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Fino alla fine

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E’ stata una di quelle giornate tragiche oggi. Quelle in cui al posto della testa hai un’enorme pentola in cui ribolliscono tutte le emozioni e gli stati d’animo, come in un grosso minestrone: la felicità, la speranza, la delusione, lo sconforto, la tristezza e poi ancora la speranza e lo scoramento. Vengono a galla prima l’una e poi l’altra facendo a pugni in un vorticoso moto convettivo. Proprio come questo Maggio, dove si stanno concentrando tutte le stagioni in una settimana, ho visto concentrarsi in me tutte le stagioni dell’anima in un giorno solo. E alla fine ti senti spossata e intontita.
Poi mi sono ricordata di una cosa: che alle emozioni non bisogna resistere altrimenti prendono il sopravvento, ma bisogna adattarsi ad esse, aprire una diga e lasciarle passare in modo che non possano fare troppi danni.
E mi è venuto in mente un altro monito che spesso dimentico. Che almeno l’età e le esperienze passate ci hanno portato, non dico un po’ di saggezza, ma sicuramente qualche grande insegnamento.
Uno di questi è che assolutamente inutile preoccuparsi o colpevolizzarsi se non si riesce a mettere la parola fine a una storia. Perché, spesso e volentieri non dipende da noi: le cose vanno come devono andare e quella fine arriverà comunque, quando deve arrivare. Magari quando arriverà sarà cruenta e dolorosa, oppure farà il suo ingresso in sordina senza colpo ferire.
Ma è sempre uno spreco di energie lottare contro i propri desideri e ignorare le urla che vengono dal profondo del cuore. Il che non significa invischiarsi in storie a senso unico, arroccarsi su relazioni disfunzionali, inseguire chi fugge. No. Significa spogliarsi di una certa rigidità ed essere indulgenti con se stessi se ogni tanto si fa un passo falso. Perdonarsi se non si riesce a dimenticare.
Direte a voi stessi “Non dovevo farlo” o saranno le vostre amiche a dirvi “E’ ora di dire basta”. L’ho fatto anch’io tante volte, tentando di sostituirmi al giudizio e ai sentimenti di qualcuno che mi raccontava le sue sofferenze. Ma era utopistico e anche un po’ presuntuoso. Perché ognuno dentro di sé sa quando è arrivato il momento di chiudere.
Ognuno di noi ha un certo grado di resistenza agli urti e prima di capire le cose deve sbattere la testa contro la realtà un tot di volte. Ad alcuni basta un colpo solo, altri (tipo me) hanno bisogno di interventi reiterati, però poi ci arrivano.
Ma alla fine ho capito che se non arriva quella bella testata finale, ogni nostro sforzo di volontà è totalmente vano e inefficace.

Tanto quel giorno prima o poi arriva e, tutto ciò che possiamo fare, è scegliere di vivere il tempo che lo precede con serenità oppure con tormento.

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Cosa resterà di questi anni ’80

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Avrebbe mai potuto immaginare, il (sempre) buon (anche se) vecchio Raf, che qualcosa di questi anni 80, non solo sarebbe rimasto, ma sarebbe riemerso dagli abissi, minaccioso come Godzilla?

La storia si ripete, come anche la moda. Corsi e ricorsi storici. Corsi di decoro e ricorsi al Tribunale del buon gusto, sarebbe meglio che fosse. Quando, da ragazzina, indossavo qualcosa appartenuta all’epoca della fanciullezza di mia madre, qualcosa da lei stessa archiviata nel cassetto della memoria con l’etichetta “roba vecchia” (oggi diremmo vintage), lei mi guardava con disapprovazione e disgusto ed esclamava: “Fou meu! Queste cose si usavano quando ero ragazzina io!”. Non ci trovavamo mai sull’argomento abbigliamento ma ora capisco che tutta quella repulsione forse era solo il frutto di un’associazione psicologica tra le mode che si riproponevano e un passato ormai andato.

Perché adesso, in questo salto generazionale, è arrivato il momento del mio disgusto.

Diciamolo, la moda anni 80 è stata obiettivamente una delle più brutte in assoluto. Però non so quanto questa obiettività sia falsata e contaminata anche da un atteggiamento di repulsione rispetto a tutto quello che sono stati quegli anni.

Soprattutto se li hai attraversati remando contro vento sulla nave delle adolescenti sfigate, col tuo apparecchio, l’acne giovanile e una portaerei come lato B.

Quindi vedere tutti questi rigurgiti anni ’80 mi provoca una certa inquietudine. Prima i pantaloni a vita alta, poi il risvoltino con le scarpe stile inglese (vedo le ragazzine entusiaste di questi acquisti e mi chiedo come facessi a metterle anch’io, con lo stesso entusiasmo), Carla Gozzi che dal suo blog dà consigli su come usare la gonna pantalone (la gonna pantalone, non so se rendo l’idea della gravità della cosa). Per scivolare precipitosamente nella deriva trash, stamattina, mentre da Caledonia cercavo un leggins-jeans -che ormai quelli normali non mi entrano più- ho avvistato, con grande sgomento, i jeans nero sbiadito, quelli un po’ grigio un po’ nero, un po’ marmorizzati ecco. Non sono neanche riuscita ad evitare che dalla mia bocca uscisse la poco elegante esclamazione: “No, grazie, quelli li odio!”

Ho solo pensato che presto sarebbe arrivata la fine.

Che a breve mi torneranno i brufoli, che la frangia diventerà un ciuffo tenuto su con quintali di lacca, che tornerò a essere una 46 (che poco ci manca) e che in tutti i selfie, anche quelli più fighi, mi spunteranno i baffi, come in una specie di effetto sul genere Ritorno al futuro.

Spero che qualcuno faccia subito qualcosa per questa incombente minaccia per la società: un’interrogazione in Parlamento, una manifestazione contro la permanente, uno sciopero per bruciare le bandiere fluo. Qualsiasi cosa.

Divertitevi con le vostre stranezze da passerella ma lasciate che gli anni 80 restino lì, dove il nostro Raf li aveva lasciati.

Per favore.

(foto da blog.cliomakeup.com)