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Tic Tac Tic Tac. Fate figli (se potete).

clessidra

É successo giusto qualche giorno fa. Il mio baby spasimante mi chiede: “Vorresti un figlio tuo?”. Oddio, non me lo chiedo da sola da tempo immemore e ora devo rispondere a sto quesito da un milione di dollari su due piedi? Posso chiedere l’aiuto del pubblico? La chiamata a casa la eviterei. Come al solito, mi affido alle mie forme dubitative: “Credo di no” rispondo. Che magari in quel momento, alle ore 22 del 30.8.2016, con la figlia dei miei vicini che mi balla per casa mentre io vorrei andare a letto, potrebbe essere una risposta plausibile. La sua reazione è impietosa. “Hai perso punti”, risponde. Che già, va bè, questa cosa di considerare le persone come suture dove può allentarsi un punto, mi garba molto poco, ma sono giovani, lasciamoli esprimersi.
Però molto di più mi ha colpito il contrasto col punto di vista diametralmente opposto e una mancanza di savoir faire forse peggiore, di un tizio molto più maturo, che mi etichettò, non senza conferire una connotazione canzonatoria alla cosa, come “una da progetto passeggino”. Una, cioè, il cui fine ultimo nella vita era quello di trovare un marito, accasarsi e fare figli, una i cui solidi valori la limitavano nel godersi la vita, una che non sapeva concedersi un’avventura senza inibizioni e freni morali. In sintesi, una che non si sarebbe potuto portare a letto senza dare garanzie di continuità al rapporto. Simpatico.
Quell’espressione “progetto passeggino” mi dà ancora l’orticaria quando ci penso. E non perchè io, il passeggino, già ho grosse difficoltà a maneggiarlo, rischiando un incidente ad ogni angolo, ma perchè la trovo davvero un’affermazione degradante e mortificante. In primis, perchè in ogni caso, non ci sarebbe niente di male a sognare una famiglia e dei figli. Una donna che ha aspettative e “progetti” , diciamo così, standard, normali, usuali, nella media, sicuramente non è mediocre. E – soprattutto – perchè di sicuro non mi ritengo una con la smania della “sistemazione” a tutti costi: se così fosse, mi sarei accontentata del primo inseminatore libero sul mercato e starei portando a spasso coppie di marmocchi, sorridendo stanca e lamentosa ma allo stesso tempo felice ed orgogliosa per le vie del paese.
E poi, mentre penso a questi paradossi della natura maschile, ieri sul web vedo esplodere la polemica relativa al #fertilityday. Un’iniziativa assolutamente disgustosa e surreale sulla quale non mi soffermerò più di tanto perchè molto è stato scritto da altre donne con grande intelligenza e sensibilità.
Ma la cosa mi ha fatto ripiombare in testa il quesito di cui sopra. Insomma, un po’ come quei gattini randagi, a cui ogni tanto dai da mangiare e che piano piano ti si infilano in casa. Ecco, mi è entrata in casa questa cosa di chiedermi se voglio un figlio. Allora ho preso il gattino, gli ho dato due croccantini, un po’ d’acqua, gli ho fatto due carezze e l’ho fatto di nuovo accomodare fuori. Perché questo rimane un quesito a cui non so rispondere. Forse è più un no che sì.
Certo è che, nella polemica che ha infervorato tutte le donne, che giustamente si sono sentite mercificate e che hanno visto andare in fumo anni e anni di lotte femministe, con un tristissimo e nostalgico salto all’indietro, ci si è soffermati sulle coppie giovani che non possono permettersi di mettere al mondo dei figli per mancanza di stabilità economica, su quelle con problemi di infertilità, sui genitori adottivi, sulle donne che preferiscono prima fare carriera e affermarsi, tra mille difficoltà, nel mondo del lavoro.
Nessuno, o solo qualcuno, ha posto l’accento su quelle coppie che scelgono consapevolmente di non avere dei figli o su quelle donne che, come me, non hanno mai trovato una relazione stabile e il partner giusto con cui costruire una famiglia.
Non lo so cosa sarebbe successo nella mia vita se avessi trovato la famosa “persona giusta” a 30 anni. Ci avrei fatto un figlio? Forse sì. Magari sicuramente sì. Adesso non lo so più.
Ogni tanto me lo chiedo in prospettiva diversa “Farei un figlio se quella persona la incontrassi da qui a un anno?” E sinceramente ancora non saprei cosa rispondere.
Forse l’istinto materno è una cosa che va, viene e poi passa, un po’ come l’acne, e a me è passato. E magari, come scrive una mia amica, dovremmo smetterla di chiamarlo “istinto”.

Vedo le mie amiche distrutte, bramose di sonno, limitate nelle attività più banali, sento l’indemoniato del piano di sopra che piange H24. Dicono “É una cosa che si DEVE fare” “Se non lo fai ti pentirai” “La gioia che ti danno compensa tutto”
Ma non riescono a convincermi fino in fondo. Resto scettica. Perché ho il terrore che potrei farlo solo per dare ragione a quel “si DEVE fare” che suona come un lavaggio del cervello sociologico e culturale. Come se poi potessi sentirmi davvero indietro.
Ma vedo anche chi l’ha fatto, per “dovere”, in età come la mia,  che quel senso materno non l’ha sviluppato neanche dopo.
É che un figlio non va solo “sfornato”, accudito o coccolato. Va anche e soprattutto educato. E per farlo ci vuole impegno. Dedizione. Pazienza. Cose che ormai io non credo più di poter avere.
C’è anche che a me, nonostante tutto, questa mia vita sgangherata e solitaria che mi sono costruita o che il destino ha costruito per me, non dispiace. Mi ci trovo comoda. E pensare che debba entrarci qualcuno a sconvolgermela mi mette una certa angoscia.
In ogni caso, questi sono ancora discorsi aleatori e campati in aria, fondati sul nulla, che così resteranno per molto tempo ancora.
Con buona pace degli attivisti della fertilità.

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La Santa Inquisizione dell’orologio biologico

Johnny-Depp

 

Da ragazzina ero un cesso. Simpatica, intelligente, ma pur sempre un cesso. Ora non è che sia esattamente Belen, ma sono migliorata. Però ci sono volte in cui vorrei essere rimasta un cesso. Mi eviterebbe il problema di dover giustificare il mio stato di single: la gente penserebbe “Poveretta, così brutta, chi vuoi che se la prenda” e non farebbe troppe domande. Che poi, tra parentesi, le brutte se le prendono e come, ma questa è un’altra storia, per la quale dovrei aprire il capitolo “Sì ma guarda quelli che se le sono prese” tanto caro alla mia amica Mary. In ogni caso brufoli, apparecchio, sovrappeso, occhiali e capelli inguardabili mi avrebbero garantito di non essere vista con sospetto per il solo fatto di occupare l’altra metà del letto con un gatto che fa le fusa e non con un uomo che russa. Perché, ça va sans dire, se non sei da buttare via il problema è tuo. Lapalissiano. Se poi non hai neanche quello spasmodico desiderio di maternità, che ti spinge ad accoppiarti col primo inseminatore disponibile sul mercato, praticamente sei l’anticristo in minigonna.
Quelle volte come qualche sera fa. Una sera in cui ho assecondato il mio lato masochistico e ho accettato di andare a cena con un’allegra compagnia di signore, capitanate da mia zia. Sì, ogni tanto mi piace farmi del male. Mi piace regalarmi questi simpatici momenti di svago autolesionistico, tra una una melanzana ripiena e due domande della Santa Inquisizione. Seduta di fronte al Tribunale dell’orologio biologico ho avuto modo di constatare come certi retaggi culturali sono ancora duri a morire.
Ho tentato invano di spiegare che l’unico timer della mia vita è quello che attivo quando metto in posa il colore sui capelli, ma niente, pare che st’orologio sia proprio un’ossessione, un must have peggio di una Kelly di Hermes. Se non ce l’hai e soprattutto se non senti il suo ticchettio incedere inquietante come quello di una bomba ad orologeria sei una cosa a metà tra Freddy Krueger e la strega di Biancaneve . Roba che pure il Cappellaio Matto andrebbe in crisi co ste lancette. Ma niente. Non ce la fanno proprio. Non si rassegnano. Devono trovare una spiegazione a questo fenomeno paranormale. Uno dei miei cult preferiti dopo il “sei troppo esigente” è il “devi deciderti a scegliere”. É la chiave di volta, la soluzione a tutti i problemi: dipende solo da te, decidi e facciamola finita. Già mi immagino mentre sfoglio il mio bel Postal Market con le foto dei pretendenti e li valuto con attenzione e meticolosità. O mentre sono in balia dell’indecisione e della confusione, come qualcuno che ha ricevuto in regalo un buono da Gucci. Solo che a me il buono lo hanno fatto dai cinesi. E il catalogo, solitamente, me lo inviano direttamente dal Centro di Igiene Mentale o dal Dipartimento “Casi umani”.
Nel corso del dibattimento qualcuna di più larghe vedute si è spinta oltre, rendendomi edotta della sua interpretazione socio-antropologica, maturata sulla scorta del cambiamento dei costumi : “Certo, una volta se massimo a venticinque-barra-trent’anni anni non ti sposavi eri considerata zitella, mo non è come ai miei tempi”. No, mo ci avete regalato una decina d’anni di tolleranza, grazie. E poi ci siamo inglesizzate: ora ci facciamo chiamare single, che suona meglio.
Alla fine mia zia, sbattendo il martelletto e dichiarando tolta l’udienza, ha sentenziato che una compagnia ci vuole. Una compagnia, sia chiaro. Mica l’Amore. Quella è roba per i ventenni-barra-trentenni. A quarant’anni ci vuole la compagnia. Allora compagnia per compagnia mi tengo il gatto, scusate.
Intanto tra una domanda e l’altra e uno sfilare di gente sul banco dei testimoni, ad allietare la tavola e il nostro palato andavano e venivano le portate della tradizione: melanzane grigliate, mulingiani mbuttunati, pomodorini ripieni, bruschette, polpette, formaggio, pane fritto.
Tutto squisito ma a pensarci bene mancava qualcosa per dare un gusto diverso alla serata. Ci sarebbe stata benissimo, che ne so, una bella spolverata di affari propri, magari.
Che è salutare, rinfrescante e favorisce la digestione.

Con affetto, sempre.

Natalia