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….però brindo alla resa!!!

So che questo potrebbe sembrare un pezzo disfattista e pessimista ma preferirei definirlo cinicamente realista. Che poi, beh, ognuno fa i conti con le proprie esperienze e col proprio carrello della spesa in  questo supermercato della vita e, quando è in fila alla cassa, si fa due conti. E non tutti hanno buoni o carte fedeltà.

Gira e rigira nella borsa le uniche carte che ti ritrovi sono quelle dell’accettazione e della rassegnazione.

Sì, perchè alla fine è inutile lottare contro le cose che non riuscirai mai a cambiare, meglio se le accetti e ci diventi amica.

E così tutte le guerre combattute da quando eri ragazzina, dalle più stupide alle più importanti sono finite. Tregua. Armistizio.

La pancetta, la cellulite, le sopracciglia, i capelli crespi, il passare definitivamente alla taglia più grande. Beh, sui capelli in realtà mantengo ancora l’illusione di poter combattere dignitosamente e con coraggio. Sul resto mi sono arresa.

Non è vero. Per le sopracciglia ho fatto il microblading (ve lo consiglio, è una svolta).

Però…non mi ci accanisco più come una volta. Solo spreco di energia.

Quindi, se arrivi in un’età in cui maturi la consapevolezza che madre natura non ti ha fatto perfetta e accetti le tue imperfezioni, puoi anche maturarne un’altra, di consapevolezza: che c’è un’altra cosa che comunque ti è stata preclusa e per cui non puoi farci niente.

Quella cosa si chiama Amore.

E’ un po’ strano, sì, maturare e mettere nero su bianco queste riflessioni a un anno esatto dalla pubblicazione di un bellissimo post sull’Amore, che neanche sembra scritto da me, adesso. Era solo il frutto di un ultimo rigurgito di illusione, soffocato dallo scontro con la realtà.

Non so se chiamarla disillusione, scetticismo, amaro realismo. So che niente è come sembra. So che gli atti più ignobili, le cattiverie più basse, i comportamenti più assurdi arrivano sempre da chi meno te lo aspetti.

So che tutto è diventato stramaledettamene difficile, che le persone sono strane, che c’è diffidenza, chiusura, incapacità di relazionarsi. Che è più facile trovare la tua taglia l’ultimo giorno dei saldi che trovare a quarant’anni una persona con cui entrare in sintonia e condividere sogni, emozioni, progetti. E chi, ci riesce, beh, ha la mia stima.

So che se mi sono trasformata in una zitella gattara è perchè ho avuto i miei buoni motivi.

So che di soffrire ancora, farmi e farmi fare del male non ci penso nemmeno.

So che esistono tante forme di amore e, almeno per me, quella di un compagno è la meno nobile.

E so che preferisco continuare ad accarezzare i miei gatti piuttosto che accarezzare sogni che poi si infrangeranno su scogli crudeli e appuntiti di superficialità e insensibilità.

E preferisco versare calici di vino che versare inutilissime lacrime.

 

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Saudade

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A volte credo che l’unica dimensione in cui io sia in grado di vivere sia la nostalgia. Sto ancorata, come un naufrago della malinconia, e con tutte le mie forze, a una zattera di ricordi, frammenti, immagini del passato. Quella zattera dove ciò che poteva essere e non è stato sembra il mio unico modo di restare in vita. Guardo irresponsabilmente indietro invece di guardare avanti o vivere il presente. C’è sempre qualcosa che mi sfugge, in quell’attimo fuggente, mentre sono intenta a rievocare storie, sorrisi, emozioni ormai andate.
Non è un bagaglio, è un fardello.
Una zavorra che mi impedisce di volare.
Vogliamo le certezze, anche quelle che facciamo male. Ci accontentiamo di un’infelicità certa piuttosto che di una felicità sconosciuta.
Amiamo fare i conti col nostro Io più giovane e non riusciamo mai a confrontarci davanti a uno specchio.
E così, fuggire all’indietro, come un VHS in rewind, ci sembra la soluzione più facile.
Forse per questo mi trovo su questo treno, con gli occhi spalancati su un paesaggio che muta di attimo in attimo e che è metafora del tempo che non torna, mentre ci ostiniamo a volerlo fermare, afferrare, rielaborare.
Come gli alberi che si susseguono nei frame del nostro sguardo aggrappato a rotaie arrugginite e fiori d’agave stagliati sullo sfondo di un orizzonte che unisce i colori di cielo e mare.
Resti di una memoria immutata eppure mutevole.
E neanche il blu del mare, neanche quello è sempre lo stesso. E cambia, ora più dolce nelle delicate sfumature dell’azzurro ora più forte mentre urla da un blu intenso.
Niente rimane come prima, in uno scorrere di spazio e tempo di eraclitiana memoria.
Eppure la mente non riesce a rassegnarsi, distratta da quell’indietro perenne, soggiogata dalla dolcezza del passato, richiamata dal canto della nostalgia, come un Ulisse sperduto tra le spiagge dell’incertezza, che anela ad un approdo sicuro.
Mentre il suono stridente dei freni risveglia i miei pensieri riportandomi nel presente, nel qui e ora.
In una stazione che è arrivo per alcuni, partenza per altri, passaggio per molti.
E proseguo, silenziosamente, il mio viaggio nella vita.

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Un cuore a metà

Questo post lo volevo scrivere da un po’, ma non riuscivo a raccogliere le idee. Avevo bisogno,
però, di fare una sintesi su cosa sono stati e cosa hanno rappresentato, nel bene e nel male, questi ultimi otto mesi della mia vita.
Sono stati distruzione e ricostruzione, felicità e dolore, gioia e nostalgia, dubbi e certezze.
Ho lasciato la mia terra nove anni fa, in una decisione d’impeto, come tutte le decisioni che si rispettino. Sono partita con una valigia piena di incoscienza e necessità di dare una svolta alla mia vita, senza sapere assolutamente a cosa sarei andata incontro. E piano piano, tra mille difficoltà e in un crescendo di esperienze, incontri, lacrime, risate, paure e soddisfazioni sono andata avanti. Sempre più avanti. In una sfida continua coi miei limiti, o quelli che pensavo fossero limiti. E la mia nuova destinazione è diventato la mia seconda casa, i miei amici e i miei colleghi la mia seconda famiglia.
Pochi giorni fa una mia amica “virtuale” ha rilasciato un’intervista a Repubblica spiegando cosa ha significato per lei lasciare la Calabria in cerca di opportunità e stabilità al Nord.
Io sono un’emigrata “anomala”: sono passata da un Sud a un altro Sud.
Ma adesso credo che ci voglia coraggio ad andare ma ancora più coraggio a tornare.
La questione, per quanto mi riguarda, non si fonda su motivazioni ideologiche o sociologiche. Io, come scrissi tempo addietro, faccio un lavoro che è “servizio” e sono felice se posso dare, nel mio piccolo, un contributo a questa terra. Anche se è dura scontrarsi con le difficoltà quotidiane, con una mentalità legata a certi retaggi clientelari, a un sentirsi, per tante cose, molto indietro.
Il problema è che quando torni non sei più la stessa di nove anni fa. Quando stai così tanto tempo fuori, in un periodo della vita che è tutto di costruzione (di vita, di amicizie, della tua professione, del tuo mondo interno), quando torni, anche se torni a casa, alla fine non sai più dov’è e qual è casa tua. Ed è forse lo strano destino di chi sta bene ovunque ma non si sente di appartenere a nessun luogo.
All’inizio ti senti un pesce fuor d’acqua, poi piano piano guadagni il fiume e torni a respirare con le tue branchie che sono la volontà, la tenacia, l’entusiasmo. Ma è dura. Ti senti sola ed è strano. Ti senti estranea. Ti senti in un limbo.
Ho riletto i post del primo periodo di questa rivoluzione. Mi sentivo impaurita e disorientata ma anche entusiasta e curiosa. Ma la nostalgia era tanta, troppa.
Come era ancora fortissimo il legame con ciò che avevo lasciato. Con le abitudini. Quelle che ti fanno dire “Noi facciamo così” quando quel noi è un noi passato e non riesci ancora a sentirti parte di quel “noi “ presente. Che quando vai a ballare, parli del tuo maestro, ammorbando i tuoi amici, come si parla del proprio ex al tipo con cui esci appena finita una relazione. E “noi eravamo fissati col tempo”, e “noi balliamo pulito”, e “il mio primario odia i diuretici”. Insomma, quella fase di adattamento dove tutto ciò che hai lasciato alle spalle ti sembra più bello e più giusto.
Poi, beh, è successo qualcosa che non doveva succedere e il mio entusiasmo è salito alle stelle. L’amore cambia tutto. O quello che credevi fosse amore. E non ti fa vedere nient’altro. E allora, io, adesso, non saprei più dire cosa c’è stato intorno in quei mesi, quali fossero i pregi e i difetti della mia nuova scelta. Ero innamorata. E il resto non contava.
E quando l’amore finisce o si rivela un’illusione, quando la sofferenza ti investe in uno dei momenti più complicati della tua vita è un gran casino. La solitudine ti ripiomba addosso come un macigno. Tutte le cose belle che guardavi con occhi da innamorata, i tramonti, i colori, la luna piena, la montagna che sta proprio lì di fronte al mare, in uno scenario mozzafiato da cartolina, ora ti fanno solo male e ti sono invisi. E allora vuoi solo una cosa: scappare. Tornare da dove sei venuta, a quei luoghi che ora ti sembrano i più familiari, a quel senso di sicurezza e normalità, agli affetti costruiti nel tempo. Allontanarti. Fuggire via. Ma da se stessi e dal proprio dolore non si può fuggire. E così rimani, e ancora una volta la forza che hai dentro ti sorprende, ancora una volta riesci a risalire dal fondo.
E ripensi a quei post di otto mesi fa, ai dubbi, alle incertezze ma anche all’entusiasmo e alle motivazioni che ti hanno portato fin qui.
E scopri che quello che hai lasciato rimane per sempre. Nel tuo cuore. Nei tuoi ricordi. In quello che hai dato e ricevuto. E che tanto di bello ancora c’è da costruire. Per ogni persona speciale che hai lasciato ce ne sono altre che incontrerai, e allora il cambiamento lascia i panni della perdita per vestire quelli delle nuove opportunità. Diventa un regalo.
Anche se a volte hai la sensazione di vivere a metà, in quello stato emotivo racchiuso nell’espressione “stare con due cuori”. Io ho un cuore lì’, che batte per quei posti incantevoli, per le mie infermiere, per le mie colleghe, per i miei amici. E un altro cuore qui, dove circola l’amore per la mia famiglia, un cuore che mi sta facendo re-innamorare della mia terra, che è una continua scoperta, e che mi sta legando alle persone fantastiche che sto conoscendo.
É un po’ destabilizzante vivere con un cuore a metà: ogni volta che vado lì vorrei restarci ma poi torno e non ci penso più. L’ultima volta sono ripartita portandomi dietro una domanda di mobilità da compilare e inviare. Ma poi non l’ho fatto.
Magari è vero che quando ti allontani da qualcosa, la mente tende a riproporti solo i ricordi più belli, restituendoti, come uno specchio fatato, una visione della realtà edulcorata dalla nostalgia.
Ma davanti a questo specchio ci ho passato uno dei periodi più difficili della mia vita. Sono stati mesi duri. Terribili. Di nottate in bianco a pensare e a piangere. Di dubbi e sensi di colpa. Di grande sofferenza.
Forse solo adesso, che è passato quell’entusiasmo fittizio e che ho attraversato l’uragano che ne è seguito, posso realmente capire se davvero voglio restare. Resettando tutto e ricominciando esattamente da questo momento. Con un meraviglioso mare davanti, che è sempre il mio mare e che mi fa innamorare ogni volta che lo guardo e che-ne sono certa-mi darà le risposte che cerco.

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Il mare d’inverno

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Oggi pomeriggio ho rivisto una mia amica storica. Abbiamo pranzato insieme e poi siamo andate a fare una passeggiata a mare.

C’era vento e piovigginava un po’.

Ma il mare era magnifico. Magnifico e potente come solo il mare d’inverno sa esserlo. Le onde si infrangevano contro il molo, trasformandosi in una schiuma bianca che solleticava le nostre guance con i suoi spruzzi dispettosi.

Maestoso e irriverente. Suggestivo e disarmante.

Io ci metterei il mare d’inverno tra gli indicatori della qualità della vita.

Perché secondo me chi non ha mai visto il mare d’inverno , chi non si è lasciato ipnotizzare dai suoi flutti, chi non ha cercato conforto in quell’andirivieni, chi non si è emozionato con quell’amplesso tra le onde e la spiaggia che termina in un potente orgasmo della natura, è come un puzzle a cui mancano i tasselli centrali .

É incompleto.

Ha un vuoto, un deficit, che nessun autobus in perfetto orario potrà sanare.

 

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21 giorni

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Siamo al giorno 21.

21 è il numero di giorni necessari per cambiare un’abitudine, attraverso la costruzione di nuove reti neurali, indicato da Melz nel suo “Psicocibernetica” e ripreso da altri autori. E’ un concetto un po’ approssimativo e contestato da studi seguenti che hanno dato altri numeri, ma, tutto sommato, per quanto mi riguarda, i 21 giorni hanno sempre funzionato.

E ora sono al ventunesimo giorno della mia nuova vita e la vecchia mi sembra già così distante, un capitolo chiuso per tante cose, una sorta di dimensione onirica durata otto anni.

Distante da ciò che mi ha fatto male, dalle cose che non hanno avuto compimento, da un vecchio modello di comportamento.

Nel cuore sempre la vicinanza e l’amicizia dei momenti belli e delle persone speciali, ma adesso inizio a sentire mia anche questa dimora un po’ arrangiata, questo panorama, questi colori.

A non sentirmi spaesata e disorientata.

Sento quel frizzante piacere di guardare alla vita con occhi nuovi, di perdermi in strade sconosciute, di costruire, giorno per giorno, nuovi punti di riferimento.

In fondo il cambiamento è come una noce a fine serata davanti a un camino acceso: è un po’ una seccatura rompere il guscio ma quando inizi a deliziarti col suo contenuto non smetteresti mai…

 

 

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Il destino: che simpatico umorista!

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“Il destino ha la sua puntualità” cantava Liga, nella sua meravigliosa “Lettera a G”.

Evidentemente il mio deve avere qualche problema con gli orologi, oppure, come me, si confonde sempre quando deve puntare la sveglia.

Fatto sta che la mia vita, ultimamente, sta mostrando un esagerato e forzato senso dell’ironia. Come quei comici che non suscitano una particolare ilarità nella platea e ridono da soli alle loro battute. Che tristezza.

Il mio destino è un po’ così. Mi fa incontrare le persone giuste nel momento sbagliato, le persone sbagliate nel momento giusto, le persone sbagliate nel momento sbagliato. Ma mai le persone giuste nel momento giusto.

Ed è così simpatico che, a volte, per dare prova della sua brillantezza e genialità, tira fuori dal cilindro un coniglio di razza (veramente non so se esistono i conigli di razza) : uno di quegli amori impossibili per cui ti sei straziata il cuore, per cui hai versato così tante lacrime chè neanche sapevi potesse esistere tutte quel mare di lacrime, che ti faceva battere il cuore fortissimo, che ti chiudeva lo stomaco, o che lo trasformava in una gabbia per farfalle agitate. Proprio uno di quegli amori lì. O ex-amori. Perché quando il cameriere della tua vita te lo serve come dessert su un piatto d’argento, tu sei già all’ammazzacaffè. E i dolci neanche ti piacciono.

“Nessun dolore” cantava il grande Lucio. Io aggiungerei pure “Nessun piacere”. Nessun interesse. Nessuna emozione. Niente di niente.

Dopo anni in cui avevi sognato e atteso quel momento.

Destino, questa cosa che vuoi essere simpatico sempre e comunque ti sta sfuggendo di mano. Sei stato forse taggato per il Comic Awards Destiny? Se no non me lo spiego. Non potresti comportarti normalmente come tutti gli altri?

No perché, sinceramente, mi hai un po’ sfracellato i maroni.

Con affetto,

tua Nata

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NO LIMITS

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Penso che ognuno di noi sia un embrione costituito da cellule “totipotenti”  in continua crescita ed evoluzione che, in qualsiasi momento, può trasformarsi e far nascere qualcosa di nuovo.

        Che possiamo essere qualunque cosa noi vogliamo.

Che la nostra mente ha potenzialità sconfinate e noi ne sfruttiamo le risorse solo per una piccolissima percentuale. Che gli unici limiti che troviamo nella nostra vita sono quelli che ci mettiamo da soli con i nostri “non posso” e “non ce la faccio”.

Io lo so. Lo so  perché mai avrei potuto pensare di essere quella che sono adesso: di scavalcare gli ostacoli delle mie paure peggiori e di lanciarmi in esperienze un tempo inimmaginabili.

E allora, a volte mi fermo a pensare alla mia “vecchia” vita, come in una sorta di sliding doors, a cosa sarebbe successo se fossi rimasta sotto le coperte protettive di di un nucleo affettivo e se mi fossi costruita un’esistenza confezionata, con la sua rassicurante stabilità e la sua tranquillità soffocante.

Penso alle persone che non avrei conosciuto, ai posti che non avrei visto, ai libri che non avrei letto, alle strade in cui mi sono persa e ritrovata, alle lacrime che mi sarei risparmiata, alla forza che da quelle lacrime è scaturita come una sorgente di vitalità sempre nuova.

Vivere soli non è sempre bello. A volte è pesante. Tanto. Ma è un potentissimo strumento di crescita che ti carica come una molla e ti spinge a lanciarti sempre più avanti. Quando ti rendi conto che puoi oltrepassare i tuoi limiti poi hai voglia di alzare l’asticella e fare di più. Diventa una sorta di droga.

Non credo più alla storia della natura, del carattere e se a volte, incoerentemente,  faccio finta di crederci è perché difendo qualcosa che non mi va di cambiare (la timidezza ad esempio: non chiedetemi di socializzare).

La natura è multiforme e ci permette di evolvere e adattarci a contesti e situazioni: si chiama sopravvivenza.

Per alcuni è facile, per altri un po’ meno. Il coraggio si sperimenta solo provandoci, magari poi si scopre di essere meno pavidi di quello che si credeva. Perché nella vita ad ogni passo troviamo un bivio, un’occasione, un’opportunità per scegliere di cambiare, o soltanto, di migliorarci un po’.

E la scelta è sempre e soltanto nostra.

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Dimentica

Succede ogni volta. Ogni volta pensi che sia la fine. Che morirai annegata nelle tue stesse lacrine. Che stavolta no, non ce la farai. Che la forza per rialzarti, a sto giro, è proprio impossibile che riuscirai a trovarla. Chè l’hai consumata in tutte le interminabili notti a soffocare il pianto nel cuscino, ad aspettare telefonate mai arrivate, a fare a te stessa domande per cui non esistono risposte, a raschiare con le unghie il fondo di quel barile fatto di amarezza e delusione, tentando di tirarti fuori da quel fango in cui ti ci sei buttata da sola, per riuscire a riemergere e respirare aria nuova. Sei lì a ripeterti “passerà” come un mantra, perchè la vita ti ha insegnato che prima o poi passa, ma neanche ci credi fino in fondo. Non ci sono regole nè tempi. Ogni volta è diverso, anche se ogni volta sembra maledettamente uguale.
E poi un giorno succede. Succede che hai dimenticato. Hai dimenticato le notti insonni e il mal di stomaco. Hai dimenticato quegli strani personaggi incontrati sulla tua strada, che ora ti sembrano solo attori non protagonisti di un film girato molto tempo addietro, in una vita già passata, forse. Dimentichi il male e sei pronta a sorridere. E a ridere. Di te, di loro, delle tue formidabili disavventure, della tua ingenuità, del tuo prendere tutto sul serio, del tuo essere così sentimentale, del tuo scoppiare a piangere davanti a un ricordo.
Accade un giorno, all’improvviso. Oppure il dolore da acuto si fa piano piano più sordo fino a sparire del tutto, fino a che una mattina ti svegli col cuore leggero, lasciando tutto, ancora una volta, alle tue spalle. C’è una sorta di amnesia retrograda per quel momento. Io non ricordo il momento in cui tutto è passato, non ricordo dov’era situato lo spartiacque tra la tentazione di arrendermi e la voglia di continuare a vivere più forte di prima, ma c’è stato, e allora so he ci sarà sempre. Anche quando sembra impossibile. E so che dimenticherò tutto. Dimenticando anche di essere accorta, dimenticando le promesse fatte a me stessa, continuando a guardare il mondo con gli occhi da “Alice nel Paese delle Meraviglie”, buttandomi alla scoperta di quel mondo con la stessa fiducia di sempre. Dimentica di tutto.

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cieli grigi

Secondo giorno di primavera, e dopo una giornata che prometteva un’estate anticipata, oggi il cielo è di nuovo grigio. Il che mi dà la possibilità di pensare ad altri cieli grigi, ai tormenti interiori e alle ansie e all’insonnia di questi giorni.
In fondo ogni scelta porta con sé, ineluttabilmente, una indissolubile componente formata dalla rinuncia. Alla fine scegliere è anche decidere a cosa si vuole rinunciare, cosa si ha più paura di perdere o di non trovare mai.
Se ciò che spaventa di più sono le chiusure mentali o le chiusure di un cielo grigio.
Bisogna anche capire se la voglia di cambiamento o di nuovi stimoli è sana o è solo l’epifenomeno di un’instabilità psichica, dell’incapacità a costruire legami, mettere radici, o detto alla calabrese “stare para” in un posto solo. Di quell’eterno tormento interiore che ti fa sentire sempre e comunque, la mancanza di qualcosa, e il trovarsi sempre in una strada sbagliata.
Alcune vite sembrano muoversi come sui binari di un tram, i cui fili sono mossi da un disegno preordinato: il lavoro, la famiglia, i figli, tutto perfettamente incastrato e combaciante. Passano attraverso le strade della loro esistenza e sostano nelle fermate “regolari”.
A me è sempre sembrato invece, che la mia vita si muovesse sempre su binari alternativi, forse dismessi, girando in maniera afinalistica senza riuscire ad approdare mai a nessuna fermata.
Si dice che la vita risponda ai messaggi che inconsciamente lanciamo e forse, fino ad ora, l’unico messaggio che ho mandato è stata questa mia folle paura del definitivo, del “per sempre”
Ma poi non posso neanche fare a meno di chiedermi se sono io quella sbagliata o chi invece si trascina le sue insoddisfazioni in una vita fatta di rapporti logorati e senza amore, nelle frustrazioni lavorative, nei conflitti irrisolti, facendo finta di non vedere per la paura di affrontare il cambiamento, perché forse a volte, cambiare è più doloroso e difficile che restare nella propria “zona di comfort”, chè magari è meglio tenersi un disagio conosciuto, un dolore con cui siamo abituati a familiarizzare, che andare incontro all’incognita del nuovo.
Magari quella “sana” sono io e i pazzi sono gli altri…chissà….mi piacerebbe tanto saperlo!!!