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Saudade

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A volte credo che l’unica dimensione in cui io sia in grado di vivere sia la nostalgia. Sto ancorata, come un naufrago della malinconia, e con tutte le mie forze, a una zattera di ricordi, frammenti, immagini del passato. Quella zattera dove ciò che poteva essere e non è stato sembra il mio unico modo di restare in vita. Guardo irresponsabilmente indietro invece di guardare avanti o vivere il presente. C’è sempre qualcosa che mi sfugge, in quell’attimo fuggente, mentre sono intenta a rievocare storie, sorrisi, emozioni ormai andate.
Non è un bagaglio, è un fardello.
Una zavorra che mi impedisce di volare.
Vogliamo le certezze, anche quelle che facciamo male. Ci accontentiamo di un’infelicità certa piuttosto che di una felicità sconosciuta.
Amiamo fare i conti col nostro Io più giovane e non riusciamo mai a confrontarci davanti a uno specchio.
E così, fuggire all’indietro, come un VHS in rewind, ci sembra la soluzione più facile.
Forse per questo mi trovo su questo treno, con gli occhi spalancati su un paesaggio che muta di attimo in attimo e che è metafora del tempo che non torna, mentre ci ostiniamo a volerlo fermare, afferrare, rielaborare.
Come gli alberi che si susseguono nei frame del nostro sguardo aggrappato a rotaie arrugginite e fiori d’agave stagliati sullo sfondo di un orizzonte che unisce i colori di cielo e mare.
Resti di una memoria immutata eppure mutevole.
E neanche il blu del mare, neanche quello è sempre lo stesso. E cambia, ora più dolce nelle delicate sfumature dell’azzurro ora più forte mentre urla da un blu intenso.
Niente rimane come prima, in uno scorrere di spazio e tempo di eraclitiana memoria.
Eppure la mente non riesce a rassegnarsi, distratta da quell’indietro perenne, soggiogata dalla dolcezza del passato, richiamata dal canto della nostalgia, come un Ulisse sperduto tra le spiagge dell’incertezza, che anela ad un approdo sicuro.
Mentre il suono stridente dei freni risveglia i miei pensieri riportandomi nel presente, nel qui e ora.
In una stazione che è arrivo per alcuni, partenza per altri, passaggio per molti.
E proseguo, silenziosamente, il mio viaggio nella vita.

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Tramonti dell’anima

Ci sono serate un po’ così, momenti strani, fissati come pixel di una cartolina di un paesaggio marittimo, di quelle che mandavamo alle nostre amiche che passavano l’estate qui e poi tornavano alla loro vita a fine Agosto.
Quei momenti in cui stai seduta sulla panchina a chiacchierare con un’amica e mentre la ascolti ti incanti a fissare il mare, a concentrarti sui colori del tramonto, su quel rosa che va a raggiungere un celeste così bello come non l’hai mai visto. Lo osservi sfumarsi lentamente, attimo dopo attimo, cambiare aspetto, come una tela che prende forma piano piano.
E aspetti, con lo sguardo fisso, che quello spettacolo sia compiuto e raggiunga il suo momento più bello, e vorresti che i tuoi occhi socchiusi fossero una reflex per catturare per sempre quella magia, per impressionare la lentezza delle barche che dondolano assonnate, cullate da un morbido abbraccio e magari portare dentro anche quelle ferme, immobili, affascinanti con le loro crepe e la loro ruggine e anche le erbacce, anche i legnetti che il mare ha regalato alla spiaggia, anche la luna dipinta in un cielo limpidissimo.
Guardo e ascolto. Ascolto e guardo. E ovviamente si parla di amore, di storie, di rapporti, di paure, di speranze, di fiducia. Di tutto ciò per cui non ho più risposte.
Ma continuo ad ascoltare ed annuire.
Mentre il rosa diventa sempre più indecente nella sua bellezza, nella sua voglia di rubare il palcoscenico al blu del mare.
Mentre l’armonia di una meraviglia che si ripete ogni giorno stride con la malinconia che mi avvolge l’anima.
I tramonti sempre più anticipati, le giornate sempre più corte, la partenze che ti lasciano “orfana”, i giorni di folle allegria passati troppo in fretta, l’ormai vicino e inesorabile ritorno alla normalità. Una normalità che è ancora dura da accettare come tale. Una normalità che è ancora novità a cui corpo e mente si devono abituare.
Un retrogusto agrodolce che mescola ricordi e nostalgia, una sorda tristezza che disturba in silenzio, che si confonde con l’amaro di nuove consapevolezze, una felicità nuovamente effimera che svanirà quando torneremo ai posti di combattimento.
Me ne rendo conto mentre ascolto e guardo. Che questa malinconia passeggera fa solo da sfondo a un senso di vuoto che invece è molto meno fugace e molto più assordante. Ascolto e guardo. Vorrei dare delle risposte ma non le ho. Una parte di me è morta per sempre. Non si può dare un abbraccio se non hai più le braccia. Non si può più infondere speranza se tu stessa non ne hai più. Non si può parlare d’amore se per te è ancora e soltanto, l’ombra di una grande illusione.
Su quella panchina mi sono accorta di non essere più io. Nessun incoraggiamento, nessun entusiasmo.
Solo silenzi. E cinismo. E un cielo che perde pian piano i colori del rosa per sprofondare nell’oscurità.


 

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L’amore amaro del mare

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Chi è andato via dalla propria terra conosce bene quella strana sensazione di sdoppiamento che porta a sentirsi con il corpo a una latitudine e con il cuore molto più a Sud. Lasciare i luoghi in cui si è nati e cresciuti a volte è un’esigenza, altre una necessità. Restare legati ad essi, come poli opposti di una calamita e sentirsi attirati in un richiamo selvaggio, violento, doloroso è quello che spesso spinge a tornare.
É una madre ingrata questa terra, una genitrice che non si cura dei propri figli e li costringe ad allontanarsi, continuando a tenerli stretti a sé in un legame morboso ed egoistico.
“Non posso darti niente, ma devi amarmi lo stesso” . É una richiesta disperata, un urlo che giunge dagli anfratti delle sue montagne e dalle profondità del suo mare squarciando il silenzio di vite ricostruite altrove. In un altrove che non sarà mai “casa”.
E chi se ne va continua ad amarla. La ama mentre aspetta fermo sul marciapiede di una stazione con una valigia in mano. La ama quando le sue lacrime confondono lo sguardo sulle infinite distese azzurre di cielo e di mare, la ama quando la vede farsi sempre più piccola, dai finestrini di un aereo con in mano un passaporto per un domani migliore.
La ama di un amore dolce e struggente, di quel sentimento che mescola rabbia e passione, che alterna morsi a carezze, distacchi a riavvicinamenti, rancore e perdono.
Continua ad emozionarsi davanti ai suoi tramonti, a inebriarsi dei suoi odori, a gustare i suoi inconfondibili e decisi sapori, a perdersi nei suoi racconti.

Schiavi ed amanti di una terra incantata e maledetta. Di un incantesimo che non riusciamo a spezzare. Di un’ipnosi da cui non ci riusciamo a svegliare.

Lei, perfida e ammaliante, furba e seducente, ogni volta si mostra a noi nel suo abito più bello, irresistibile nel suo fascino selvatico. Posa su di noi lo sguardo malizioso e sicuro di chi sa di averci in pugno e ci fa suoi con la sua disarmante bellezza, stringendoci in un abbraccio senza tempo.
Saranno i colori del cielo che, all’alba e al tramonto, dipingono un acquerello dalle tinte spettacolari, sarà il carattere inquieto e seducente dei sentieri di montagna, sarà la storia scritta su ogni pezzo di strada che i nostri piedi calcano ignari. Sarà il mare. Quella sconfinata e avvolgente distesa azzurra che resta sempre lì, ad osservarti e farsi osservare.

Quando cambiano le amministrazioni. Quando sembra di assistere un progressivo declino. Quando mutano i luoghi di incontri, quando chiudono i locali e ne aprono di nuovi. Quando le speranze di una rinascita sembrano perse per sempre. Quando le strade si svuotano. Lui rimane sempre lì. Immobile e pronto a pervaderti l’anima e a incatenarla a sé.
In fondo non ha colpe questo mosaico di borghi incantevoli, di boschi silenziosi, di paesaggi mozzafiato, di spiagge di ghiaia. É soltanto una vittima: di chi non ha saputo custodire la sua bellezza, di chi l’ha brutalizzata e ferita, di chi ha preferito occultarne la dolcezza per far venir fuori la rabbia.
E nonostante gli schiaffi presi e gli abbracci mancati alla fine tornano tutti. O cercano di tornare. Tornano e poi ti dicono “Tu non farlo chè te ne pentirai!”. Mi ricordano tanto quelli che ti consigliano, accorati, “Non ti sposare mai!”. Forse, chissà, certe scelte sono sostenute dalla stessa spinta autolesionistica.
La rinuncia a un futuro migliore, in un caso, la rinuncia alla libertà, nell’altro.
E -in entrambi i casi – davanti alla forza propulsiva dell’amore la ragione puo’ fare ben poco, se non arrendersi e andare a vedere cosa c’è al di là di quel muro che tutti vogliono scavalcare.
Perché quel salto il cuore lo farà lo stesso, prima o poi.

(Natalia)