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La pallottola della fiducia

roulette_russa

Rileggevo un mio post sulla fiducia scritto, guarda caso, proprio un anno fa di questi tempi. E mi è venuto da sorridere. Perché sono stata troppo ottimista riguardo all’aver maturato una certa diffidenza e ad aver imparato a riconoscere i campanelli d’allarme per evitare fregature.

Invece no. Non ci siamo proprio. Magari in un anno ho dimenticato tutti gli insegnamenti, ma mi duole constatare, con grande rammarico e amarezza, che siamo di nuovo punto e a capo.

Ho preso una di quelle batoste che si potrebbero inserire negli annali delle batoste, se esistessero. Una “sola” clamorosa. Solo perchè mi sono fidata ciecamente. Perché non ho fiutato il marcio. Perché non sono stata abbastanza furba da capire che la puzza di marcio spesso è coperta e occultata da quintali di profumo. L’eau du sfigat. Il bravo ragazzo. Quello del “Ti puoi fidare di me, io non sono come tutti gli altri”. Peggio di tutti gli altri, infatti.

Pare che sventolare la bandiera dell’ “IO SONO DIVERSO”, sia una tendenza diffusa e fastidiosa quanto il risvoltino ai pantaloni. Perché, come giustamente sottolinea sempre una mia amica, se ti reputi migliore degli altri, che motivo hai per proclamarlo mettendo le mani avanti? Dimostralo. A parole siamo tutti bravi.

E invece, accanto alle donne “sperte” come la mia amica, ci sono le allocche, tipo me, a cui basta un’affermazione del genere, due moine e quattro attenzioni, per perdere completamente la bussola e abbassare tutte le difese.

Ma stavolta no. La lezione l’ho imparata e pure bene. La sto recitando come un mantra, come le materie dell’università che ripetevo fino alla nausea.

Ora non mi fido di default. Tutto il resto sono fatti.

Che poi so che non è bello percepire la sfiducia altrui. Ci sono passata anch’io dall’altra parte ed è una cosa che rovina i rapporti, perchè il fidarsi e l’affidarsi, secondo me, sono la base di ogni relazione. Ma di una relazione che in un certo modo è maturata e ha preso una forma, non di un rapporto appena iniziato. Quando è tutto un po’ come una roulette russa. Che puoi essere fortunata e beccare quello che davvero è diverso, come potresti beccarti la pallottola del solito stronzo.

Quindi, finchè non lo sai, meglio non rischiare.

 

 

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Uomo plastilina

 

“Tutto ciò che un uomo non è pronto a fare con te, sarà pronto a farlo con quella dopo di te”. (cit  Memorie di una vagina)

Ma anche: “Io non ho capito certe donne come li modificano istantaneamente” (cit la mia amica Iole)

Stiamo parlando di un interessante fenomeno paranormale, di un mistero irrisolvibile, di una cosa che stuzzica la fantasia dell’ignoto come il quarto segreto di Fatima. Del potere che hanno alcune donne di manipolare un uomo e fargli cambiare completamente rotta rispetto a quelle che, fino a un attimo prima, erano le sue salde convinzioni.

“Sono un tipo molto riservato” “Non mi va che la gente parli della mia vita privata” “Non mi piace postare foto mie su FB” ”  E dopo neanche due mesi te lo trovi con tanto di foto profilo su whatsapp e Facebook, accompagnato dal tag dell’amata e da un pullulare di faccine emozionate e cuoricini di risposta a tutti i commenti di congratulazioni.

“Non mi sento pronto, ero abituato a stare solo” E si prende una con tanto di prole a seguito.

Che se la cosa non fosse così ridicola dovresti tornare nuovamente a spremerti tutte le ghiandole lacrimali fino all’ultima goccia.

Ma stavolta non ce la fai. Perché resti troppo basita. E poi nemmeno lo riconosci più, in quei selfie con le mossettine e le boccucce, guardi sconvolta come se stessi guardando le foto di un’amica e pensi “Ma chi diavolo è questo?”

Io li chiamo uomini plastilina, quelli che hanno una personalità talmente debole da farsi plasmare dalla “magara” di turno, che li modella a suo completo piacimento, facendo fare loro cose che non avrebbero fatto mai con te o con un’altra.

Che li trasformano seduta stante. Che tu pensavi di avere a che fare con un certo tipo di persona e invece te ne trovi davanti un’altra, totalmente diversa, come se fossero affetti da un disturbo di personalità multipla.

Mi fanno quasi pena, poveretti. Però loro, queste streghe del nuovo millennio, le invidio, e pure assai. Non so come facciano. Non hanno nessuna dote particolare di solito, né spiccano per intelligenza, simpatia, carattere, anzi, più sono strosce e insignificanti, più riescono nell’impresa dove quelle prima di loro hanno fallito. Quindi hanno qualche potere magico che magari si saranno tramandate di madre in figlia e di cui noi poverette, che continuiamo a tenere in vita le relazioni con empatia e amore, siamo all’oscuro.

Però si sono prese un uomo plastilina, e non so quanto questa scelta sia vantaggiosa. Io un uomo senza attributi e senza personalità, lo cedo volentieri.

Divertitevi a giocarci voi e fateci tanti bei pupazzi, uno per ogni occasione.

Perché la plastilina non diventerà mai roccia.

plastilina

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Teoria “stronzer”

gender

 

Ho elaborato una mia teoria sugli stronzi. Statemi a sentire che ve la enuncio. Richiama un po’ la teoria “gender”, per cui la chiamerò teoria “stronzer”.
Abbiamo visto che esistono gli eterosessuali convinti ( e tra loro una buona quota di omosessuali latenti), gli omosessuali (che fino a ora sono gli unici che sanno quello che vogliono) e i bisessuali (quelli che se la passano meglio in realtà, perchè dover scegliere quando “tu gust is megl che uan?”).
Allo stesso modo esistono altre tre tipologie di uomini:
Gli stronzi acclarati. Quelli che vengono preceduti dalla loro fama, i belli e dannati, i dongiovanni, gli irresistibii e irraggiungibili che trattano le donne come Kleenex.
In questa categoria inserisco la sottocategoria degli stronzi dichiarati. Quelli che, dopo il primo o il secondo accoppiamento, ti rivelano la loro idiosincrasia verso le relazioni stabili e intonano un gioioso inno alla vita da lupo solitario e al disimpegno.
In realtà in ciò esiste una contraddizione formale, lo ammetto. Perché se uno ti dice che è stronzo in effetti ti sta dando la possibilità di scegliere quindi tanto stronzo non lo è. Ma non sono in vena di sillogismi.
Poi ci sono i “bravi ragazzi”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati. Quelli che poi, finisce che li lasci tu (diciamolo).
Ma la categoria senza dubbio più interessante è quella dei “BIMORALI”. Quelli che in una donna vedono una possibile compagna, che non si perdono in storielle, che sono capaci di costruire, che hanno avuto solo storie “serie” e lunghe. Quelli che sono straconsigliati e strasponsorizzati.
Ma che all’occorrenza -cioè con te- si trasformano in adorabili stronzi da sbattere con la testa al muro fino a farli diventare carta da parati.
Io ho un talento tutto particolare in questo campo, nel far venir fuori lo stronzo anche dal migliore dei bravi ragazzi.
Cioè anche il più sfigato degli sfigati, quello che è sempre stato mollato, con me, magicamente ringalluzzisce e assurge a “trombeur de femme”.
Sono una sorta di Re Mida al contrario. E questa cosa, un giorno, qualcuno me la dovrà spiegare.

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Fino alla fine

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E’ stata una di quelle giornate tragiche oggi. Quelle in cui al posto della testa hai un’enorme pentola in cui ribolliscono tutte le emozioni e gli stati d’animo, come in un grosso minestrone: la felicità, la speranza, la delusione, lo sconforto, la tristezza e poi ancora la speranza e lo scoramento. Vengono a galla prima l’una e poi l’altra facendo a pugni in un vorticoso moto convettivo. Proprio come questo Maggio, dove si stanno concentrando tutte le stagioni in una settimana, ho visto concentrarsi in me tutte le stagioni dell’anima in un giorno solo. E alla fine ti senti spossata e intontita.
Poi mi sono ricordata di una cosa: che alle emozioni non bisogna resistere altrimenti prendono il sopravvento, ma bisogna adattarsi ad esse, aprire una diga e lasciarle passare in modo che non possano fare troppi danni.
E mi è venuto in mente un altro monito che spesso dimentico. Che almeno l’età e le esperienze passate ci hanno portato, non dico un po’ di saggezza, ma sicuramente qualche grande insegnamento.
Uno di questi è che assolutamente inutile preoccuparsi o colpevolizzarsi se non si riesce a mettere la parola fine a una storia. Perché, spesso e volentieri non dipende da noi: le cose vanno come devono andare e quella fine arriverà comunque, quando deve arrivare. Magari quando arriverà sarà cruenta e dolorosa, oppure farà il suo ingresso in sordina senza colpo ferire.
Ma è sempre uno spreco di energie lottare contro i propri desideri e ignorare le urla che vengono dal profondo del cuore. Il che non significa invischiarsi in storie a senso unico, arroccarsi su relazioni disfunzionali, inseguire chi fugge. No. Significa spogliarsi di una certa rigidità ed essere indulgenti con se stessi se ogni tanto si fa un passo falso. Perdonarsi se non si riesce a dimenticare.
Direte a voi stessi “Non dovevo farlo” o saranno le vostre amiche a dirvi “E’ ora di dire basta”. L’ho fatto anch’io tante volte, tentando di sostituirmi al giudizio e ai sentimenti di qualcuno che mi raccontava le sue sofferenze. Ma era utopistico e anche un po’ presuntuoso. Perché ognuno dentro di sé sa quando è arrivato il momento di chiudere.
Ognuno di noi ha un certo grado di resistenza agli urti e prima di capire le cose deve sbattere la testa contro la realtà un tot di volte. Ad alcuni basta un colpo solo, altri (tipo me) hanno bisogno di interventi reiterati, però poi ci arrivano.
Ma alla fine ho capito che se non arriva quella bella testata finale, ogni nostro sforzo di volontà è totalmente vano e inefficace.

Tanto quel giorno prima o poi arriva e, tutto ciò che possiamo fare, è scegliere di vivere il tempo che lo precede con serenità oppure con tormento.

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La pioggia delle idee

pioggia

Il ritorno al paesello ha sempre una connotazione di accoglienza e accudimento, specie in quei momenti in cui senti maggiormente il bisogno di essere accudita e accolta. E dopo la passeggiata/sfogo con l’amica “tosta”, quella che ha sempre la risposta a tutto e che è capace di aprirti gli occhi, arriva il momento del confronto con l’amico uomo. Non un uomo qualsiasi, ma uno con intelligenza, sensibilità e spirito di osservazione fuori dal comune. Uno che guardandoti negli occhi ti dice la verità che non vorresti sentire ma senza ferirti, uno che resetta le tue paranoie, uno con cui è fantastico confrontarsi per gli enormi spunti di riflessione che ti regala.
Sulle panchine di una piazza che è stata la tua culla, lo scenario dei tuoi amori giovanili, il palcoscenico della tua adolescenza, sotto una fitta pioggerellina che dà quel tocco dolcemente malinconico a un primo maggio di maltempo, parliamo di sentimenti e di relazioni.
Lui mi dice che in ogni sentimento e in ogni relazione, in fondo c’è sempre un fondo di opportunismo e utilitarismo e nessuno è immune da questo vizio di forma.
“Si dovrebbero scegliere persone lontane da noi, dai nostri contesti, dal nostro ambiente. Le persone dovrebbero amarci semplicemente perchè siamo noi e non per il nostro ruolo, i nostri successi, il nostro essere brillanti, ma solo perchè siamo noi”
Mi dice che tanti uomini partono in quarta e poi, dopo poco, ingranano la retromarcia. Perché hanno paura. E non paura degli impegni, delle discussioni, delle responsabilità, delle difficoltà di una vita a due, ma hanno paure di voler bene. Paura di donare se stessi. Dice che siamo scivolati pericolosamente nella deriva dell’ anaffettività.
“Io ti conosco bene” mi dice “tu sei una che dà senza riserve e il guaio è quando, sul tuo cammino, trovi persone che partono con delle riserve già costruite, portandosele dietro in un tentativo di far funzionare qualcosa che sanno già non possa funzionare”. Nel migliore dei casi, aggiungerei io. Nel peggiore parlerei di estrema superficialità e malafede.
Concordiamo sull’incontrovertibile dato che ormai siamo tutti abbastanza grandi dal sapere a cosa andiamo incontro entrando nella vita di una persona, dei rischi che corriamo, delle responsabilità che dobbiamo assumerci. Perché siamo anche in grado di capire che tipo di persona ci troviamo davanti.
Squilla il telefono. E’ festa, e siamo sempre in un paese del Sud. La famiglia lo attende intorno a una tavola imbandita.
Prima di salutarci mi ricorda che un rifiuto non deve mai mettere in discussione la nostra persona o minare la nostra autostima. Farci sentire meno belli, meno intelligenti, meno qualcosa degli altri. Semmai, è proprio chi questo rifiuto te l’ha sbattuto in faccia, che dovrebbe mettersi discussione.
Che razionalmente, ‘ste cose le sappiamo tutti. Ma non ci crediamo mai fino in fondo.

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Toy boy dei paesi tuoi

 

 

Uno dei fenomeni mediatici che spacca il web in due è indubbiamente la blogger Selvaggia Lucarelli: o la si odia o la si ama, o la si insulta pesantemente o la si applaude.

Personalmente a me piace molto, pur trovandola inopportuna in alcune occasioni, ma sono libera da preconcetti e puzze sotto il naso che mi impedirebbero di sorridere della sua penna ironica e graffiante e di emozionarmi coi suoi pensieri più profondi.

Da oggi ho un motivo per stimarla ancora di più. Il suo nuovo fidanzato. Un musicista di 26 anni.

Stima, stima, stima.

Ho palesato questo entusiasmo in un mio stato di FB e si è scatenata una diatriba, nata da visioni divergenti sugli equilibri anagrafici della coppia.

Il mondo è bello perché è vario, così, dalle opposte fazioni sono venuti fuori consigli ed esortazioni di differente carattere.

Qualcuno si è associato al mio entusiasmo, altri, più cautamente, hanno inneggiato al valore della maturità.

Tendenzialmente, sarà perché la mia testa è rimasta sempre piccola, corentemente con la mia statura e la mia taglia di reggiseno, non ho mai frequentato gente più grande di me. Al contrario.

Solo una volta mi sono lasciata sedurre dal fascino di un uomo più grande.

Ed è stata subito tragedia.

La prima tragedia è che, nonostante portasse  benissimo i suoi anni, se pensavo alla sua età mi sembrava “vecchio”. Ma aveva l’età che ho io adesso.

La seconda tragedia era il baratro tra diverse  vedute, mentalità, modus vivendi che dieci anni rappresentano.

Del resto avrei dovuto fiutare subito l’odore del dramma, come il mio gatto fiuta l’odore del prosciutto.

Quando apri lo sportellino della macchina e ti trovi nelle mani una boccetta di Iperico, lo guardi interrogativa e lui ti risponde “L’essere umano è perennemente infelice”

Quando tu hai trent’anni e sei nel pieno della tua vita, dei tuoi progetti, della tua corsa verso il futuro e vai a sbattere contro il muro della frustrazione e dell’insoddisfazione, quando vedi in lui una persona “arrivata” che fa già il lavoro per cui tu stai studiando, che è professionalmente realizzato e lui ti dice “Ho quarant’anni e la ma vita è un fallimento”.

Solo perché non ha una compagna, dei figli, una famiglia sua. A 40 anni, mica a 70, eh.

Sì, sarebbe bastato questo, lo so, ma a volte (sempre) soffro di una strana forma di miopia sentimentale.

E poi, lo ammetto, avevo una storia più importante da dimenticare. E così ho continuato su questa strada lastricata di dubbi e stranezze, mentre sentivo il suo mondo distante anni luce dal mio.

Finchè la tragedia non raggiunse il suo climax. Quando, spinto da quest’irresistibile voglia di mettere su famiglia e incurante della mia necessità di una frequentazione soft, mi presentò a sua madre.

E lì fu l’apoteosi. Lei mi odiò subito. Dalla prima volta che mi vide: in quella imbarazzante situazione che più che una cena era un test d’ammissione, dove io con le mie extension viola e i collant arancioni ero l’esaminanda, mentre la madre amimica e la sorella col cardigan grigio, abbinato alla sua anima, erano la commissione.

Fu un crescendo di musi, incomprensioni, sarcasmo gratuito.

Fin quando, essendo miope ma non masochista, mi esplosero le ovaie. E allora mandai tutto a quel paese: madre, figlio, sorella e mi riappropriai della mia libertà e della mia vita fuori dalle (loro) regole.

Durò poco, pochissimo, ma il necessario per farmi ricordare perché io, quelli più grandi, non li avevo mai considerati.

Dopo la fine di questa storia lui ha continuato la sua corsa contro il tempo per la costruzione di una famiglia e si è subito sposato.

Io, adesso, ho la sua età di allora: non ho più le estenxion ma solo un piercing ed un tatuaggio, non mi sento una fallita perché non ho un compagno e dei marmocchi, e continuo felicemente la mia vita.

 

http://www.gossipblog.it

Grazie a: F.C. (Evito di Dirlo) per il titolo e a Presa Blu (uaresovain) per l’ispirazione 😉

 

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A volte ritornano

cuore

Se si parla di sparizioni non si può fare a meno di aprire un capitolo strettamente collegato: quello dei ritorni!

La mia amica E (sempre lei, la solita) ormai non ne può più dei suoi fantasmi del passato che ritornano ciclicamente sulla sua cronologia whatsapp.

Perchè, diciamolo, alla fine, in un modo o nell’altro, e con tempistica variabile da caso a caso, tornano sempre tutti. Ex fidanzati, ex amanti, ex trombamici, ex “frequentatori”, ex qualsiasi-cosa-che-sia-ex. Con una scusa, per uno scherzo del destino, con un “like” che funge da amo. Raramente con un’intenzione seria e concreta.

Questa credo sia una differenza fondamentale tra uomini e donne.

Noi magari ci distruggiamo, consumiamo pacchi interi di fazzoletti, sfracelliamo le ovaie alle nostre amiche fino allo sfinimento, disattiviamo l’account di Facebook, ingurgitiamo boccette intere di fiori di Bach, diamo fondo a barattoli di Nutella, ma poi ci passa.

Poi arriva il giorno fatidico. The “Sticazzi” day. Quello in cui il tornado è passato e al massimo ha sradicato due alberi. E noi siamo di nuovo pronte e pimpanti. E del tizio, a malapena ricordiamo il nome.

Loro no. Loro non si sa perché (cioè, in effetti si sa) devono tenere in piedi questa rete fitta di rapporti, questa ragnatela del “non si sa mai” dove tu potresti essere la prossima mosca, o una delle prossime.

Il problema è che quando uno di questi personaggi si ripropone ci fa lo stesso effetto di una peperonata fritta nell’olio vecchio di una settimana. Pesante. Indigesto Pro-emetico.

Non è il “No guarda, ho sofferto troppo non voglio darti un’altra possibilità”, è che proprio quando per noi una cosa è chiusa è chiusa.

E magari, di quella persona per cui ci siamo straziate, ora ci infastidisce persino la voce. Perché noi, quando le cose le facciamo, le facciamo bene.

Anche dimenticare.

 

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Siamo etero. Purtroppo.

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Sto attraversando una fase drammatica della mia vita, sotto diversi aspetti. La mattina perdo un sacco di tempo per cercare di ricomporre i pezzi della mia faccia perennemente stanca e della mia testa frammentata in più pensieri. Consumo quintali di correttore e illuminante per mascherare le occhiaie. Lotto coi capelli che andrebbero tagliati ma non c’ho voglia. Poi arrivo a lavoro e la mia amica mi fa: “Ma sai che ultimamente ti trovo proprio bene? Ti vedo più bella!”. Che i complimenti sono sempre un toccasana, ma quando divergono fortemente con la realtà, come in questo caso, ti insospettiscono. Quindi alla terza manifestazione di entusiasmo per la mia forma fisica le ho chiesto, scherzando: “Oh, ma non è che, niente niente, ti stai innamorando di me?”. E lei, sgranando gli occhi ed esplodendo in una delle sue fragorose e contagiose risate : “Ma no! PURTROPPO mi piace l’uomo”.

Allora ho realizzato che in quel “purtroppo”  sta la chiave di volta del nostro dramma esistenziale. Cioè, siamo ormai intimamente e fermamente convinte che se non ci piacessero gli uomini staremmo molto meglio. Ce la vedremmo tra di noi senza sprecare tempo, energie e lacrime dietro allo stronzo di turno. Ma siamo così sicure? Io penso che sarebbe anche peggio. Le donne sono tremende. Molto più degli uomini. Almeno quelli ti fanno soffrire perché sono superficiali, leggeri, seguono i loro istinti più bassi. Ragionano solo con quelli, l’ossigeno non arriva al cervello e -signoreperdonali- non sanno quello che fanno. Noi invece sappiamo essere cattive se lo vogliamo, capaci di ferire consapevolmente e con lucidità da killer.

E poi, col talento che abbiamo nel selezionare con precisione chirurgica le persone sbagliate, mica ci innamoreremmo di quelle simili a noi, quelle con la nostra stessa sensibilità? No, no! troveremo di sicuro la più stronza. É ovvio. Magari pure un’indecisa etero.

Dice “Tra di noi ci capiremmo”. Non ne sarei così sicura. Noi non ci capiamo neanche sole. E poi mica siamo come gli uomini che hanno quei due tre schemi mentali, quei protocolli d’azione che ‘na volta che entri nel meccanismo sei a posto. No, noi siamo molto più complesse. Sai che tragedia musi contro musi, isterismi contro isterismi, sbalzi d’umore mescolati a mutismi.

Allora, nonostante tutto, dopo averci pensato un po’ ho deciso che quel PURTROPPO sarebbe da rivedere.

Rifiuto l’offerta e vado avanti. Anche se nella scatola troverò il solito invertebrato. O la solita checca eterosessuale.

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Chi trova un amico, trova un ostaggio

Viaggio nel controverso mondo delle delusioni d’amore femminili

(Preambolo. Questo è un post scritto da un uomo: nonostante siano di poche parole, ogni tanto la parola bisogna darla anche a loro, specie se la sanno usare in modo magistrale, con eleganza ed ironia, come in questo caso)

La scienza ha così sentenziato: l’amicizia tra uomo e donna non può esistere. Nel corso dei secoli, il genere umano si è sempre interrogato sulla natura del rapporto amicale che lega maschio e femmina. La “Cassazione” delle relazioni interpersonali, dopo un lungo percorso che ha attraversato guerre, carestie, morti da social network, in ultima istanza, con sentenza passata in giudicato, ha fatto luce su una questione che teneva col fiato sospeso milioni di persone nel mondo. Il giudizio è chiaro, inappellabile: l’uomo pensa solo al sesso. La violazione dell’articolo 69, comma 1, lett.b, del codice dell’amicizia getta ombre inquietanti sulle relazioni fiduciarie tra uomini e gentil sesso intercorse in più di duemila anni di storia. L’Associazione “Donne contro maschio alfa”, una volta appresa la notizia, ha accolto con viva soddisfazione questa prestigiosa vittoria del genere femminile: “Noi ve l’avevamo detto”.
Ci sono casi, però, in cui il rapporto empatico che si crea tra soggetti di sesso diverso esula dalla sfera prettamente sessuale. L’alchimia tra individui pensanti, basata sulla condivisione di idee, stati d’animo, interessi, mette in atto un circuito di emozioni che sfidano le certezze incrollabili della scienza. Il retaggio storico dell’uomo “sessocentrico” sembra sgretolarsi e ridursi in piccoli frammenti. Da questo momento inizia il cammino di fede, il viaggio di speranza nel controverso universo dell’amicizia femminile. Un vero amico che si rispetti, infatti, dev’esser sempre pronto ad intervenire in caso di emergenza, di codice rosso da “bastardo di turno”. L’uomo è prigioniero del sesso. L’amico è ostaggio della femminista vessata. E non c’è studio scientifico che tenga.
“Sai, Tizio si è comportato da stronzo”. Tu ascolti le paturnie, rifletti sula strategia da utilizzare, provi ad elaborare un comportamento consono alla situazione. L’imprevisto però, quando ci sono di mezzo le farfalle nello stomaco, è sempre dietro l’angolo. E la domanda fatidica non tarda ad arrivare: “Tu che avresti fatto al posto mio?”. Dopo i due secondi di riflessione concessi dall’amica, ti si illumina la lampadina nel cervello, trovi la luce in fondo al tunnel, ti compare la figura di Woody Allen. Lui, genio del cinema, avrebbe risposto così: “Ringrazio Dio di non avermi fatto nascere donna. Avrei passato tutto il giorno a toccarmi le tette”. La risposta, ovviamente, paleserebbe un limitato tasso di sensibilità. L’ostaggio, però, avrebbe sbagliato in ogni caso. Prima opzione: in presenza di scollature abbondanti sarebbe stato impossibile smentire empiricamente la scienza. L’uomo pensa ai piaceri della carne, l’uomo pensa solo al sesso. Seconda opzione: i seni da coppa di champagne, per ovvi motivi, complicano ineluttabilmente la situazione. Bisognerebbe fare leva esclusivamente sul curriculum accademico. Titoli di coda per la risposta “woodyana”. La soluzione, dunque, è una sola: mi comporterei come la Salerno Reggio Calabria. Nella risoluzione ‘ndranghetistica della vicenda, il tizio in questione dovrebbe sciogliersi in bitume, in maniera tale da rendersi utile al rifacimento del manto stradale. L’approccio meno invasivo, invece, porterebbe “maschio x” al glorioso ruolo di segnaletica nel tratto autostradale di cui sopra. La soluzione soft non è contemplata. La realtà riporta coi piedi per terra. Le storie d’amore sono un sentiero tortuoso, un viaggio pieno di ostacoli nel tragitto. L’amore è la Salerno-Reggio Calabria.
L’avvento della tecnologia, purtroppo, ha trasformato, quasi rivoluzionato, la natura dei rapporti umani. Facebook è diventata la piazza di riferimento di aspiranti coppiette da bastone da selfie; whatsapp è la moderna Gestapo che controlla ogni movimento del soggetto verso cui si prova interesse; Skype è la stanza delle perversioni, dell’amore senza sfumature, dell’uscita Usb come filo conduttore del rapporto di coppia. In tempi moderni, la preoccupazione massima dell’amica è la seguente: “Ha visualizzato, ma non ha risposto”. La domanda sorge spontanea: ha visualizzato la zona giorno o la zona notte? Il silenzio sulla zona giorno cela un disinteresse verso la figura, l’estetica della persona. Risponderà, amica mia. Con calma, ma risponderà: ti dirà che sei di una simpatia travolgente. La questione zona notte è molto più semplice: il tizio ha visualizzato la mercanzia, ma non ha risposto. L’ansia da prestazione, la condivisione pubblica del voto delle attività goderecce, il possibile autoscatto in bagno, certificano la nascita di un amore platonico. L’ostaggio è finalmente libero. Il prezzo del riscatto è il tesoro che si trova nella fortezza dell’amicizia.

Elmo Cretino(a)

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