amore

Io, te e la solitudine (deliri notturni in riva al mare)

E’ una di quelle serate di fine Agosto, quelle in cui i sogni lasciano il passo alla realtà, quelle in cui il gusto amaro delle aspettative e dei programmi disattesi si mescola a quello forte dell’entusiasmo e della determinazione per i nuovi progetti.
E’ la fine di un’estate dura, pesante. Pochissime uscite ritagliate tra un turno e l’altro, sprazzi di abbronzatura che vanno e vengono.
E’ passato il caldo infernale. Tornerà, dicono. Ma stasera la brezza marina che accarezza la pelle mi costringe ad indossare il mio immancabile e onnipresente giubbino di jeans.
Passeggiamo per questo lungomare affollato: la musica, la gente, i locali, le ragazze vestite in modo improponibile che fanno a gara per chi mostra più centimetri di pelle o sfoggia il trucco più vistoso. Attraversiamo un fiume umano che di umano ha ormai ben poco e, lasciandoci la confusione e l’allegria forzata dietro di noi, approdiamo a lidi più sintonici con la nostra malinconia del momento e con la nostra necessità di solitudine. Già, la solitudine. In fondo è lei che torna ciclicamente come protagonista dei nostri discorsi, delle nostre analisi, delle masochistiche esegesi delle nostre vite.
Si potrebbe parlare d’altro, su questi gradini davanti a un mare immobile, scuro e austero, nonostante le luci riflesse dalla costa?
Sarà l’effetto dell’alcool, sarà che sono stati giorni strani, sarà che la fine dell’estate è un po’ come la fine dell’anno e ti costringe a tirar fuori bilanci non richiesti.
Vuoi che dia la colpa al fattore C o alla psicodinamica? Vuoi delle risposte da scienziata o da cretina con in testa un cerchietto con le orecchie di gatto?
Di una cosa sono certa: non esistono le persone “portate”, come dici tu. Esistono persone incapaci di stare sole, questo sì. Persone che temono il letto vuoto, che non hanno mai vissuto neanche un giorno da single, che senza un uomo si sentirebbero perse. E allora, coma arma di sopravvivenza hanno solo questo: la seduzione e la conquista.
Ma esistono anche donne forti e indipendenti che non possono accontentarsi o farsi mettere i piedi in testa da chi non è in grado di apprezzarle.
Esistono coppie che sono bei pezzi da vetrina, di quelli che, quando li metti a fuoco con la luce giusta, ci trovi sopra un bel po’ di polvere.
Ci sono incontri giusti e incontri sbagliati e noi, chiaramente, ne abbiamo sbagliati troppi.
Ci sono persone che scappano e altre che inseguono.
Ci sono uomini che sanno leggerti negli occhi e altri che non sanno andare oltre le apparenze.
Ci sono rapporti che sono dipendenze e altre che sono condivisione.
E sì, ci sono persone fortunate. Molto. Perché l’amore è tutta una serie di combinazioni che, davvero, fai prima a trovare una delle tue mutazioni genetiche che incontrare un tipo mentalmente sano e senza attitudine alla fuga, che possa anche piacerti.
E la fortuna non è questione di età. E l’età non esiste, che sciocchezze dici quando blateri di certe cose, come se di anni ne avessi ottanta.
Io credo che, in fondo,  a nessuno piaccia veramente stare solo, al di là di ciò che si dice o manifesta, al di là del fatto che poi, con la solitudine, ci devi fare amicizia, perché comunque, per periodi lunghi o brevi è e sarà la tua compagna e allora tanto vale provare a conviverci in armonia.
Poi, ogni tanto, con questa solitudine ci puoi anche fare l’amore, ma non te ne innamorerai mai.
Perché nessuno è portato per stare davvero solo.
E adesso andiamocene a letto a smaltire questa sbornia che ci ha messo solo tanta tristezza, su. Domani è un altro giorno, in cui vivremo la nostra vita afferrandone il meglio. Sole, o in compagnia.

Crotone_di_notte

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….però brindo alla resa!!!

So che questo potrebbe sembrare un pezzo disfattista e pessimista ma preferirei definirlo cinicamente realista. Che poi, beh, ognuno fa i conti con le proprie esperienze e col proprio carrello della spesa in  questo supermercato della vita e, quando è in fila alla cassa, si fa due conti. E non tutti hanno buoni o carte fedeltà.

Gira e rigira nella borsa le uniche carte che ti ritrovi sono quelle dell’accettazione e della rassegnazione.

Sì, perchè alla fine è inutile lottare contro le cose che non riuscirai mai a cambiare, meglio se le accetti e ci diventi amica.

E così tutte le guerre combattute da quando eri ragazzina, dalle più stupide alle più importanti sono finite. Tregua. Armistizio.

La pancetta, la cellulite, le sopracciglia, i capelli crespi, il passare definitivamente alla taglia più grande. Beh, sui capelli in realtà mantengo ancora l’illusione di poter combattere dignitosamente e con coraggio. Sul resto mi sono arresa.

Non è vero. Per le sopracciglia ho fatto il microblading (ve lo consiglio, è una svolta).

Però…non mi ci accanisco più come una volta. Solo spreco di energia.

Quindi, se arrivi in un’età in cui maturi la consapevolezza che madre natura non ti ha fatto perfetta e accetti le tue imperfezioni, puoi anche maturarne un’altra, di consapevolezza: che c’è un’altra cosa che comunque ti è stata preclusa e per cui non puoi farci niente.

Quella cosa si chiama Amore.

E’ un po’ strano, sì, maturare e mettere nero su bianco queste riflessioni a un anno esatto dalla pubblicazione di un bellissimo post sull’Amore, che neanche sembra scritto da me, adesso. Era solo il frutto di un ultimo rigurgito di illusione, soffocato dallo scontro con la realtà.

Non so se chiamarla disillusione, scetticismo, amaro realismo. So che niente è come sembra. So che gli atti più ignobili, le cattiverie più basse, i comportamenti più assurdi arrivano sempre da chi meno te lo aspetti.

So che tutto è diventato stramaledettamene difficile, che le persone sono strane, che c’è diffidenza, chiusura, incapacità di relazionarsi. Che è più facile trovare la tua taglia l’ultimo giorno dei saldi che trovare a quarant’anni una persona con cui entrare in sintonia e condividere sogni, emozioni, progetti. E chi, ci riesce, beh, ha la mia stima.

So che se mi sono trasformata in una zitella gattara è perchè ho avuto i miei buoni motivi.

So che di soffrire ancora, farmi e farmi fare del male non ci penso nemmeno.

So che esistono tante forme di amore e, almeno per me, quella di un compagno è la meno nobile.

E so che preferisco continuare ad accarezzare i miei gatti piuttosto che accarezzare sogni che poi si infrangeranno su scogli crudeli e appuntiti di superficialità e insensibilità.

E preferisco versare calici di vino che versare inutilissime lacrime.

 

vino

 

 

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A volte ritornano

cuore

Se si parla di sparizioni non si può fare a meno di aprire un capitolo strettamente collegato: quello dei ritorni!

La mia amica E (sempre lei, la solita) ormai non ne può più dei suoi fantasmi del passato che ritornano ciclicamente sulla sua cronologia whatsapp.

Perchè, diciamolo, alla fine, in un modo o nell’altro, e con tempistica variabile da caso a caso, tornano sempre tutti. Ex fidanzati, ex amanti, ex trombamici, ex “frequentatori”, ex qualsiasi-cosa-che-sia-ex. Con una scusa, per uno scherzo del destino, con un “like” che funge da amo. Raramente con un’intenzione seria e concreta.

Questa credo sia una differenza fondamentale tra uomini e donne.

Noi magari ci distruggiamo, consumiamo pacchi interi di fazzoletti, sfracelliamo le ovaie alle nostre amiche fino allo sfinimento, disattiviamo l’account di Facebook, ingurgitiamo boccette intere di fiori di Bach, diamo fondo a barattoli di Nutella, ma poi ci passa.

Poi arriva il giorno fatidico. The “Sticazzi” day. Quello in cui il tornado è passato e al massimo ha sradicato due alberi. E noi siamo di nuovo pronte e pimpanti. E del tizio, a malapena ricordiamo il nome.

Loro no. Loro non si sa perché (cioè, in effetti si sa) devono tenere in piedi questa rete fitta di rapporti, questa ragnatela del “non si sa mai” dove tu potresti essere la prossima mosca, o una delle prossime.

Il problema è che quando uno di questi personaggi si ripropone ci fa lo stesso effetto di una peperonata fritta nell’olio vecchio di una settimana. Pesante. Indigesto Pro-emetico.

Non è il “No guarda, ho sofferto troppo non voglio darti un’altra possibilità”, è che proprio quando per noi una cosa è chiusa è chiusa.

E magari, di quella persona per cui ci siamo straziate, ora ci infastidisce persino la voce. Perché noi, quando le cose le facciamo, le facciamo bene.

Anche dimenticare.

 

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Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio?

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Ho qualche piccolo problemino con la fiducia. Sì, quella cosa lì che tu credi a una persona e a tutto quello che dice. Istintivamente tendo a fidarmi troppo e subito. Sono un po’ come Alice nel paese delle meraviglie della furbizia, ma, non essendo io furba, in questo meraviglioso mondo mi muovo con grande difficoltà. Sono sempre stata negata con le bugie: sono affetta da una tendenza irrefrenabile alla sincerità, con  tratti talvolta patologici, che ha come diretto effetto collaterale il non riuscire a riconoscere la malafede in chi ho davanti. E’ un po’ come soffrire di una particolare forma di miopia: non ho gli occhiali per vedere quello che per le persone maliziosamente “emmetropi” sarebbe ovvio. É questa limitazione che mi porta a credere, piuttosto ingenuamente, che quando riveli a un altro essere umano la tua parte più vulnerabile, quando ti scopri ed esponi la nudità della tua anima, con le tue ferite, le tue cicatrici e le tue paure e quando, d’altro canto, sei pronta ad accogliere anche le confidenze e i tormenti altrui,  in questo reciproco fluire di intimità, quell’altro essere umano non possa mai farti del male, non volutamente almeno.

L’ho  pensato di tante, troppe persone. Persone che conoscevo da tempo e persone che conoscevo appena. E ogni volta, puntualmente, mi sono sbagliata. Perché un conto è un’idea romantica che sconfina spesso nell’idealizzazione, un altro è la realtà.

Allora adesso, dopo che sono andata a sbattere dovunque, e dopo che mi hanno tassativamente imposto l’obbligo di guida con lenti, ho pensato di prendere delle contromisure, e decidere di mettere un bel paio di occhiali.

Ma paradossalmente è diventato tutto più complicato. Forse l’oculista è stato troppo bravo: gli occhiali che mi ha prescritto hanno una risoluzione altissima, vedo tutto in modo amplificato e mi fisso sui piccoli dettagli. Forse perché se dai in mano uno strumento potente a chi non l’ha mai usato, lo maneggia con grossa difficoltà. 

Adesso per la paura di sbattere di nuovo cammino pianissimo e aguzzo la vista anche sulle indicazioni più piccole non facendomi sfuggire niente.

Mi ci vorrebbe un termostato della fiducia, un “fiduciostato” lo potrei chiamare, un dispositivo per variare automaticamente il livello di fiducia e adattarlo a persone e circostanze. Invece il mio impianto di fiducizzazione è di quelli antichi: on-off. Tutto o niente.

É una cosa strana, per chi si è sempre fidato, non riuscire a farlo più. Ha un non so che di innaturale, è una sorta di ostacolo che limita la libertà di essere me stessa.

O forse è solo un bene. E, come in tutti i cambiamenti che fanno crescere, alla fine è solo un po’ fastidioso. Come quando il dentista ti mette l’apparecchio e stringe gli archetti: all’inizio fa male, poi ti adatti e i denti si mettono a posto.

O magari chissà, ho solo iniziato a sviluppare il mio intuito e a dar retta a quei campanelli d’allarme che tutti sentiamo ma che spesso, volutamente, ignoriamo per crearci una realtà tutta nostra che ci renda felici.

Dimenticando però che la cieca ostinazione partorisce illusioni e la migliore compagna di un’illusione resta sempre la delusione…

 

 

 

PS Io non ho bisogno di occhiali: ho fatto il laser e ci vedo benissimo 😉

 

 

 

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La Santa Inquisizione dell’orologio biologico

Johnny-Depp

 

Da ragazzina ero un cesso. Simpatica, intelligente, ma pur sempre un cesso. Ora non è che sia esattamente Belen, ma sono migliorata. Però ci sono volte in cui vorrei essere rimasta un cesso. Mi eviterebbe il problema di dover giustificare il mio stato di single: la gente penserebbe “Poveretta, così brutta, chi vuoi che se la prenda” e non farebbe troppe domande. Che poi, tra parentesi, le brutte se le prendono e come, ma questa è un’altra storia, per la quale dovrei aprire il capitolo “Sì ma guarda quelli che se le sono prese” tanto caro alla mia amica Mary. In ogni caso brufoli, apparecchio, sovrappeso, occhiali e capelli inguardabili mi avrebbero garantito di non essere vista con sospetto per il solo fatto di occupare l’altra metà del letto con un gatto che fa le fusa e non con un uomo che russa. Perché, ça va sans dire, se non sei da buttare via il problema è tuo. Lapalissiano. Se poi non hai neanche quello spasmodico desiderio di maternità, che ti spinge ad accoppiarti col primo inseminatore disponibile sul mercato, praticamente sei l’anticristo in minigonna.
Quelle volte come qualche sera fa. Una sera in cui ho assecondato il mio lato masochistico e ho accettato di andare a cena con un’allegra compagnia di signore, capitanate da mia zia. Sì, ogni tanto mi piace farmi del male. Mi piace regalarmi questi simpatici momenti di svago autolesionistico, tra una una melanzana ripiena e due domande della Santa Inquisizione. Seduta di fronte al Tribunale dell’orologio biologico ho avuto modo di constatare come certi retaggi culturali sono ancora duri a morire.
Ho tentato invano di spiegare che l’unico timer della mia vita è quello che attivo quando metto in posa il colore sui capelli, ma niente, pare che st’orologio sia proprio un’ossessione, un must have peggio di una Kelly di Hermes. Se non ce l’hai e soprattutto se non senti il suo ticchettio incedere inquietante come quello di una bomba ad orologeria sei una cosa a metà tra Freddy Krueger e la strega di Biancaneve . Roba che pure il Cappellaio Matto andrebbe in crisi co ste lancette. Ma niente. Non ce la fanno proprio. Non si rassegnano. Devono trovare una spiegazione a questo fenomeno paranormale. Uno dei miei cult preferiti dopo il “sei troppo esigente” è il “devi deciderti a scegliere”. É la chiave di volta, la soluzione a tutti i problemi: dipende solo da te, decidi e facciamola finita. Già mi immagino mentre sfoglio il mio bel Postal Market con le foto dei pretendenti e li valuto con attenzione e meticolosità. O mentre sono in balia dell’indecisione e della confusione, come qualcuno che ha ricevuto in regalo un buono da Gucci. Solo che a me il buono lo hanno fatto dai cinesi. E il catalogo, solitamente, me lo inviano direttamente dal Centro di Igiene Mentale o dal Dipartimento “Casi umani”.
Nel corso del dibattimento qualcuna di più larghe vedute si è spinta oltre, rendendomi edotta della sua interpretazione socio-antropologica, maturata sulla scorta del cambiamento dei costumi : “Certo, una volta se massimo a venticinque-barra-trent’anni anni non ti sposavi eri considerata zitella, mo non è come ai miei tempi”. No, mo ci avete regalato una decina d’anni di tolleranza, grazie. E poi ci siamo inglesizzate: ora ci facciamo chiamare single, che suona meglio.
Alla fine mia zia, sbattendo il martelletto e dichiarando tolta l’udienza, ha sentenziato che una compagnia ci vuole. Una compagnia, sia chiaro. Mica l’Amore. Quella è roba per i ventenni-barra-trentenni. A quarant’anni ci vuole la compagnia. Allora compagnia per compagnia mi tengo il gatto, scusate.
Intanto tra una domanda e l’altra e uno sfilare di gente sul banco dei testimoni, ad allietare la tavola e il nostro palato andavano e venivano le portate della tradizione: melanzane grigliate, mulingiani mbuttunati, pomodorini ripieni, bruschette, polpette, formaggio, pane fritto.
Tutto squisito ma a pensarci bene mancava qualcosa per dare un gusto diverso alla serata. Ci sarebbe stata benissimo, che ne so, una bella spolverata di affari propri, magari.
Che è salutare, rinfrescante e favorisce la digestione.

Con affetto, sempre.

Natalia

 

 

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La (bio)chimica dell’amore

 

Loredana-Manzi__L-incastro-perfetto_g“In biochimica, un recettore è una proteina, transmembrana o intracellulare, che si lega con un fattore specifico, definito ligando, causando nel recettore una variazione conformazionale in seguito alla quale si ha l’insorgenza di una risposta cellulare o un effetto biologico.”

E’ così anche per le relazioni d’amore: incastri perfetti o quasi, in cui ci si fonde per creare un’ unità indivisibile, nella quale ognuno mantiene la sua identità e perde un po’ della sua forma per dare al tutto una nuova e armoniosa conformazione che si chiama “noi”.

A volte capita di trovarsi ad essere il ligando di un recettore sbagliato, ma di volercisi legare a tutti i costi, forzando l’architettura fisiologica, cercando di farsi più piccola o più grande per riuscire a combaciare, snaturando se stessi, fissandosi su quei pochi punti di contatto dove le superfici sembrano aderire. Ma sono legami deboli, destinati a rompersi con facilità, a far staccare senza troppa fatica le due parti.

Oppure ci sono quelli che secondo te sono giusti perché, chissà perché, forse perché  qualche mattoncino di cui sono composti risplende particolarmente e ti piace così tanto che devi per forza provare a legarti. Ma invece di combaciare ci vai a sbattere contro, perché questi mattoncini sono assemblati in modo da non poter entrare in contatto in nessun punto con te, ma formano solo un muro contro cui vai a rompere  la tua testa dura. Questo muro si chiama spesso cinismo e anaffettività, e tu sei così testarda che tenti anche di scalarlo, ma niente, dall’altra parte solo il vuoto, in cui ti lanci e cadi, facendoti parecchio male (ma per fortuna madre natura ti ha dotato di ottimi ammortizzatori, anatomici e non).

E poi ci sono persone che sembrano simili a te ma alla fine scopri che siete stereoisomeri: stessa formula molecolare, ma proprietà diverse, uguali in potenza, opposti nella realtà, uno gira da un lato, l’altra percorre la strada opposta. Tu dici A e lui capisce B. Tu gli fai un complimento e lui pensa che lo sfotti. Tu ti vedi (nel senso di “immaginarti”) in un futuro con lui e lui si vede (nel senso di “vedersi”) con altre cinque almeno.

Altre volte si ha la pretesa di essere il farmaco salvavita di un’anima inquieta: si vorrebbe essere quella molecola che spiazza dal recettore i dubbi, le paure, le tensioni, i conflitti irrisolti, per poter dare una forma nuova al recettore stesso.

Ma forse quella proteina sta bene col suo ligando naturale: con le sue paranoie, che gli appartengono come gli aminoacidi di cui è composta, e non vuole o non ha bisogno di nessuna terapia, di nessun farmaco che le scalzi via.

In rarissimi casi selezionati si è così fortunati da trovare l’incastro perfetto, da incontrare quelle persone complementari con cui non hai bisogno di dare troppe spiegazioni, che sembra ti conoscano da sempre, con cui tutto è naturale e spontaneo, a cui legarsi sembra la cosa più fisiologica e ovvia del mondo. Come se dovessi solo seguire quel richiamo, quella chemiotassi, e assecondare quell’interazione e quel momento di trasformazione senza nessuno sforzo, senza pensare a cosa fare o cosa dire, a quale superficie scegliere per adagiarti. Perché quella superficie è anche la tua, quella superficie è parte anche di te e qualsiasi punto andrai a toccare la risposta sarà  sempre una meravigliosa reazione d’amore.

Forse adesso avete le idee più chiare, e non vi sentirete più tanto confuse quando qualcuno vi scaricherà con quella fantasiosa scusa evergreen del “non c’è chimica”. Prima di farvi dare il benservito, però, vi consiglio di far fare all’allegro scienziato un ripassino su anelli benzenici e isomeria, giusto così, per ricordare anche a lui cos’è sta benedetta chimica.

(natalia)

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The first date

First-Date-QuestionsUno dei lati positivi del non avere una relazione stabile è la possibilità di rivivere all’infinito l’emozione di un primo appuntamento. Ah! i primi appuntamenti! Le farfalle nello stomaco, la piacevole ansia dell’incognito, la scelta dell’outfit (che inizia almeno due settimane prima), il batticuore, i dubbi amletici “tacco sì tacco no”. Che tu abbia venti, trenta o quarant’anni poco importa: la prima uscita con qualcuno è sempre un evento magico, una piccola parentesi di vita sospesa in una dimensione onirica. Che però, talvolta, può trasformarsi anche in un incubo.
I miei primi appuntamenti sono sempre un disastro, ad esempio. Dovrebbero cristallizzarsi lì, in quel momento in cui esci dalla porta di casa tua e sei superfiga, makeup perfetto, tacco giusto, vestito intrigante ma non provocante, radiosa, abbronzata e anche glitterata. Ecco, quel momento lì dovrebbe restare sospeso per sempre, fissato in quel nano secondo prima di entrare nella macchina di lui.
Perché già da lì iniziano i primi drammi. Tra me e il lui di turno c’è una coltre di imbarazzo così spessa che si taglia con un flessibile:  il suo tentativo di spezzare il ghiaccio con un “Beh! Come va?”  normalmente ottiene come risposta un secco “Bene!” da parte mia, oppure, ancora peggio, un insulso ciancicare qualcosa a proposito della mia interessantissima giornata, che mi fa passare subito per idiota.

 

Sovente il tipo è discretamente logorroico, la qual cosa andrebbe teoricamente tutta a mio favore, essendo io affetta da una timidezza patologica che mi impedisce di sostenere una conversazione a due. In realtá, però, dopo un tempo variabile, la situazione prende sempre quella temibile piega: il logorroico, dopo ore di sproloqui, di monologhi, e di racconti narcisistici sulla sua vita e le sue imprese epiche, si accorge che esisto anche io, quindi si blocca, mi guarda e mi dice : “ Ma tu non parli?”. Che è come quando vai dal dentista: mentre te ne stai con un’impalcatura in bocca, con cui già fatichi a respirare,  lui vorrebbe che tu riuscissi pure a parlare. Di solito davanti a questa domanda piombo in un mutismo corredato da un’ espressione ebete, stampata su un viso dipinto da cinquanta sfumature di rosso e vorrei chiedergli perché non possismo continuare a scriverci e mandarci emoticons su whatsapp, invece di parlare. Poi parlare di cosa? Dovrei riagganciarmi a qualche punto del tuo racconto? Dovrei iniziare un discorso nuovo? “Parlami un po’ di te!” Ecco qua. “Parlami un po’ di te” è tipo “Mi parli di un argomento a piacere”. Io l’argomento a piacere l’ho sempre odiato. Ma chiedimi un argomento tu, scusa. Ho buttato sangue un’estate sui libri devo pure dirti cosa chiedermi? L’argomento a piacere mi mette ansia, perché se magari vai male la commissione giustamente ti dice “E menomale che te lo sei scelto tu”, quindi fatemi una domanda voi, per favore.

Anzi no, non me le fate. Perché spesso la domanda cade sull’argomento “vecchie storie”. ” E com’é andata l’ultima storia che hai avuto?” Come mia mamma, che, quando torno a pezzi da una notte di guardia, e vorrei solo rimuovere tutto con una bella doccia e andare a dormire,  mi chiede “Com’è andata? E che è successo?”.  Chè già magari prima di questa serata hai fatto un mese di meditazione,  quattro cinque sedute di psicoterapia, consumato dieci boccette di fiori di Bach, per superare i traumi della storia precedente e ora arriva uno che vuole riesumarli. C’è anche il “Come vivi la tua condizione di single?” Che mo, voglio dire, capisco che non sia il massimo della vita essere single a quarant’anni, ma non è che proprio dormo su un cartone sotto un ponte, come dovrei viverla sta “condizione”?
Poi ci sono quelli che vogliono sondare il terreno sulle tue aspettative, per capire se corrono il rischio di doversi impegnare, e allora ti chiedono cosa cerchi in una storia. E se intuiscono che magari ti piacerebbe costruire qualcosa con qualcuno, passano a uno sgradevole tono canzonatorio facendoti sentire una cosa a metà tra una Meg March rediviva e una zitella disperata smaniosa di sistemarsi.
I peggiori pero’ sono gli aspiranti intellettuali, quelli che sol perché hanno letto qualche libro in più di te, si sentono in dovere di ostentare la loro cultura, e ti interrogano facendoti scivolare nel discorso citazioni erudite, per vedere se le hai colte, oppure ti chiedono “hai visto tale film?” “hai letto tale libro?” “hai visitato tale posto?”
Ecco, se non volete rivivere il clima da esame di terza media a vita, magari questi soggetti evitateli.
Per chiudere, anche se un primo appuntamento è solo un primo appuntamento e non l’inizio di una relazione, ha comunque “in nuce” la potenzialità per poterlo diventare. Quindi se inizi a dirmi che potresti presentarmi un amico, se usi espressioni come “quando un giorno ti innamorerai di qualcuno”, se fai riferimento ai tuoi progetti futuri (che ovviamente non contemplano la presenza della sottoscritta), anche se potrebbe essere tranquillamente così, mi girano un po’ gli zebedei.
E adesso, scusate, ma vado a pensare al mio prossimo outfit 😉

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Lasciarsi su FB: istruzioni per l’uso

Ci siete ricascate di nuovo, vero? Vi siete fatte travolgere dall’ennesima storia on line. E’ roba da disadattati, lo sapete, sì? “Eh ma lui era così carino, scriveva quelle cose meravigliose, si capiva che era sensibile e intelligente, poi aveva pure le foto coi gatti”. Ah sì? E quella vocina che diceva “mai più storie su Facebook” che fine ha fatto? Qualcuno l’ha sentita? Nessuno, a quanto pare. E…ditemi, ditemi, com’è finita poi? Vivete felici e contenti? Siete convolati a giuste nozze? Vivete in una meravigliosa villa con giardino insieme ai vostri figli, a un cane e a un gatto? No, eh! Lo sospettavo. Forse perché lui, che sembrava essere sceso dal cavallo bianco per condurvi nel suo Regno, non è stato in grado neanche di accompagnarvi sotto casa? Forse perché, conoscendolo, vi siete accorte che soffriva di un disturbo di personalità di tipo schizoide-affettivo? Forse perché vi siete “incontrati” e lui dopo non si è degnato neanche di richiamarvi? Pazienza ragazze, è andata così. Ormai quel che è fatto è fatto. Versate tutte le lacrime che bisognava versare ed esaurito il tempus lugendi, è ora di occuparsi di dettagli più pratici. Cosa fare quando finisce una storia su FB? Lui, il tizio, sta sempre lì, sospeso in quel microcosmo virtuale dove siete andate a pescarlo (o dove, più probabilmente, lui ha pescato voi). cuori_spezzati

Eliminarlo? Bloccarlo? Ignorarlo? Continuare a seguirlo? L’ultima opzione la escludo e la sconsiglio. Se proprio avete delle pulsioni masochistiche da sfogare, tenetevi un tacco 13 tutto il giorno, pulite casa, stirate la domenica mattina mentre tutti sono a mare. Ricordatevi che per ogni scelta si attiverà un complesso sistema di paranoie secondo le quali ad ogni nostra azione corrisponderà una sua reazione. Ovviamente, mentre noi ci arrovelliamo il cervello sulla cosa più saggia ed elegante da fare, lui si starà facendo la sua vita, e neanche si sarà accorto delle nostre mosse.

Bloccarlo. Potrebbe sembrare  una decisione troppo drastica e poi “se lo blocco e lui non capisce che l’ho bloccato e mi vede come “utente Facebook” penserà che mi sono cancellata perché sono andata in depressione”. Ho una bella notizia: lui non pensa.

Eliminarlo. Il giusto mix di saggezza e diplomazia (se bloccarlo vi sembra una scelta estrema). Tu non vedi più lui, lui non vede più te: perfetto per accelerare il meccanismo di elaborazione e scivolamento verso l’oblio. “Ah ma non voglio dargli la soddisfazione di eliminarlo, e fargli capire che ci sto male”. Okay, a questo ha pensato il buon Zucky. Puoi anche cliccare il simpatico tasto “non seguire” e lui non comparirà più nella tua home. E se non vuoi che lui veda i tuoi post, perché magari ci saranno giorni in cui cederai alla tentazione di sfogare la tua rabbia con un post al vetriolo, mettigli una bella restrizione. Ecco fatto. Se, anche dopo aver messo in atto tutte queste misure,  il fatto di averlo tra i tuoi amici continua ad irritarti, allora è giunto il momento di eliminarlo, mettere una bella croce sopra e non pensarci più. E sperare che in futuro non vi incontrerete negli stessi post(i). Naturalmente, lui non si accorgerà di niente, se non per caso, dopo mesi, e rimarrà stupito: in fondo che ha fatto di male?

Sembra tutto chiaro, ma rimane solo  un piccolo problema. Una mia amica dice: “ma con i sentimenti, con le emozioni, come si fa? Si bannano, si bloccano, si eliminano?”

A questo, purtroppo, Zucky non ha ancora pensato.

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Si fa presto a dire toy boy

Appurato, quindi, che i nostri quarant’anni ce li portiamo egregiamente, e che, nonostante ciò, siamo ancora single, facciamoci due domande e diamoci tre, quattro, otto, mille risposte.

Il dramma di chi si sente giovane dentro, e lo sembra anche fuori, è che no, proprio non ce la fa, a trovare qualcuno della sua età o, ancora peggio, più grande. “Quello? Ma ha quarantacinque anni, è un vecchio!”  “Veramente ne ha solo cinque più di te” . Ah, bene.

E poi, diciamolo, se vai a pescare nel bacino quaranta e dintorni, cosa puoi trovare attaccato all’amo? (ho detto AMO)

Uomini sposati. Potrebbero anche andare bene se vuoi continuare allegramente la tua vita e non rinunciare alla tua libertà. Tu ti prendi il meglio, la parte ludica, per così dire, e le mogli stirano le camicie e fanno i compiti coi bambini. Soluzione interessante. Non va bene per le romantiche che sognano il grande amore, tipo me.

Uomini separati. E già qua, ti senti quella che è arrivata tardi al buffet e si deve accontentare di quello che gli altri hanno scartato. Quella a cui hanno fatto un regalo riciclato. Quella che compra borse vintage ai mercatini dell’usato. Senza contare che in questa categoria rientra buona parte dei disillusi, che poca voglia hanno, magari anche giustamente, di rimettersi in gioco e provare a costruire qualcosa con te (scusa sai, ma ora voglio pensare un po’ a me stesso). Senza tralasciare il dettaglio affatto trascurabile che spesso te li devi prendere con l’opzione di serie “prole a carico”. Cioè, se già il tuo senso materno è a livello riserva con tanto di spia rossa lampeggiante,  figuriamoci coi marmocchi di seconda mano. Che poi capita che la mattina lui ti dica “beati quelli che si possono svegliare coi loro figli”, e alla tua, ingenua e minchiona risposta “ma non sei felice di svegliarti con me?” obiettano candidamente “ma non è la stessa cosa”. Ecco: la competizione con una mocciosa di tre anni anche no, specialmente se è bionda con gli occhi azzurri.

Sfigati, mammoni & co. Quelli che se nessuno se li è presi fino ad ora perché dovresti prenderteli tu? (oddio mi rendo conto che il discorso vale anche al contrario).

E allora, ci buttiamo su quelli più giovani? I cosiddetti toyboy? Eh ma si fa presto a dire toy boy. I toy boy fighi toccano a Madonna o a Demi Moore, qui l’orchestra suona tutt’altra musica.

Dico, non so se avete notato come sono i trentenni di adesso. Minimo minimo se ti va bene te li trovi la mattina che si lamentano perché il materasso era scomodo e si sentono le ossa a pezzi, se ti va male potresti ridurti a fare la badante per il resto dei tuoi giorni, finché sciatica non vi separi.

La mia amica ha elaborato una tattica di rimorchio: dice di mentire riguardo alla nostra professione e inventarci un altro lavoro. Nello specifico “tu dici che scrivi (e certo così magari poi ti chiedono cosa e se rispondi “cazzate su Facebook” la serata è finita o ti fanno un TSO)  e io che faccio l’architetto” (e anche lì spero che nessuno le faccia domande strane su planimetrie o verifiche catastali). Insomma, dice che così gli uomini si approcciano in modo più tranquillo, chè se dici che se medico si intimoriscono  (ma non  nel senso di “fai il bravo se no il dottore ti fa la puntura”) e scappano. Sarà, ma a me non mi pare. Tutto sto timore non lo vedo. Anzi. Ipocondriaci come sono e appassionati di malattie quasi quanto di playstation, non vedono l’ora di trovarsi di fronte qualcuno a cui raccontare i loro malanni, a gratis per giunta (al massimo al costo di una birra).

Però ho pensato che sposerò la sua idea e la prossima volta dirò di essere, che so, un’estetista, così almeno sarò sicura di non trovarmi un’ameba spalmata sul divano a cui fare da infermiera. Spero soltanto che poi non mi chieda di fargli le sopracciglia.

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Largo alle AILF

quarantenni01G

Tempo fa postai sul mio profilo una foto “in tiro” davanti allo specchio, un selfie in perfetto stile bimbaminchia. Ma, non avendo più l’età per essere una bimbaminchia, aggiunsi a questo autoritratto la didascalia “milfminchia”. Qualche amico precisino obiettò che, non essendo una mother, tecnicamente non rientravo neanche nella categoria milf.
E niente, mi trovavo di nuovo nella terra di nessuno, senza neanche un’etichetta con cui autodefinirmi, come quelle cose che non sai dove mettere e finiscono nell’indifferenziata.
Qualche tempo dopo sono stata a trovare mio nipote e ho quindi pensato di coniare un acronimo che identificasse me e tante mie amiche :AILF.
Dove la M di mother è sostituita dalla A di auntie (zietta).
Le zie single che tengono botta, insomma!
In fondo, sono sempre più le donne che gravitano intorno ai “40” che sono single nonostante non siano da buttare via, hanno una vita intensa ed impegnata, e quasi sempre hanno dei nipoti.
Non hanno niente a che vedere con l’idea di “zia” a cui rimanda l’immaginario collettivo o che lo stesso nome evoca, spesso sono zie pasticcione o sgangherate capaci di fare più danni degli stessi nipotini che maldesteamente si trovano ad accudire.
Ormai lontane dall’udire il tic tac dell’orologio biologico, che hanno chiuso in qualche cassetto per non sentirne il rumore, portano fiori sulla tomba del loro istinto materno passato a miglior vita da tempo.
Sono convinte che un nipote sia la fusione perfetta tra il mantenimento delle proprie abitudini e il divertirsi a spupazzare un marmocchio. Marmocchio che all’occorrenza viene restituito ai legittimi proprietari.
Sono zie diseducative, fondamentalmente, già solo per il fatto di essere arrivate a diventare AILF dopo averne combinate di tutti i colori!
Eterne Peter Pan che non riescono a immaginare una vita senza uscite, concerti, cinema, palestra, hanno 40 anni ma sovente ne dimostrano dieci in meno esteriormente, e almeno venti in meno mentalmente.
Da loro le nipotine non impareranno l’uncinetto ma il valore di una borsa e di un paio di scarpe, la differenza tra un kajal e un kohl, l’importanza fondamentale della piastra e la diffidenza nei confronti dei maschietti.
I nipotini subiranno la gelosia tutta femminile delle AILF che si sommerà a quella materna, e, le aspiranti amichette, a loro volta nipoti di altre AILF, saranno vittime di durissime selezioni.
Quando cresceranno, e diventeranno dei piccoli rubacuori, le zie non riusciranno a trattenere un moto d’orgoglio e un sussulto di soddisfazione, dimenticando d’un tratto la loro vita passata a contare i danni degli innumerevoli furti cardiaci subiti.
Insomma una zia è sempre una presenza bellissima e importante nella vita di un bambino, pensa poi se è pure una zia figa!
Quindi…scansete MILF e largo alle AILF 🙂