti a soffocare il pianto nel cuscino, ad aspettare telefonate mai arrivate, a fare a te stessa domande per cui non esistono risposte, a raschiare con le unghie il fondo di quel barile fatto di amarezza e delusione, tentando di tirarti fuori da quel fango in cui ti ci sei buttata da sola, per riuscire a riemergere e respirare aria nuova. Sei lì a ripeterti “passerà” come un mantra, perchè la vita ti ha insegnato che prima o poi passa, ma neanche ci credi fino in fondo. Non ci sono regole nè tempi. Ogni volta è diverso, anche se ogni volta sembra maledettamente uguale.
E poi un giorno succede. Succede che hai dimenticato. Hai dimenticato le notti insonni e il mal di stomaco. Hai dimenticato quegli strani personaggi incontrati sulla tua strada, che ora ti sembrano solo attori non protagonisti di un film girato molto tempo addietro, in una vita già passata, forse. Dimentichi il male e sei pronta a sorridere. E a ridere. Di te, di loro, delle tue formidabili disavventure, della tua ingenuità, del tuo prendere tutto sul serio, del tuo essere così sentimentale, del tuo scoppiare a piangere davanti a un ricordo.
Accade un giorno, all’improvviso. Oppure il dolore da acuto si fa piano piano più sordo fino a sparire del tutto, fino a che una mattina ti svegli col cuore leggero, lasciando tutto, ancora una volta, alle tue spalle. C’è una sorta di amnesia retrograda per quel momento. Io non ricordo il momento in cui tutto è passato, non ricordo dov’era situato lo spartiacque tra la tentazione di arrendermi e la voglia di continuare a vivere più forte di prima, ma c’è stato, e allora so he ci sarà sempre. Anche quando sembra impossibile. E so che dimenticherò tutto. Dimenticando anche di essere accorta, dimenticando le promesse fatte a me stessa, continuando a guardare il mondo con gli occhi da “Alice nel Paese delle Meraviglie”, buttandomi alla scoperta di quel mondo con la stessa fiducia di sempre. Dimentica di tutto.